PHILIP K. DICK BLADE RUNNER Prima Edizione: 1996 Titolo originale: DO ANDROIDS DREAM OF ELECTRIC SHEEP? © 1968 by Philip K. Dick Traduzione di Riccardo Duranti © 1996 by Fanucci Editore, Via delle Fornaci 66, 00165 Roma Proprieta' letteraria ed artistica riservata Stampato in Italia - Printed in ltaly 2 NOTA DEL TRADUTTORE Nel tradurre un'opera come questa c'e' il rischio di identificarsi empaticamente con gli androidi, in quanto, al pari di loro, il traduttore si sente quasi come l'autore, senza pero' la minima speranza di diventarlo mai del tutto, perche' la scintilla della creazione originale gli e' negata, per definizione, sin dall'inizio. Restano comunque i margini di autonomia e di inventivita' artigianale nel tentare di surrogare il linguaggio e le emozioni che lo scrittore ha cercato di comunicare ai suoi lettori originari. E dati i caratteri di ambiguita' e di anacronismo spiazzante che Dick semina a piene mani in questo come in altri suoi libri, l'ambiguo ruolo di mediazione del traduttore ne risulta in qualche modo rafforzato. In attesa che sia sviluppato un equivalente del test di Voigt-Kampff per misurare il tasso di empatia di una traduzione (alla fine del quale spero di non essere sbrigativamente "ritirato" da qualche cacciatore di taglie editoriali), do' conto di alcune delle scelte operate nel corso di questa nuova versione del romanzo di Philip K. Dick. Ho ritenuto di mantenere l'alternarsi terminologico dell'originale tra "android" e il piu' familiare "andy", usando rispettivamente "androide" e il diminutivo "droide", ormai entrato nell'uso dei lettori di fantascienza e degli appassionati di computer-games italiani: certo, "Andy" ha il vantaggio, negato all'italiano, di suonare come il diminutivo di un nome proprio, aumentando il margine di confusione con la sfera umana. Quanto al personaggio di J.R. Isidore ho mantenuto la curiosa duplicita' dei termini che si riferiscono a lui: quello popolare e offensivo di "cervello di gallina" e quello ufficiale e equivocamente qualificante di "speciale", esempio profetico di nomenclatura "politically correct". A proposito di definizioni ufficiali, ho scelto di tradurre "World War Terminus", l'evento che ha dato inizio alla civilta' spietatamente mite in cui agiscono i personaggi del romanzo, con "Ultima Guerra Mondiale" sia per evitare spiacevoli rime, sia per sfruttare l'ambiguita', ordinale e apocalittica, dell'evento italiano. Analogamente, "Mercerism" e' stato reso "Mercerianesimo" piuttosto che "Mercerismo", per sottolineare, attraverso la similitudine morfologica con Cristianesimo, il carattere religioso piuttosto che politico-ideologico di una delle piu' geniali invenzioni di Dick. Quanto ai neologismi, una delle sfide piu' stimolanti per un traduttore, ho scelto "modulatore di umore" piuttosto che "organo dell'umore" per il carattere tecnico e meno... organico che il primo termine da a questo strumento, che ironicamente intende sottolineare l'equivoca dipendenza degli umani da una manipolazione tecnologica esterna, uno dei temi principali e piu' interessanti del romanzo. La "hovercar" e' diventata una "aeromobile" per richiamare le analogie d'uso con l'automobile e il "videophone" un "videofono" piuttosto che un "videotelefono" per rispettare il carattere abbreviato dell'originale. Ho scelto di tradurre "kipple", il termine coniato da Dick per indicare il trionfo di quei processi entropici che attraversano come una vera e propria filigrana tutti i suoi romanzi, con "palta", parola dialettale esistente, ma abbastanza insolita in italiano e quindi con efficaci connotazioni stranianti non lontane, dal punto di vista del significato, da quelle che l'autore ha affidato al suo neologismo che, peraltro, ricava solo dal contesto di tutta la sua forza. Per finire, un'annotazione marginale: in questo romanzo Dick fa solo un rapido accenno agli "homeopapers", ovvero agli "omeogiornali", una delle sue straordinarie intuizioni mediologiche, i giornali personalizzati dove cioe' ogni lettore trova stampate, e quindi legge, solo le notizie che vuole leggere: una preveggente anticipazione di un uso riduttivo e paradossale dell'enorme potenziale di informazioni reso disponibile da tecnologie avanzate tipo Internet. Riccardo Duranti 3 A MAREN AUGUSTA BERGRUD 10 AGOSTO 1923-14 GIUGNO 1967 E ANCORA SOGNO I SUOI PASSI SUL PRATO; LA RUGIADA CALPESTA SPETTRALE, TRAFITTO DAL MIO CANTO TRIONFALE. W.B. Yeats AUCKLAND UNA TESTUGGINE DONATA DALL'ESPLORATORE COOK AL RE DI TONGA NEL 1777 E' DECEDUTA IERI ALL'ETA' DI QUASI DUECENTO ANNI. L'ANIMALE, IL CUI NOME E' TU'IMALILA, E' MORTO NEI GIARDINI DEL PALAZZO REALE A NUKU, ALOFA, CAPITALE DI TONGA. IL POPOLO DI TONGA CONSIDERAVA L'ANIMALE ALLA STREGUA DI UN MEMBRO DELLA FAMIGLIA REALE E CUSTODI PARTICOLARI ERANO DESTINATI AD ACCUDIRLO. ERA DIVENUTO CIECO IN SEGUITO A UN INCENDIO ALCUNI ANNI PRIMA. RADIO TONGA HA DICHIARATO CHE LA CARCASSA DI TU'IMALILA VERRA' INVIATA AL MUSEO DI AUCKLAND IN NUOVA ZELANDA. Reuters, 1966 4 CAPITOLO PRIMO Una gioviale scossetta elettrica, trasmessa dalla sveglia automatica incorporata nel modulatore d'umore che si trovava vicino al letto, desto' Rick Deckard. Sorpreso - lo sorprendeva sempre il trovarsi sveglio senza alcun preavviso - si alzo' dal letto con indosso il pigiama multicolore e si stiracchio'. Ora, nell'altro letto, anche Iran, sua moglie, schiuse gli occhi grigi, tutt'altro che gioviali, sbatte' le palpebre, quindi gemette e li richiuse. "Hai programmato il tuo Penfield a volume troppo basso", le disse. "Te lo alzo e ti sveglierai come si deve e..." "Giu' le mani dai miei programmi". La voce della donna aveva un tono di tagliente amarezza. "Non voglio svegliarmi". Le si sedette accanto, si chino' su di lei, e le spiego' con dolcezza. "Se regoli la scossa su un livello abbastanza alto, sarai contenta di svegliarti, capito? Al livello C supera la soglia che blocca lo stato di coscienza; con me, perlomeno, funziona ". Con premura e delicatezza, perche' si sentiva ben disposto verso il mondo - lui aveva scelto il livello D - la tocco' sulla spalla nuda, pallida. "Toglimi di dosso quelle manacce da sbirro!" esclamo' Iran. "Non sono uno sbirro". Si senti' irritato, ora, senza che avesse digitato il codice corrispondente. "Sei peggio di uno sbirro", disse la moglie, gli occhi ancora chiusi. "Sei un assassino al soldo degli sbirri". "In vita mia non ho mai ucciso un essere umano". L'irritazione si era intensificata, adesso; si era mutata in aperta ostilita'. Iran preciso': "Solo quei poveri droidi". "Pero' mi pare tu non abbia mai in alcun modo esitato a spendere il denaro delle taglie che porto a casa per una qualsiasi cosa che per un attimo riesce ad attrarre la tua attenzione ". Si alzo' e si porto' al quadro di comando del suo modulatore d'umore. "Invece di risparmiare ", disse, "cosi' da permetterci di comprare una pecora vera, per rimpiazzare quella finta, quella elettrica, su di sopra. Ci possiamo permettere solo un animale elettrico. E pensare la fatica che ho fatto in tutti questi anni per farmi una posizione!". Alla tastiera si trovo' indeciso tra il codice di un inibitore talamico (che avrebbe bloccato lo stato d'animo arrabbiato) o di uno stimolante talamico (che l'avrebbe reso sufficientemente stizzoso da prevalere nel battibecco). "Se digiti il codice", disse Iran, occhi aperti e vigili, "per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch'io. Chiedero' il massimo e allora vedrai un litigio che fara' impallidire qualsiasi discussione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova". Si alzo' anche lei, lesta, si porto' al quadro di controllo del proprio modulatore d'umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava. Lui sospiro', sconfitto dalla minaccia. "Digito il codice di quello che c'e' sulla mia agenda per oggi". Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d'affari. "Se io digito il codice secondo programma", disse cauto, "sei d'accordo a farlo anche tu?" Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio. "La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria", disse Iran. "Cosa? Perche' hai messo in programma una cosa del genere?" Andava contro la finalita' del modulatore d'umore. "Nemmeno sapevo si potesse programmare a quel modo", disse cupo. "Me ne stavo qui seduta, un pomeriggio", disse Iran, "come al solito ero sintonizzata su Buster Friendly e i suoi Simpatici Amichetti, e lui stava parlando di una grande notizia che era sul punto di dare quando si e' inserita quell'orribile pubblicita', quella che odio; quella 5 delle Braghette in Piombo Montibank. Cosi' per un minuto ho tolto l'audio. E cosi' ho sentito il palazzo, questo edificio; ho sentito gli..." Fece un gesto per indicare tutto intorno a se'. "Appartamenti vuoti", completo' la frase Rick. A volte anche lui li sentiva la notte, quando avrebbe dovuto essere gia' addormentato. Eppure, a quell'epoca, un condapp abitato a meta' si collocava nella parte alta della classifica di densita' abitativa; fuori, in cio' che prima della guerra era stata la fascia suburbana, si potevano trovare edifici completamente vuoti... almeno, cosi' aveva sentito dire. Aveva lasciato che quell'informazione rimanesse di seconda mano; come la maggior parte della gente, non ci teneva a farne esperienza diretta. "In quell'istante", continuo' Iran, "quando ho tolto l'audio, ero d'umore 382; avevo appena composto il numero. Benche' percepissi intellettualmente quel vuoto, non lo sentivo. La prima reazione e' stata quella di ringraziare il cielo che ci potevamo permettere un modulatore d'umore Penfield. Ma poi mi sono resa conto di quanto fosse malsano percepire l'assenza di vita, non solo in questo palazzo ma ovunque, e non reagire; capisci? Credo di no. Ma questo veniva una volta considerato segno di malattia mentale; la chiamavano "assenza di affetto adeguato". Cosi' ho lasciato l'audio a zero e mi sono messa alla tastiera del modulatore d'umore per fare qualche esperimento. Alla fine ho trovato la combinazione della disperazione". Il volto scuro, spavaldo, mostrava soddisfazione come se avesse conseguito un risultato di valore. "E cosi' l'ho messa in agenda due volte al mese; ritengo sia un lasso di tempo ragionevole per disperarsi di tutto, di esser rimasti qui sulla Terra dopo che chiunque fosse sufficientemente sveglio' e' emigrato, non credi? " "Ma in uno stato d'animo cosi'", obietto' Rick, "finisce che ci rimani dentro, non digiti piu' un codice per uscirne. Una disperazione del genere, sulla realta' globale, si autoperpetua". "Io programmo un codice automatico per tre ore dopo", ribatte' melliflua la moglie. "Un 481. Consapevolezza delle molteplici possibilita' che mi si aprono davanti nel futuro; nuova speranza che..." "Lo conosco il 481", la interruppe. Aveva composto molte volte quella combinazione, ci faceva molto affidamento. "Senti", le disse, sedendosi sul letto e prendendole le mani per attirarla a se', "anche con l'interruzione automatica e' pericoloso entrare in uno stato di depressione, di qualsiasi tipo. Lascia perdere quello che hai in agenda e io lascio perdere il mio programma. Facciamo insieme un 104, ci entriamo tutti e due, poi tu resti li' mentre per me riprogrammo l'atteggiamento professionale. Cosi' riusciro' a fare un salto in terrazza a dare un'occhiata alla pecora e poi andro' in ufficio; e intanto sapro' che tu non te ne stai qui immersa in pensieri tetri senza la TV". Lascio' le lunghe dita sottili e attraverso' l'ampia camera verso il salotto che ancora tratteneva un leggero sentore delle sigarette della sera prima. Si chino' ad accendere la TV. Dalla camera giunse la voce di Iran. "Non sopporto la TV prima di colazione". "Fai l'888", disse Rick mentre l'apparecchio si riscaldava. "Desiderio di guardare la TV, qualsiasi cosa trasmetta". "Adesso non ho voglia di fare un bel niente", rispose Iran. "Allora fai il 3", le disse. "Non posso digitare un numero che stimola nella corteccia cerebrale il desiderio di comporre un codice! Se non voglio fare un numero, quello e' il numero che voglio fare meno di tutti, perche' poi mi verrebbe voglia di comporre un altro numero, e aver voglia di comporre un numero e' al momento la voglia che sento meno; me ne voglio solo star qui seduta sul letto a fissare il pavimento". La voce le si era fatta affilata, carica di toni freddi e deprimenti, e l'anima le si rapprendeva e cessava di muoversi, e come una specie di onnipresente e pesantissima pellicola istintiva, un'inerzia quasi assoluta, si depositava su di lei. Rick alzo' il volume della TV e la voce di Buster Friendly rimbombo' riempiendo la stanza. "...Oh-oh, gente! E' giunto il momento di un breve aggiornamento sul tempo di oggi. Il satellite Mangusta ci dice che la pioggia di polvere sara' molto pronunciata intorno a mezzo6 giorno, ma poi tendera' a diminuire. Percio' tutti voi, amici, che vorrete avventurarvi all'aperto... " Iran apparve al suo fianco, con le frange della lunga camicia da notte che sfioravano il pavimento, e spense la TV. "OK, cedo; faccio un numero. Quello che tu vuoi che io sia, qualsiasi cosa; estatica beatitudine sessuale... Mi sento talmente male che sopporterei perfino quella. Che diamine! Tanto, che differenza fa?" "Faccio io un numero per tutti e due", disse Rick, e la ricondusse in camera. Sulla tastiera di lei, Rick batte' il 594: compiaciuto riconoscimento della superiore saggezza del marito in ogni campo. Sulla propria tastiera digito' il codice di un atteggiamento creativo e senza preclusioni nei confronti del lavoro, anche se non ne aveva molto bisogno; in fondo, era il suo stato d'animo abituale e innato, anche senza ricorso alla stimolazione cerebrale artificiale del Penfield. Dopo una colazione veloce - la discussione con la moglie gli aveva fatto perdere tempo Rick, gia' vestito per avventurarsi fuori casa, protetto anche dalla Braghetta in Piombo Montibank, modello Aiace, sali' in terrazzo, al pascolo pensile coperto dove la sua pecora elettrica "brucava". Dove quel complesso marchingegno automatico ruminava ebbro di soddisfazione simulata, riuscendo a infinocchiare gli altri inquilini del palazzo. Certo, anche alcuni dei loro animali erano surrogati animati da circuiti elettronici - ma naturalmente lui non aveva mai ficcato il naso in quelle faccende, non piu' di quanto i suoi vicini avessero indagato sui veri meccanismi che animavano la sua pecora. Niente sarebbe potuto essere piu' indiscreto. Chiedere: "Ma la tua pecora e' autentica?" sarebbe stata un'offesa al galateo, peggio che chiedere a un qualsiasi cittadino se i suoi denti, capelli o organi interni sarebbero risultati genuini a una verifica. L'aria mattutina, traboccante di granelli di polvere radioattivi, tanto grigi da oscurare il sole, era come se gli ruttasse tutt'attorno, tormentandogli il naso con il suo cattivo odore; senza volerlo inspiro' il fetore della morte. Insomma, forse esagero un po' a definirlo cosi', si disse nel dirigersi verso l'appezzamento erboso che, insieme al fin troppo grande appartamento di sotto, costituiva la sua proprieta'. L'eredita' che l'Ultima Guerra Mondiale si era lasciata dietro aveva perso forza; coloro che non erano riusciti a sopravvivere alla polvere erano scivolati nell'oblio anni prima, e la polvere, ormai attenuata la sua virulenza, trovandosi ad affrontare i piu' robusti sopravvissuti, si limitava a sconvolgerne le menti e le caratteristiche genetiche. Nonostante lo schermo protettivo di piombo, la polvere - senza alcun dubbio - gli filtrava addosso e addirittura dentro, gli portava ogni giorno, fino a quando non avrebbe trovato il coraggio di emigrare, un piccolo carico di sozzura contaminante. Fino a quel punto, i controlli medici mensili lo avevano confermato come regolare: un maschio in grado di riprodursi entro i limiti di tolleranza stabiliti dalla legge. Pero', da un mese all'altro, le analisi dei medici del Dipartimento di Polizia di San Francisco avrebbero potuto fornire risultanze diverse. Ogni giorno c'erano persone riclassificate come speciali: regolari ormai trasformati dall'onnipresente polvere. Lo slogan che a quel tempo i manifesti, gli annunci TV, e i de'pliant postali del governo sbandieravano recitava: "Emigrate o degenerate! A voi la scelta!" Verissimo, pensava Rick aprendo il cancello che immetteva nel piccolo pascolo e avvicinandosi alla pecora elettrica. Ma io non posso emigrare, disse tra se'. Per via del mio lavoro. Il proprietario dell'appezzamento adiacente, Bill Barbour, che era anche il suo vicino d'appartamento, lo saluto'; come Rick, era in abiti da lavoro e anche lui si era fermato a salutare il proprio animale. "La mia cavalla", dichiaro' Barbour raggiante, "e' incinta". Indico' la grossa percheron, ritta a fissare lo spazio vuoto con guardo assente. "Allora, che ne dici?" "Dico che tra non molto avrai due cavalli", rispose Rick. Aveva raggiunto la pecora, a7 desso; se ne stava distesa a ruminare, gli occhi guardinghi fissi su di lui per capire se le avesse portato dei fiocchi d'avena. La finta pecora era dotata di un circuito avenotropico; alla vista dei cereali si sarebbe alzata un po' a fatica e si sarebbe avvicinata trotterellando in modo abbastanza convincente. "E di chi e' incinta", chiese Rick a Barbour. "Del vento?" "Ho comprato del plasma fecondante della migliore qualita' disponibile in California", lo informo' Barbour. "Grazie a delle conoscenze che ho nell'Amministrazione Agraria Statale. Non ti ricordi che la scorsa settimana un loro ispettore e' venuto a vedere Judy? Non vedono l'ora che partorisca; e' un animale di livello superiore, senza pari". Barbour batte' orgoglioso la mano sul collo della cavalla e lei volse la testa verso di lui. "Hai mai pensato di venderla?" chiese Rick. Pregava il cielo che gli concedesse un cavallo, anzi un animale qualsiasi, purche' vero. Il possederne e il mantenerne uno fraudolento riusciva pian piano, non si sa come, a demoralizzare chiunque. Eppure, da un punto di vista "sociale" era una scelta obbligata, se mancava l'animale vero. Dunque non aveva altra scelta se non continuare. Anche se non gliene fosse importato piu' nulla, c'era sempre sua moglie e Iran ci teneva, eccome. Moltissimo. "Sarebbe immorale vendere la cavalla", disse Barbour. "Vendi il puledro, allora. Possedere due animali e' piu' immorale che non averne affatto". Interdetto, Barbour ribatte': "Ma che dici? Un sacco di gente ha due animali, anche tre, quattro e perfino, prendi Fred Washborne, per esempio - sai, il proprietario dell'impianto di trattamento delle alghe, dove lavora mio fratello - cinque. Non hai visto il Chronicle di ieri, con quell'articolo sulla sua papera? Pare che sia la piu' grossa, la piu' pesante Moscovy della Costa Occidentale". Gli occhi gli luccicarono, nell'immaginare un lusso del genere; scivolo' a poco a poco in uno stato di trance. Frugando nelle tasche della giacca, Rick trovo' la copia - sgualcita per il lungo studio del supplemento di gennaio del Catalogo Sidney degli Animali e degli Uccelli. Consulto' l'indice, trovo' puledri (vedasi "cavalli, riprod.") ed ebbe subito il prezzo corrente su scala nazionale. "Posso comprare un puledro percheron da Sidney per cinquemila dollari", disse ad alta voce. "Neanche per sogno", disse Barbour. "Guarda bene il listino; il prezzo e' in corsivo. Vuoi dire che non ce n'e' nemmeno uno disponibile, ma che quello sarebbe il prezzo se ci fosse ". "Mettiamo che ti pago cinquecento dollari al mese per dieci mesi. Prezzo di listino pieno ". In tono di compatimento, Barbour disse: "Deckard, non capisci niente di cavalli; ci sara' un motivo, no?, se Sidney non ha nemmeno un puledro percheron. I puledri percheron non cambiano di mano... nemmeno a prezzo di catalogo. Ce ne sono troppo pochi, anche considerando quelli di qualita' inferiore". Si sporse dallo steccato che divideva i due appezzamenti, gesticolando. "Judy ce l'ho da tre anni e in tutto questo tempo non ho mai visto una fattrice percheron che le stia alla pari. Per acquistarla sono volato fino in Canada e l'ho riportata qui io di persona con un furgone, per assicurarmi che non me la rubassero. Se porti un animale del genere in un angolo qualsiasi del Colorado o del Wyoming, ti danno una botta in testa e se lo rubano. E sai perche'? Perche' una volta, prima dell'Ultima Guerra Mondiale, ce n'erano letteralmente a centinaia..." "Pero'", lo interruppe Rick, "il fatto che tu abbia due cavalli e io nemmeno uno contrasta con l'intera struttura teologica e morale che sta alla base del Mercerianesimo". "Ma hai la pecora, diamine, puoi seguire l'Ascesa nella tua vita individuale, e quando afferri le due maniglie della scatola empatica, in fondo ti presenti in modo rispettabile. Se non avessi la tua vecchia pecora, allora troverei qualcosa di logico nel tuo ragionamento. Certo, se io avessi due animali e tu neanche uno, sarei colpevole di privarti di un'autentica fusione con Mercer. Ma ogni famiglia in questo palazzo... vediamo; sono cinquanta circa: 8 una ogni tre appartamenti, direi... ciascuno di noi ha un qualche tipo d'animale. Graveson ha quel pollo la'". Indico' verso nord . "Oakes e la moglie hanno quel cagnolone rosso che abbaia tutta la notte". Penso' un attimo. "Credo che Ed Smith abbia un gatto giu' nell'appartamento; almeno, cosi dice lui, ma nessuno l'ha mai visto. E' possibile che menta". Raggiunta la pecora, Rick si chino', cercando tastoni nel fitto vello bianco - la lana almeno era autentica - finche' non trovo' quello che cercava: il pannello di controllo nascosto con i comandi della macchina. Sotto lo sguardo di Barbour, apri' di colpo il coperchio del pannello, rivelandone la presenza. "Vedi?" disse rivolto al vicino. "Capisci adesso perche' mi interessa tanto il tuo puledro?" Dopo un certo lasso di tempo Barbour disse, "Oh, poverino! Ma e' sempre stata finta?" "No", rispose Rick, richiudendo il coperchio del pannello della pecora elettrica; si raddrizzo' e guardo' in faccia il vicino. "Avevo una pecora vera, all'inizio. Ce la lascio' mio suocero quando emigro'. Poi, piu' o meno un anno fa, ti ricordi quella volta che l'ho portata dal veterinario... eri quassu' quel mattino quando l'ho trovata coricata su un fianco senza che riuscisse ad alzarsi". "Ma la rimettesti in piedi", disse Barbour, annuendo nel ricordarsene. "Certo, riuscisti a farla alzare, ma poi dopo un minuto o due che camminava ricadde a terra". Rick disse, "Le pecore prendono delle strane malattie. O per dirla in altre parole, le pecore si prendono un sacco di malattie diverse ma i sintomi sono sempre gli stessi; l'animale non riesce ad alzarsi e non c'e' modo di stabilire quanto sia grave, se si tratta cioe' solo di una zampa slogata o se sta morendo di tetano. Cosi' e' morta la mia: tetano". "Quassu'?" chiese Barbour. "Sul tetto?" "Il fieno", spiego' Rick. "Quella volta non avevo levato tutto il fil di ferro dalla balla, ne lasciai un frammento e Groucho - allora la chiamavo cosi' - ci si graffio' e cosi' contrasse il tetano. L'ho portata dal veterinario ed e' morta; io ci ho pensato un po' su e mi sono deciso a chiamare una delle ditte che producono animali artificiali. Ho mostrato loro una fotografia di Groucho. Mi hanno costruito questa". Indico' l'animale meccanico che accucciato continuava intento a ruminare, ancora all'erta per individuare un qualsiasi indizio della presenza dei fiocchi d'avena. "Hanno fatto un gran bel lavoro, roba di qualita'. E io ci ho messo tanto tempo e attenzione per accudirla; tanto quanto ne mettevo per Groucho. Pero'..." Alzo' le spalle. "Non e' la stessa cosa", concluse Barbour. "Comunque, ci manca poco. Accudendola, si provano le stesse sensazioni; bisogna tenerla d'occhio proprio come quando era davvero viva. Perche' potrebbe guastarsi e allora tutti nel palazzo capirebbero. L'ho portata in riparazione sei volte, per lo piu' per piccole disfunzioni, ma se qualcuno se ne fosse accorto - per esempio una volta si e' guastato il nastro-voce e non la smetteva piu' di belare - avrebbe capito che si trattava di un guasto meccanico". Aggiunse: "Naturalmente il furgone delle riparazioni porta la scritta "Ospedale degli Animali Tal dei Tali" e l'autista e' vestito come un veterinario, tutto in bianco". D'improvviso guardo' l'orologio, ricordandosi dell'ora. "Devo scappare al lavoro", disse a Barbour. "A stasera". Mentre si dirigeva alla macchina, Barbour gli grido' dietro: "Ehm, non ti preoccupare, non lo diro' a nessuno qui nel palazzo". Rick si fermo' e stava per ringraziarlo. Ma poi qualcosa di simile alla disperazione di cui aveva parlato prima Iran venne come a toccarlo sulla spalla e allora rispose: "Non so; forse non fa nessuna differenza". "Ma ti guarderanno dall'alto in basso. Non tutti, ma qualcuno di sicuro. Lo sai cosa ne pensa la gente di chi non si prende cura di un animale; lo considerano immorale e antiempatico. Cioe', da un punto di vista tecnico non e' piu' un crimine, com'era subito dopo l'Ultima Guerra Mondiale, ma di fatto la gente lo reputa ancora tale". 9 "Perdio", disse adagio Rick, agitando le mani vuote. "Io voglio un animale; cerco in continuazione di comprarne uno. Ma con il mio stipendio, con quello che guadagna un dipendente comunale..." Se, penso', tornassi ad avere fortuna nel lavoro. Come due anni fa quando riuscii a beccare quattro droidi in un mese. Se l'avessi saputo allora, penso', che Groucho mi moriva... ma fu prima del tetano. Prima di quei cinque centimetri di fil di ferro, acuminati come un ago ipodermico. "Potresti comprarti un gatto", propose Barbour. "I gatti sono a buon mercato; guarda sul catalogo". Rick disse calmo: "Non voglio un animale da tenere in casa. Voglio quello che avevo, un animale di grande taglia. Una pecora o, se metto insieme i soldi, una mucca, un bue o uno come il tuo, un cavallo". Si rese conto che la ricompensa per l'eliminazione di cinque droidi sarebbe bastata. Mille dollari l'uno, oltre il mio stipendio. Allora, da qualche parte, potrei trovare da qualcuno quello che voglio. Anche se la voce nel Catalogo degli Animali e degli Uccelli era in corsivo. Cinquemila dollari - ma, penso', prima i cinque droidi devono venire sulla Terra da uno dei pianeti colonizzati; io non posso farci nulla, non posso mica costringerne cinque a venire proprio qui, e anche se potessi, ci sono altri cacciatori di taglie appartenenti ad altre agenzie di polizia di tutto il mondo. I droidi dovrebbero proprio venire a stabilirsi nella California settentrionale, e il piu' anziano e autorevole cacciatore di taglie della zona, Dave Holden, dovrebbe morire o andare in pensione. "Comprati un grillo", gli consiglio' per scherzo Barbour. "O un topo. Ehi, con venticinque dollari ti compri un topo adulto!" "Guarda che anche la tua cavalla potrebbe morire, come e' morto Groucho, senza alcun preavviso. Quando rientri dal lavoro stasera potresti trovarla sdraiata sulla schiena, zampe all'aria, come uno scarafaggio. O come hai detto tu, come un grillo". Se ne ando', con le chiavi dell'auto gia' in mano. "Scusa se ti ho offeso", disse Barbour, nervoso. In silenzio Rick Deckard apri' la portiera della sua aereomobile. Non aveva altro da dire al vicino; la sua mente era gia' rivolta al lavoro, alla giornata che lo attendeva. 10 CAPITOLO SECONDO All'interno di un gigantesco edificio vuoto e cadente, in cui un tempo avevano abitato migliaia di persone, un unico apparecchio televisivo gracchiava dentro una stanza deserta. Prima dell'Ultima Guerra Mondiale, questo rudere ormai senza padroni aveva goduto di cure e lavori di manutenzione. Qui un tempo sorgeva la fascia suburbana di San Francisco; dal centro era un breve tragitto sulla monorotaia del sistema di trasporto rapido; l'intera penisola gorgheggiava come un uccello canterino, piena di vita e di opinioni e dispute, ma ormai gli accorti proprietari erano tutti morti oppure emigrati su un pianeta colonizzato. Per lo piu' erano morti; era stata una guerra disastrosa nonostante le predizioni spavalde del Pentagono e del suo tronfio vassallo scientifico, la Rand Corporation - che, anzi, aveva sede proprio da queste parti. Come i proprietari degli appartamenti, anche quell'azienda se n'era andata, evidentemente senza intenzione di tornare. Nessuno ne sentiva la mancanza. Inoltre, nessuno oggi si ricordava del perche' ci si fosse trovati in guerra, ne' chi avesse vinto, ammesso che qualcuno avesse vinto. La polvere che aveva contaminato la maggior parte della superficie del pianeta non aveva avuto origine in una nazione particolare, e nessuno, nemmeno il nemico al tempo di quella guerra, l'aveva prevista. Dapprima, stranamente, erano morte le civette. A quel tempo era stato quasi buffo: gli uccelli, imbottiti nella loro lanugine chiara, giacevano stecchiti qua e la', nei giardini e lungo le strade. Dato che uscivano dal nido solo dopo il crepuscolo, secondo quelle che erano le loro abitudini prima di estinguersi, di solito le civette sfuggivano all'osservazione. Le pestilenze medievali si erano manifestate in modi simili, con mori'e di moltitudini di topi. Questa epidemia, invece, era calata dall'alto. Dopo le civette, naturalmente, caddero gli altri uccelli, ma a quel punto il mistero era stato compreso e svelato. Uno stentato programma di colonizzazione era gia' stato avviato prima della guerra, ma ora che il Sole aveva cessato di splendere sulla Terra la colonizzazione era entrata in una nuova fase, del tutto diversa. Contemporaneamente, un'arma da guerra - il Combattente per la Liberta' Sintetico - era stata modificata; in grado di funzionare su un mondo alieno, il robot umanoide -in senso stretto, l'androide organico - era divenuto il fattore trainante del programma di colonizzazione. Ai sensi di una legge dell'ONU, ogni emigrante aveva diritto al possesso di una sottospecie di androide a sua scelta e nel 1990 l'assortimento dei modelli aveva superato ogni possibile immaginazione, piu' o meno come nel caso delle automobili americane degli anni sessanta. Si era trattato del massimo incentivo all'emigrazione: il servo androide era la carota, la pioggia radioattiva il bastone. L'ONU aveva incoraggiato l'emigrazione e reso difficile, se non impossibile, il rimanere. Attardarsi sulla Terra significava correre il rischio di trovarsi classificati come biologicamente inaccettabili, una minaccia per la purezza del retaggio genetico della razza. Una volta etichettato come speciale, un cittadino, anche se accettava la sterilizzazione, era espulso dalla storia. Cessava, in effetti, di far parte del genere umano. Eppure, c'era ancora, qui e la', chi si rifiutava di emigrare; e questa decisione rappresentava un atto di un'irrazionalita' sconcertante perfino agli occhi delle persone coinvolte in prima persona. Da un punto di vista logico, ogni regolare sarebbe gia' dovuto emigrare. Forse, per quanto devastata, la Terra rimaneva un posto familiare a cui restare attaccati. Oppure, puo' darsi che il non-emigrante immaginasse che la coltre di polvere si sarebbe a un certo punto esaurita. Ad ogni modo, migliaia di individui erano rimasti sulla Terra, per lo piu' disseminati in aree urbane dove erano fisicamente in grado di vedersi, rincuorarsi con la loro reciproca presenza. Queste persone sembravano essere quelle relativamente a posto di cervello. Oltre a loro, c'era anche un altro residuo di umanita' un po' dubbia: alcuni 11 strani esseri vagavano ancora nelle periferie praticamente abbandonate. John Isidore, martellato dai suoni gracchianti provenienti dal televisore acceso in salotto mentre si radeva nel bagno, era uno di quelli. Era arrivato li' mentre vagava senza meta, subito dopo la guerra. In realta', in quel periodo cosi' brutto nessuno sapeva piu' cosa stesse mai facendo. Intere popolazioni, sfibrate dalla guerra, avevano preso a vagare sbandate, e si erano insediate prima in una regione e poi in un'altra. A quell'epoca la pioggia radioattiva era sporadica e assai variabile; alcune regioni ne erano stati quasi del tutto risparmiati, altri ne erano saturi. Le masse di profughi si spostavano con lo spostarsi della polvere. La penisola a sud di San Francisco dapprima era stata risparmiata dalla polvere, e una gran massa di persone aveva deciso di sistemarsi in quella zona. Quando la polvere arrivo', alcuni erano morti, altri se n'erano andati. J. R. Isidore era rimasto. Il televisore strillava: "...vi riportera' ai bei tempi degli Stati del Sud prima della Guerra Civile! Sia esso collaboratore domestico o instancabile bracciante, un robot umanoide personalizzato - progettato apposta PER VOI E SOLO PER VOI, per soddisfare qualsiasi esigenza particolare - vi sara' consegnato al vostro arrivo completamente gratis, accessoriato secondo quanto da voi richiesto prima della partenza dalla Terra; questo fedele compagno nella piu' grande, piu' audace avventura concepita dall'uomo nei tempi moderni, senza darvi alcun problema vi fornira'..." Andava avanti cosi' per ore, praticamente senza fermarsi mai. Chissa' se faro' tardi al lavoro, si chiese Isidore mentre si radeva. Non aveva un orologio che funzionasse; in genere si affidava al segnale orario della TV, ma oggi, evidentemente, era la Giornata degli Orizzonti Interspaziali. Ad ogni buon conto la TV sosteneva trattarsi del quinto (o sesto?) anniversario della fondazione della Nuova America, il maggiore insediamento degli USA su Marte. E il suo televisore, malfunzionante, riceveva solo il canale che era stato nazionalizzato durante la guerra e che tale era rimasto. Il governo di Washington, e il suo programma di colonizzazione spaziale, era l'unico sponsor che Isidore si ritrovava ad ascoltare per forza. "Sentiamo la signora Maggie Klugman", suggeri' l'annunciatore TV a Isidore, cui interessava solo sapere l'ora. "Da poco immigrata su Marte, ecco che cosa ci ha detto la signora Klugman in un'intervista registrata dal vivo a Nuova Nuova York. Signora Klugman, ci puo' fare un paragone tra la sua vita sulla Terra contaminata e la sua nuova vita in questo mondo ricco di ogni immaginabile opportunita'?" Una pausa, e poi la voce, stanca, secca, di una donna di mezza eta': "Secondo me, la cosa che ha colpito piu' me e la mia famiglia e' la dignita'". "La dignita'?" chiese l'annunciatore. "Si'", rispose la signora Klugman, ora cittadina di Nuova Nuova York, su Marte. "E' difficile da spiegare. Avere un servo su cui contare, in questi tempi difficili... lo trovo rassicurante". "In passato, sulla Terra, signora Klugman, ai vecchi tempi, era anche preoccupata di trovarsi classificata, ehm... ehm, come speciale?" "Oh, io e mio marito avevamo una paura folle. Naturalmente, una volta emigrati, la preoccupazione - per fortuna -e' svanita per sempre". Tra se' e se' John Isidore penso' acido: Quella e' svanita anche per me, senza dover emigrare. Era uno speciale da piu' di un anno, e non solo per quanto riguardava i geni deformi che portava in se'. Piu' grave ancora era il fatto che non avesse superato l'esame per il livello minimo consentito delle facolta' mentali, il che lo rendeva - secondo il gergo popolare - un cervello di gallina. Su di lui era calato il disprezzo di tre pianeti. Comunque, nonostante tutto, sopravviveva. Aveva un lavoro - guidava il furgone che raccoglieva e consegnava gli animali finti per un'officina che li riparava: la Clinica per Animali Van Ness. Il suo principale - Hannibal Sloat, perennemente corrucciato, cupo - lo trattava come un essere umano, cosa per cui gli era molto grato. Mors certa, vita incerta, declamava di tanto in tanto il 12 signor Sloat. Isidore, per quanto avesse sentito la citazione svariate volte, aveva solo una vaga idea di cosa significasse. Dopotutto, se un cervello di gallina avesse capito il latino non sarebbe piu' stato un cervello di gallina. Quando la cosa gli venne fatta notare, il signor Sloat ne riconobbe l'intrinseca verita'. E poi esistevano dei cervelli di gallina infinitamente piu' stupidi di Isidore, che non erano in grado di svolgere alcun lavoro e rimanevano segregati in istituzioni pittorescamente denominate "Istituti Americani per le Attivita' Professionali Speciali". Come al solito, la parola "speciale" doveva in qualche modo entrarci per forza. "...Suo marito non si sentiva in alcun modo protetto", stava dicendo l'annunciatore TV, "dal possedere e dall'indossare sempre una costosa e goffa braghetta di piombo per ripararsi dalle radiazioni, signora Klugman?" "Mio marito..." comincio' la signora Klugman, ma a quel punto, avendo finito di radersi, Isidore entro' in salotto e spense la TV. Silenzio. Riverberava come un bagliore dalle pareti e dai pannelli di legno; lo percuoteva con una tremenda energia assoluta, come venisse generato da un'immensa turbina. Saliva dal pavimento, dalla consunta moquette grigia. Si sprigionava dagli elettrodomestici rotti o semiguasti della cucina, macchine morte che non avevano mai funzionato da quando Isidore era andato ad abitare in quella casa. Stillava dall'inutile lampadario in salotto e andava a mischiarsi a se stesso, ad altro silenzio che calava dal soffitto macchiato di mosche. Riusciva in effetti a emergere da qualsiasi oggetto vi fosse nel campo visivo di Isidore, come se il silenzio volesse sostituirsi a ogni cosa tangibile. Quindi assaliva non solo le orecchie, ma anche gli occhi; in piedi davanti al televisore inerte, Isidore percepi' il silenzio visibile e, a modo suo, vivo. Vivo! Ne aveva spesso avvertito l'austero avvicinarsi in precedenza; quando arrivava gli esplodeva in casa senza alcun rispetto, evidentemente incapace di attendere. Il silenzio del mondo non riusciva a tenere a freno la propria avidita'. Non poteva aspettare ancora. Non quando aveva gia' virtualmente vinto. Si chiese, allora, se anche le altre persone rimaste sulla Terra percepissero il vuoto allo stesso modo. O la sua era una sensibilita' particolare, propria della sua identita' biologica deviata, una bizzarria generata dal suo inadeguato sistema sensoriale? Domanda interessante, penso' Isidore. Ma con chi avrebbe potuto confrontarsi o scambiare qualche impressione? Abitava da solo, in questo palazzo cieco e sempre piu' fatiscente, tra mille appartamenti disabitati. Un edificio che, come tutti quelli simili, cadeva, di giorno in giorno, in uno stato sempre maggiore di rovinosa entropia. Con il tempo tutto cio' che c'era nel palazzo si sarebbe fuso - una cosa nell'altra - avrebbe perso individualita' sarebbe diventato identico a ogni altra cosa, un mero pasticcio di palta ammonticchiato dal pavimento al soffitto di ogni appartamento. E dopo di cio' lo stesso palazzo, senza che nessuno ne curasse la manutenzione, avrebbe raggiunto uno stadio di equilibrio informe, sepolto dall'ubiquita' della polvere. Quando cio' si sarebbe verificato, naturalmente, lui sarebbe gia' morto da un pezzo; ecco un altro interessante argomento su cui meditare li' in piedi in quel salotto sfatto, solo con l'onnipervasiva assenza di respiro del possente silenzio del mondo. Meglio, forse, riaccendere la TV. Ma gli annunci, rivolti ai normali che erano rimasti sulla Terra, lo atterrivano. Lo informavano in un'interminabile sequela di modi diversi che lui, uno speciale, non era gradito. Non era di alcuna utilita'. Non poteva, nemmeno se l'avesse voluto, emigrare. E allora, perche' ascoltarli? si chiedeva irritato. Si impicchino loro e la loro colonizzazione: spero che anche lassu' scoppi una guerra - dopo tutto, almeno in teoria, era possibile - e che si riducano come qui sulla Terra. E che tutti quelli che sono emigrati si ritrovino speciali. E va bene, penso', andiamo al lavoro. Allungo' la mano verso la maniglia che apriva la porta sul pianerottolo non illuminato, poi si ritrasse nel percepire il grande vuoto del resto dell'edificio. Era li' fuori e lo attendeva al varco, la forza che aveva prima sentito penetrare 13 irrequieta nel suo appartamento. Dio mio, penso', e richiuse la porta. Non era pronto per salire quelle scale che rimbombavano fino alla terrazza deserta, dove non aveva alcun animale. L'eco di lui stesso che saliva: l'eco del nulla E' ora di attaccarsi alle maniglie, disse tra se', e attraverso' il salotto portandosi presso la scatola empatica nera. Quando l'accese, il solito vago odore di ioni negativi emano' dall'impianto di alimentazione; l'aspiro' avidamente, gia' rincuorato. Poi il tubo a raggi catodici emise luce come imitasse una flebile immagine televisiva; un collage andava componendosi, fatto di colori, tracce e vaghe configurazioni apparentemente casuali che, fino a che le maniglie non venivano strette, non rappresentavano nulla. Cosi', respirando profondamente per calmarsi, afferro' la doppia maniglia. L'immagine si coagulo'; vide subito un paesaggio ben noto, l'antica e bruna erta nuda con i ciuffi di erba secca che come ossa si stagliavano obliqui sullo sfondo di un cielo spento e senza sole. Una figura solitaria, di forma piu' o meno umana, arrancava lungo il fianco della collina: un uomo anziano vestito di una tunica informe e grigia che gli forniva una ben misera protezione come se fosse stato strappato all'ostile vacuita' del cielo. L'uomo, Wilbur Mercer, continuava ad arrancare su per la salita. Sempre attaccato alle maniglie, John Isidore comincio' pian piano a percepire lo svanire del cupo soggiorno in cui si trovava. La mobilia sfatta e i muri scrostati sfumarono via e lui cesso' del tutto di avvertirli. Si trovo' invece, come sempre, a entrare nel paesaggio di quella squallida collina che si stagliava contro un cielo altrettanto squallido. Nello stesso momento smise di contemplare l'ascesa del vecchio. Ora erano i suoi piedi a calcare il familiare pietrisco, a cercare un appoggio sicuro; senti' la stessa antica e dolorosa ruvidezza ineguale sotto i piedi e ancora una volta inalo' l'acrida bruma che aleggiava in quel cielo - non il cielo della Terra, ma quello di un luogo alieno e distante, eppure - grazie alla scatola empatica - immediatamente raggiungibile. Era passato da una realta' all'altra nel solito modo incomprensibile; la fusione fisica accompagnata dall'identificazione mentale e spirituale - con Wilbur Mercer aveva avuto di nuovo luogo. Ed era accaduto lo stesso a chiunque stava stringendo in quel momento le maniglie, sia qui sulla Terra che su uno dei pianeti colonizzati. Li sentiva in se', gli altri, ne incorporava il fitto e confuso brusio dei pensieri, sentiva nel proprio cervello il rumore delle loro innumerevoli esistenze individuali. A loro - e a lui - importava, solo una cosa; questa fusione delle loro menti focalizzava la loro attenzione sulla collina, sull'ascesa, sul bisogno di salire. Passo dopo passo si sviluppava, in modo talmente lento da essere quasi impercettibile. Eppure c'era. Piu' in alto, pensava, mentre le pietre rotolavano a valle sotto il suo passo. Oggi siamo piu' in alto di ieri, e domani... lui, la composita figura di Wilbur Mercer, guardava all'insu' per scrutare il tratto di ascesa che ancora l'attendeva. Impossibile distinguerne la fine. Troppo lontana. Ma sarebbe arrivata. Una pietra, lanciatagli contro da qualcuno, lo colpi' al braccio. Provo' dolore. Volse la testa e un'altra pietra lo sfioro', mancandolo di poco. La pietra cadde a terra, e il rumore che fece lo sorprese. Chi e'? si chiese, scrutando attorno, in cerca del suo persecutore. I vecchi antagonisti che si manifestavano alla periferia del campo visivo; esso o essi, l'avevano seguito per tutta l'ascesa lungo la collina e avrebbero continuato fino alla cima. Si ricordava della sommita', dell'improvviso appianarsi del colle, quando finiva la salita e iniziava l'altra parte. Quante volte c'era gia' arrivato? Le svariate volte si confondevano; il futuro e il passato si confondevano; cio' di cui aveva gia' avuto esperienza e cio' di cui avrebbe avuto esperienza si fondevano, cosi' che nulla restava tranne l'attimo, lo stare immobile e il riposo durante il quale si toccava il taglio lasciato dalla pietra sul braccio. Dio, penso', spossato. Come puo' considerarsi giusto tutto questo? Perche' mi trovo quassu' tutto solo, perseguitato da un nemico che non riesco nemmeno a vedere? Ma poi, dentro di lui, il confuso brusio di tutti gli altri che si erano fusi in quel momento ruppe l'illusione di soli14 tudine. L'avete sentito anche voi?, penso'. Si', risposero le voci. Ci hanno colpito, al braccio sinistro; fa molto male. E va bene, disse. Sara' meglio rimettersi in movimento. Riprese a camminare e tutti gli altri immediatamente l'accompagnarono. Una volta, ricordo', era diverso. Prima che la maledizione arrivasse, in un periodo precedente della sua vita, molto piu' felice. I suoi genitori adottivi, Frank e Cora Mercer, l'avevano trovato in un canotto pneumatico che andava alla deriva dopo un incidente aereo al largo della costa del New England... o era la costa del Messico, vicino al porto di Tampico? Ora non ricordava piu' le circostanze nei dettagli. L'infanzia era stata piacevole: amava ogni forma di vita, specie gli animali; per un certo tempo era stato persino in grado di resuscitarli. Viveva insieme a conigli e insetti, dovunque si trovasse, sia sulla Terra che su un pianeta colonizzato; ma ora se n'era dimenticato, anche di quello. Ma si ricordava gli assassini, perche' l'avevano arrestato in quanto diverso, piu' speciale di qualsiasi altro speciale. E per questo tutto era cambiato. La legge locale vietava di esercitare la facolta' d'invertire il tempo grazie alla quale i morti tornavano alla vita; gliel'avevano spiegato chiaramente quando aveva sedici anni. Ma lui aveva continuato a esercitarla in segreto per un altro anno, nei boschi che erano stati risparmiati; un giorno, pero', un'anziana signora, che lui non aveva mai visto ne' sentito, fece la spia. Senza il consenso dei suoi genitori, loro - gli assassini - avevano bombardato lo strano nodulo che gli si era formato nel cervello, lo avevano attaccato con cobalto radioattivo, e cio' l'aveva fatto precipitare in un mondo diverso, di cui non aveva mai sospettato l'esistenza. Era una fossa piena di cadaveri e di ossa consunte, e per anni aveva lottato per uscirne. L'asino e soprattutto il rospo, le sue creature preferite, erano svanite, estinte; qui una testa senza occhi, la' una parte di zampa, rimanevano solo brandelli in putrefazione. Infine, un uccello che era venuto fin la' a morire gli disse dove si trovava. Era sprofondato giu' nel mondo della tomba. Non poteva uscirne finche' le ossa disseminate tutt'attorno a lui non si fossero ricostituite in creature viventi; era stato congiunto al metabolismo di altre vite e fino a che queste non sarebbero risorte nemmeno lui poteva risorgere. Quanto fosse durata quella parte del ciclo non lo sapeva; non era accaduto mai nulla di particolare, cosi' che il tempo era trascorso senza possibilita' di misura. Ma alla fine le ossa avevano riacquistato carne; le orbite vuote si erano riempite e i nuovi occhi erano tornati a vedere, mentre le bocche e i becchi ricostituiti avevano ripreso a cicaleggiare, abbaiare, miagolare. Forse c'era riuscito; forse il nodulo extrasensoriale gli era ricresciuto nel cervello. O forse non era stato lui a provocare la ricostituzione; molto probabilmente si era trattato di un processo naturale. Ad ogni modo non stava piu' sprofondando; aveva cominciato a salire, insieme agli altri. Da molto tempo li aveva persi di vista. Si era trovato ad arrampicarsi da solo, ormai era chiaro. Ma gli altri c'erano, continuavano ad accompagnarlo; li sentiva, che strano, dentro di se'. Isidore continuava a stringere le due maniglie e a provare l'esperienza di un io che conteneva ogni altro essere vivente, ma poi, sia pur riluttante, lascio' la presa. Doveva finire, come sempre; e poi il braccio gli doleva e sanguinava dove la pietra l'aveva colpito. Lasciando le maniglie controllo' il braccio, poi si diresse con passo malfermo verso il bagno dell'appartamento per lavarsi il taglio. Non era la prima ferita che si procurava mentre era in quello stato di fusione con Mercer e probabilmente non sarebbe stata l'ultima. Alcune persone, specie tra i piu' anziani, erano morte, quasi tutte, pero', piu' avanti, verso la sommita' del colle quando il tormento si intensificava. Chissa' se saro' in grado di affrontare di nuovo quella parte, disse tra se' mentre tamponava la ferita. C'e' pericolo di un arresto cardiaco: sarebbe meglio, penso', se vivessi in una citta' dove i palazzi hanno un dottore a disposizione con quelle macchine per l'elettrorianimazione. Qui, da solo in questo posto, e' troppo rischioso. 15 Ma sapeva che si sarebbe esposto di nuovo al rischio. Prima l'aveva sempre fatto. Come lo faceva la maggior parte delle persone, anche quelle piu' avanti negli anni, dal fisico fragile. Si asciugo' con un Kleenex il braccio colpito. Senti', attutito e lontano, il suono di una TV. C'e' qualcun altro nel palazzo, penso', tutto emozionato, stentando a crederci. Non e' la mia TV; questa e' lontana, sento la risonanza del pavimento. E' sotto, e' proprio a un altro piano! Non sono piu' solo qui, concluse. Un altro inquilino ha traslocato qui, s'e' preso uno degli appartamenti abbandonati, abbastanza vicino a me perche' riesca a sentirlo. Dev'essere il secondo o il terzo piano, di sicuro non piu' giu'. Allora? penso' rapidamente. Cosa si fa quando arriva un nuovo vicino? Si bussa a casa sua e gli si chiede qualcosa in prestito, si fa cosi', no? Non riusciva a ricordarsi; non gli era mai successo prima, ne' qui ne' in nessun altro luogo: le persone emigravano, se ne andavano, nessuno immigrava. Gli si' porta qualcosa, decise. Per esempio, una tazza d'acqua o meglio di latte; si', latte oppure farina o magari un uovo - o, per meglio dire, i loro surrogati. Guardando nel frigorifero - il compressore aveva smesso di funzionare da un pezzo trovo' un panetto di margarina dall'aspetto poco invitante. E, con la margarina in mano e il cuore in subbuglio, parti' tutto emozionato verso il piano sottostante. Devo star calmo, si disse. Non devo fargli sapere che sono un cervello di gallina. Se si accorge che sono un cervello di gallina nemmeno mi rivolge la parola; chissa' come mai succede sempre cosi'. Perche', poi? Si affretto' lungo il corridoio. 16 CAPITOLO TERZO Mentre si recava al lavoro Rick Deckard, come dio solo sa quanta altra gente, indugio' davanti alla vetrina di uno dei piu' grandi negozi di animali, nella via di San Francisco in cui erano concentrati. Al centro della vetrina che si estendeva per un intero isolato, uno struzzo, in una gabbia riscaldata di plastica trasparente, ricambiava il suo sguardo. L'uccello, secondo la targhetta sulla gabbia, era appena arrivato da uno zoo di Cleveland. Si trattava dell'unico struzzo della costa occidentale. Dopo averlo fissato per un po', Rick passo' qualche altro minuto a guardare torvo il cartellino del prezzo. Poi continuo' verso il Palazzo di Giustizia di Lombard Street e arrivo' al lavoro con quasi un quarto d'ora di ritardo. Mentre apriva la porta dell'ufficio, il suo superiore, l'ispettore di polizia Harry Bryant, dalle grandi orecchie e la capigliatura rossa, trasandato, ma con uno sguardo intelligente cui non sfuggiva niente che potesse avere la sia pur minima importanza, lo saluto'. "Ci vediamo alle nove e mezza nell'ufficio di Dave Holden". L'ispettore Bryant, mentre parlava, sfoglio' per un momento un blocco di fogli di carta velina scritti a macchina. "Holden", continuo', allontanandosi, "e' al Mount Zion Hospital con una ferita da laser alla schiena. Ne avra' per almeno un mese. Fino a che non riescono a impiantargli con successo una di quelle nuove sezioni di plastica organica nella colonna vertebrale". "Cos'e' successo?" chiese Rick, rabbrividendo. Il capo dei cacciatori di taglie del dipartimento il giorno prima stava benone; a fine giornata se n'era andato tranquillo con la sua aereomobile verso l'appartamento nell'affollata e prestigiosa zona di Nob Hill. Bryant ripete' borbottando l'appuntamento delle nove e mezza nell'ufficio di Dave e se ne ando', lasciando Rick solo. Mentre entrava nel proprio ufficio, Rick udi' la voce della segretaria, Ann Marsten, dietro di lui. "Signor Deckard, lo sa che cosa e' successo al signor Holden? Gli hanno sparato". Lo segui' nell'aria viziata dell'ufficio chiuso e accese il filtro dell'aria. "Si'", rispose assente. "Dev'esser stato uno di quei nuovi droidi superintelligenti messi in circolazione dall'Associazione Rosen", disse la signorina Marsten. "Ha letto il de'pliant della ditta e i fogli con le specifiche? L'unita' cerebrale Nexus-6 che usano adesso e' in grado di operare selezioni in un campo di due miliardi di miliardi di elementi, o su dieci milioni di sequenze neurologiche specifiche". Abbasso' la voce. "S'e' perso la videofonata di stamattina. Me l'ha detto la signorina Wild; e' passata per il centralino alle nove in punto". "Una chiamata da fuori?" chiese Rick. La Marsten rispose, "No, e' stato Bryant a chiamare la sede della W.P.O. in Russia. Chiedeva il loro parere sull'opportunita' di inviare una protesta formale scritta nei confronti del rappresentante per l'Est della Rosen". "Harry vuole ancora che l'unita' cerebrale Nexus-6 sia ritirata dal mercato?" Non ne fu sorpreso. Fin dalla prima comunicazione pubblica delle specifiche e dei grafici di prestazione nell'agosto del 1991, si erano levate le proteste della maggior parte dei corpi di polizia che avevano a che fare con droidi in fuga. "La polizia sovietica non puo' fare piu' di quanto possiamo fare noi", disse. Dal punto di vista legale, i produttori dell'unita' cerebrale Nexus-6 agivano nell'ambito della legge coloniale, dato che l'auto-fabbrica madre era su Marte. "Faremo meglio ad accettare la nuova unita' come un dato di fatto della nostra vita ", disse. "E' sempre stato cosi': ogni volta che hanno migliorato le unita' cerebrali il risultato e' stato questo. Mi vengono in mente le maledizioni che abbiamo lanciato quando la Sudermann ha tirato fuori il vecchio modello T-14 nel 1989. Tutti i corpi di polizia dell'Emisfero Occidentale protestarono vivacemente ritenendo che nessun test sarebbe stato in 17 grado di rivelarne la presenza, in caso di ingresso illegale da noi. In realta', per un po' ebbero ragione". Ripenso' ai piu' di cinquanta androidi T-14 che in un modo o nell'altro erano riusciti a sbarcare sulla Terra e non erano stati intercettati per un periodo che in qualche caso si era protratto anche per un anno intero. Ma poi l'Istituto Pavlov, in Unione Sovietica, ideo' il Test per l'Empatia di Voigt. E nessun androide T-14 - fino a quel momento, almeno per quanto era dato sapere - era riuscito a superare indenne quell'esame. "Vuoi sapere cos'ha detto la polizia russa?" chiese la Marsten. "So anche questo", aggiunse. Il viso rossastro, lentigginoso, era raggiante. "Lo sapro' da Harry Bryant". Era irritato; i pettegolezzi dell'ufficio lo urtavano perche' si rivelavano sempre piu' accurati della verita'. Sedendosi alla scrivania si mise a rovistare con ostentazione in un cassetto fino a che la segretaria, capita l'antifona, se ne ando'. Dal cassetto estrasse una busta marrone, vecchia e spiegazzata. Si appoggio' allo schienale e sollevo' un poco all'indietro l'imponente sedia, quindi rovisto' tra il contenuto della busta finche' non trovo' quello che cercava: i dati esistenti sul Nexus-6. Un attimo di lettura corroboro' le affermazioni della signorina Marsten; il Nexus-6 aveva davvero due miliardi di miliardi di elementi piu' una scelta nell'ordine di dieci milioni di possibili combinazioni di attivita' cerebrale. In 45 centesimi di secondo un androide equipaggiato con quella struttura di cervello poteva assumere una qualsiasi delle quattordici posizioni fondamentali di reazione. Be', nessun test d'intelligenza avrebbe identificato un droide del genere. Ma in fondo, i test d'intelligenza erano anni che non identificavano piu' un droide, dopo i successi ottenuti con i modelli primitivi e rozzi degli anni settanta. I modelli di androide equipaggiati con il Nexus-6, riflette Rick, quanto a intelligenza superavano diverse classi di umani speciali. In altre parole, gli androidi dotati della nuova unita' Nexus-6 erano piu' evoluti - se si considerava la questione da un punto di vista generale, distaccato e pragmatico - di una fetta consistente - ma inferiore - del genere umano. Che piacesse o meno, il servo era in alcuni casi divenuto piu' abile e sagace del padrone. Ma ormai erano disponibili nuovi indici di rendimento, ad esempio quelli ricavati dal Test per l'Empatia di Voigt-Kampff, che fornivano criteri di giudizio sicuri. Un androide, non importa quanto ben dotato di mera capacita' intellettuale, non riusciva in alcun modo a comprendere la fusione che aveva sempre luogo tra i seguaci del Mercerianesimo - un'esperienza che lui, e praticamente chiunque altro, compresi i cervelli di gallina subnormali, riuscivano a dominare senza difficolta'. Come la maggior parte delle persone, Rick si era spesso chiesto quale fosse il vero motivo per cui un androide girava a vuoto senza speranza quando veniva sottoposto a un test per la misurazione dell'empatia. L'empatia, evidentemente, esisteva solo nel contesto della comunita' umana, mentre qualche grado di intelligenza si poteva trovare in qualsiasi specie e ordine animale, arachnida compresi. La facolta' empatica, tanto per cominciare, richiedeva probabilmente un istinto di gruppo integro; un organismo solitario, per esempio un ragno, non saprebbe cosa farsene; anzi, l'empatia tenderebbe ad atrofizzare la capacita' di sopravvivenza del ragno. Lo renderebbe conscio del desiderio di vivere insito nella preda. Di conseguenza tutti i predatori, compresi i mammiferi altamente evoluti, come i felini, morirebbero di fame. L'empatia, aveva concluso una volta, deve limitarsi agli erbivori o comunque agli onnivori, che possono astenersi da una dieta a base di carne. Perche', in fondo, il dono dell'empatia rendeva indistinti i confini tra vittima e carnefice, tra chi ha successo e chi e' sconfitto. Come anche nello stato di fusione con Mercer, tutti salivano insieme o, quando il ciclo aveva raggiunto la sua conclusione, tutti precipitavano insieme nell'abisso del mondo della tomba. Era strano: sembrava una specie di assicurazione biologica, ma a doppio taglio. Fintantoche' una creatura provava un po' di gioia, la condizione di tutte le altre creature comprendeva un frammento di gioia. Pero', se un essere vivente soffriva, allora per tutti gli 18 altri quell'ombra non poteva essere completamente dissolta. Un animale di gruppo come l'uomo poteva conseguire un maggiore fattore di sopravvivenza grazie a questo fenomeno; un gufo o un cobra ne sarebbero stati distrutti. Evidentemente il robot umanoide apparteneva alla classe dei predatori solitari. A Rick piaceva considerarli a questa stregua; rendeva il suo lavoro piu' accettabile. Nel ritirare - cioe' uccidere - un droide, lui cosi' non violava la fondamentale regola di vita dettata da Mercer: Uccidete solo gli assassini, aveva detto Mercer agli uomini l'anno in cui le scatole empatiche avevano fatto la loro prima apparizione sulla Terra. E nella dottrina Merceriana, man mano che si evolveva in una completa teologia, il concetto di Assassini era cresciuto insidiosamente. Nel Mercerianesimo, un male assoluto si accaniva sul mantello consunto del vecchio malfermo impegnato nell'ascesa, ma non era mai chiaro chi o cosa fosse questa presenza maligna. Un Merceriano percepiva il male senza comprenderlo. Per dirla in un altro modo, un Merceriano era libero di localizzare la presenza nebulosa degli Assassini dovunque gli paresse opportuno. Per Rick Deckard un robot umanoide sfuggito a ogni controllo, che aveva ucciso il proprio padrone, che era stato dotato di un'intelligenza maggiore di quella di molti esseri umani, che non aveva alcun rispetto per gli animali, che non aveva alcuna capacita' di provare gioia empatica per il successo ottenuto da un'altra forma di vita o per il dolore da essa provato in seguito a una sconfitta - tutto questo, per lui, simbolizzava e incarnava gli Assassini. Pensare agli animali gli fece ricordare lo struzzo che aveva visto al negozio. Mise per un attimo da parte le note con le specifiche dell'unita' cerebrale Nexus-6, prese un pizzico del tabacco da fiuto di Mrs Siddons' numero 3 & 4 e si mise a riflettere. Poi consulto' l'orologio, vide che c'era tempo; alzo' il ricevitore del videofono e disse alla signorina Marsten: "Per favore, mi chiami il Negozio di Animali Cane Contento di Sutter Street" "Sissignore", rispose la Marsten, e apri' la rubrica telefonica. Non possono volere davvero tutti quei soldi per lo struzzo, disse tra se' e se' Rick. Magari si aspettano che il cliente si metta a tirare sul prezzo, come ai vecchi tempi. "Cane Contento, prego", annuncio' una voce maschile, e sul videoschermo di Rick apparve un faccino allegro. Sullo sfondo si sentivano vari versi d'animali. "Chiamo per quello struzzo che avete in vetrina", disse Rick giocherellando con un posacenere di ceramica sulla scrivania. "Che tipo di anticipo dovrei lasciarvi?" "Un attimo", rispose il venditore cercando una penna e un blocco per appunti. "Un anticipo di un terzo". Riflette. "Le posso chiedere, signore, se ha intenzione di permutare qualcosa?" Guardingo, Rick disse, "no... non ho ancora deciso". "Diciamo che per lo struzzo possiamo stipulare un contratto di trenta mesi", disse il venditore. "A un tasso di interesse basso, veramente basso, del sei per cento al mese. A queste condizioni la sua rata mensile, dopo un ragionevole acconto, sarebbe..." "Dovete ridurre le vostre richieste", disse Rick. "Togliete duemila dollari e non permutero' nulla; tutto contante". Dave Holden, riflette, e' fuori gioco. Potrebbe voler dire molto… a seconda di quanti incarichi ci saranno nel prossimo mese. "Signore", disse il venditore di animali, "la nostra offerta e' gia' mille dollari sotto il valore di listino. Controlli pure sul Sidney, io resto in linea. Voglio che veda con i suoi occhi, signore, che il nostro e' un buon prezzo". Cristo santo, penso' Rick. Questi non mollano mica. Pero', tanto per provare, estrasse il malconcio catalogo Sidney dalla tasca della giacca, cerco' struzzo virgola maschio/femmina, vecchio/giovane, malato/sano, nuovo/usato, ed esamino' i prezzi. "Nuovo, maschio, giovane, sano", lo informo' il venditore. "Trentamila dollari". Anche lui stava consultando il Sidney. "Siamo proprio mille dollari sotto il prezzo di listino. Quindi, il suo anticipo..." 19 "Ci penso su", disse Rick, "e vi richiamo". Fece per riattaccare. "Il suo nome, signore?" chiese pronto il venditore. "Frank Merriwell", disse Rick. "E il suo indirizzo, signor Merriwell? Nel caso io non ci sia quando richiama". Si invento' un indirizzo e abbasso' il ricevitore. Tutti quei soldi, penso'. Eppure la gente li compra; c'e' gente che ha tutti quei soldi. Riprendendo il ricevitore, disse brusco, "Mi dia una linea esterna, signorina Marsten. E non stia a origliare la conversazione; sono questioni riservate". La guardo' minaccioso. "Sissignore", disse la segretaria. "Faccia pure il numero". Quindi si escluse dalla linea, lasciandolo ad affrontare da solo il mondo esterno. Compose - a memoria - il numero del negozio di animali finti presso il quale aveva acquistato la sua simil-pecora. Sul piccolo videoschermo apparve un uomo vestito da veterinario. " Qui e' il Dottor McRae", si presento' l'uomo. "Sono Deckard. Quanto viene uno struzzo elettrico?" "Oh, direi che potremmo accontentarla per meno di ottocento dollari. Che urgenza ha per la consegna? Dobbiamo farlo fare appositamente per lei; non c'e' molta richiesta per..." "La richiamo dopo", lo interruppe Rick; sbirciando l'orologio aveva visto che s'erano fatte le nove e mezza. "La saluto". Riattacco' in fretta, si alzo' e in un attimo si trovo' di fronte alla porta dell'ufficio dell'ispettore Bryant. Passo' di fronte alla segretaria di Bryant - bella figliola, con trecce argentee lunghe fino alla vita- e quindi di fronte alla sua assistente, un mostro ancestrale uscito dagli acquitrini giurassici, gelida e subdola, come un'apparizione arcaica segregata nel mondo della tomba. Nessuna delle due donne gli rivolse la parola, ne' lo fece lui. Aprendo la porta interna fece un cenno al suo superiore, che era al telefono. Una volta seduto, riprese in mano le specifiche del Nexus-6 che si era portato dietro e le rilesse ancora una volta mentre l'ispettore continuava a parlare. Si sentiva depresso. Eppure, secondo logica, a causa dell'improvvisa sparizione di Dave dal mondo del lavoro, avrebbe dovuto essere almeno cautamente compiaciuto. 20 CAPITOLO QUARTO Forse ho paura, ipotizzo' Rick Deckard, che quel che e' accaduto a Dave possa succedere anche a me. Un droide cosi' furbo da beccar lui con il laser probabilmente potrebbe sorprendere anche me. Ma no, non sembrava che fosse questo. "Vedo che ti sei portato il foglio illustrativo di quella nuova unita' cerebrale", disse l'ispettore Bryant riattaccando il videofono. "Gia', le voci corrono. Quanti droidi ci sono di mezzo e a che punto era arrivato Dave?" "Almeno otto", disse Bryant, consultando il taccuino. "Dave ha beccato i primi due". "E gli altri sei sono qui nella California settentrionale?" "Per quanto se ne sa. Comunque, e' quello che pensa Dave. E' con lui che stavo parlando. Ho i suoi appunti: erano sulla sua scrivania. Dice che tutto quello che sa sta qui". Bryant dette un colpetto ai fogli. Per il momento, pero', non sembrava intenzionato a consegnare gli appunti a Rick; per chissa' quale ragione continuava a sfogliarli, aggrottando le sopracciglia e muovendo la lingua da un angolo all'altro della bocca. "Non ho impegni", propose Rick. "Sono pronto a prendere il posto di Dave". Assorto in chissa' quali pensieri, Bryant disse: "Dave utilizzava la scala modificata VoigtKampff per esaminare i sospetti. Tu sai bene - o almeno, dovresti saperlo - che questo test non e' specifico per le nuove unita' cerebrali. Nessun test lo e'; la scala Voigt, modificata tre anni fa da Kampff, e' il meglio di cui disponiamo". Fece una pausa, pensieroso. "Dave la reputava accurata. Forse lo e'. Ma ti do un suggerimento, prima che tu parta alla caccia di questi sei". Di nuovo dette un colpetto agli appunti. "Vola a Seattle e fai quattro chiacchiere con qualcuno della Rosen. Fa' in modo che ti forniscano un campionario rappresentativo dei modelli che impiegano la nuova unita' Nexus-6". "E li sottopongo al test Voigt-Kampff", continuo' Rick. "Sarebbe troppo facile", mormoro' Bryant, come se parlasse a se stesso. "Scusa?" "Credo che parlero' io stesso con i dirigenti della Rosen, mentre sei in viaggio" disse Bryant. Quindi guardo' Rick, in silenzio. Infine emise un rumoroso sospiro, si rosicchio' un'unghia, e infine si decise a dire quel che voleva dire. "Ho intenzione di discutere con loro la possibilita' di esaminare degli esseri umani insieme ai loro nuovi androidi. Ma tu non saprai quali sono. Sara' una decisione presa da me d'accordo con i costruttori. Dovrebbe esser tutto pronto per quando arrivi". Punto' l'indice all'improvviso verso Rick, con un'espressione molto seria. "E' la prima volta che agisci nella veste di cacciatore capo. Dave sa un sacco di cose; ha anni di esperienza alle spalle". "Anch'io ne ho", disse Rick teso. "Hai assolto incarichi che ti venivano dal programma di Dave; lui ha sempre scelto con cura quali passarti e quali non passarti. Ma ora ti toccano sei individui che aveva deciso di ritirare da solo - e uno di loro e' riuscito a beccarlo. Questo qui". Bryant fece ruotare gli appunti in modo che Rick potesse vedere. "Max Polokov", disse Bryant. "Cosi' si fa chiamare, almeno. Presumendo che Dave non si sbagliasse. Tutto si basa su questa ipotesi, l'intera lista. Eppure la scala modificata Voigt-Kampff e' stata somministrata solo ai primi tre, i due che Dave ha ritirato e poi a Polokov. E' stato durante il test; e' allora che Polokov l'ha attaccato con il laser". "Il che comprova che Dave aveva ragione", disse Rick. "Altrimenti non gli avrebbe sparato con il laser; Polokov non ne avrebbe avuto alcun motivo". "Comincia ad andare a Seattle", disse Bryant. "All'inizio non devi dire niente; me ne occupo io. Sta' bene a sentire". Si alzo' e guardo' Rick dritto negli occhi con aria molto seria. 21 "Quando usi la scala Voigt-Kampff lassu', se uno degli umani non supera l'esame..." "E' impossibile", disse Rick. "Un giorno, qualche settimana fa, discutevo proprio di questo con Dave. Aveva seguito le stesse linee di pensiero. Io ho ricevuto una circolare dalla polizia sovietica, proprio dalla W.P.O., diffusa sulla Terra e sulle colonie. A Leningrado un gruppo di psichiatri ha contattato la W.P.O. con la seguente proposta: vogliono i piu' recenti e piu' accurati strumenti d'analisi per il profilo della personalita' utilizzati nello stabilire la presenza di androidi - in altre parole, la scala di Voigt-Kampff -per applicarli a un gruppo specificamente selezionato di pazienti umani, schizoidi e schizofrenici. Quelli, in particolare, che manifestano il cosiddetto "appiattimento dell'affetto". Credo tu ne abbia sentito parlare". Rick disse, "E' specificamente quello che la scala misura". "Quindi comprendi bene quello che li preoccupa". "Il problema e' sempre esistito. Fin da quando ci sono capitati gli androidi che si fanno passare per umani. L'opinione della polizia e' concorde, e' ti e' nota dall'articolo di Lurie Kampff, scritto otto anni fa. Blocco dell'Assunzione di Ruolo nello Schizofrenico non Compromesso. Kampff confronto' la ridotta facolta' empatica di alcuni pazienti psichiatrici umani con alcuni dati superficialmente simili, ma in realta'..." "Gli psichiatri di Leningrado", lo interruppe in modo brusco Bryant, "ritengono che una esigua classe di esseri umani non sia in grado di superare il test di Voigt-Kampff. Se tu li sottoponessi al test nell'ambito di un'operazione di polizia li classificheresti come dei robot umanoidi. Tu avresti commesso un errore... ma loro nel frattempo sarebbero morti". Rimase in silenzio, adesso, in attesa della risposta di Rick. "Ma questi individui", disse Rick, " si dovrebbero trovare..." "Sarebbero tutti rinchiusi in istituti ", ne convenne Bryant. "Non si puo' concepire una loro vita nel mondo esterno; certo non potrebbero non essere notati come psicotici in fase avanzata - a meno che il loro problema mentale non sia insorto da poco e all'improvviso, e nessuno se ne sia ancora accorto. E questo potrebbe accadere". "Una probabilita' su un milione", disse Rick. Ma si rese conto del problema. "Quello che preoccupava Dave", continuo' Bryant, "e' la comparsa di questo nuovo modello avanzato di Nexus-6. I dirigenti della Rosen ci hanno assicurato, come sai, che un Nexus-6 puo' essere identificato da un test di profilo standard. Abbiamo preso per buona la loro parola. Adesso ci troviamo costretti, come in fondo ci aspettavamo sarebbe successo, a determinare da noi questi profili. E' questo che dovrai fare a Seattle. Capisci bene, no?, che ci si potrebbe sbagliare in un verso o nell'altro. Se non riesci a individuare tutti i robot umanoidi, allora significa che non disponiamo piu' di uno strumento d'analisi affidabile e che non troveremo mai quelli che sono gia' sfuggiti. Se invece la tua scala seleziona un soggetto umano e lo identifica come androide...", Bryant lo fisso' gelido. "Sarebbe scomodo e pericoloso, anche se nessuno, certo non quelli della Rosen, renderebbe pubblica la notizia. Di fatto penso che la potremmo tenere sotto controllo finche' vogliamo, anche se naturalmente dovremo informare la W.P.O. che a sua volta informerebbe Leningrado. A lungo andare ci salterebbe in faccia dalle pagine dei giornali. Ma a quell'epoca potremmo gia' aver ideato un test migliore". Alzo' il telefono. "Vuoi partire? Usa un'auto del Dipartimento e fatti il pieno da solo ai nostri distributori". Alzandosi, Rick chiese: "Posso portare gli appunti di Dave Holden? Voglio leggerli durante il viaggio". Bryant rispose: "Aspettiamo che tu abbia sperimentato il test a Seattle". Aveva un interessante tono spietato, e Rick Deckard lo noto'. Quando parcheggio' l'aereomobile del dipartimento di polizia sulla terrazza del Palazzo dell'Associazione Rosen a Seattle, vide una ragazza che lo aspettava. Era snella, con i ca22 pelli neri, e portava enormi occhiali di nuovo modello per filtrare la polvere: si avvicino' alla macchina, le mani ficcate nelle tasche del lungo cappotto a strisce vivaci. Sul piccolo volto dai lineamenti molto marcati, aveva un'espressione di torva avversione. "Che c'e' che non va?" le chiese Rick nello scendere dalla macchina. La ragazza rispose, in modo evasivo: "Oh, non so. Qualcosa nel tono con cui si sono rivolti a noi al telefono. Non importa". Senza preavviso protese la mano; lui gliela strinse pensoso. "Sono Rachael Rosen. Il signor Deckard, suppongo". "Non e' stata un'idea mia", ribatte' lui. "Si', l'ispettore Bryant ce l'ha detto. Ma lei rappresenta ufficialmente il Dipartimento di Polizia di San Francisco, il quale non crede che l'unita' da noi prodotta contribuisca al benessere pubblico". Lo squadro' da sotto le lunghe ciglia, probabilmente finte. Rick disse: "Un robot umanoide e' come qualunque altra macchina; puo' oscillare con molta facilita' tra l'essere un beneficio o un pericolo. La parte benefica non ci riguarda". "Ma se costituisce un pericolo", disse Rachael Rosen, "allora intervenite voi. E vero, signor Deckard, che lei e' un cacciatore di taglie?" Per tutta risposta Rick alzo' le spalle, poi, con riluttanza, annui'. "Per lei non c'e' niente di strano nel considerare un androide come una cosa inerte", disse la ragazza. "Cosi' lo puo' "ritirare", come si suoi dire". "Avete preparato il gruppo selezionato per me?" chiese Rick. "Vorrei..." Non fini' la frase. Perche', tutto d'un tratto, aveva visto i loro animali. Un'azienda molto potente, si rese conto, e' certo in grado di permetterseli. A livello inconscio, evidentemente, s'era aspettato di trovare una collezione del genere; non era sorpresa quella che provava quanto piuttosto una specie di struggimento. Si allontano' adagio dalla ragazza, verso il recinto piu' vicino. Li sentiva gia', gli odori diversi delle creature ritte o sedute o, come nel caso di quello che pareva essere un orsetto lavatore, addormentate. Non aveva mai visto di persona, in vita sua, un orsetto lavatore. Conosceva l'animale solo attraverso i documentari tridimensionali della televisione. Non si sa per quale motivo, la polvere aveva colpito quella specie quasi con la stessa durezza con cui aveva preso gli uccelli - dei quali non ne sopravviveva quasi nessuno, ormai. Con un riflesso automatico tiro' fuori il suo consunto catalogo Sidney e cerco' orsetto lavatore, con tutte le voci specifiche. I prezzi, naturalmente, erano stampati in corsivo; come i cavalli percheron, non ne esisteva nessuno sul mercato, per nessuna cifra. Il catalogo Sidney si limitava a riportare il prezzo pagato quando aveva avuto luogo l'ultima transazione riguardante un orsetto lavatore. Una cifra astronomica. "Si chiama Bill", intervenne la ragazza alle sue spalle. "Bill l'orsetto lavatore. L'abbiamo acquistato l'anno scorso da un'azienda affiliata". Fece un cenno oltre di lui, e Rick si rese allora conto della presenza di guardie giurate armate di mitragliette, quelle piccole e leggere a fuoco rapido prodotte dalla Skoda. Le guardie gli avevano tenuto gli occhi addosso fin dal momento che era atterrato. Eppure, penso', la mia macchina e' chiaramente identificata come un veicolo della polizia. "Uno dei colossi tra i produttori di androidi", disse pensoso, "investe il surplus di capitale in animali vivi". "Guardi la civetta", disse Rachael Rosen. "Ecco, la sveglio per lei". Si avvio' verso una piccola gabbia distante, al centro della quale spiccavano i rami secchi di un albero. Le civette non esistono piu', stava per dire. O cosi' ci dicono. Il Sidney, penso', nel catalogo sono elencate come estinte: il piccolo simbolo, la E, si stagliava netto pagina dopo pagina per tutto il catalogo. Mentre la ragazza lo precedeva volle comunque controllare, e vide che aveva ragione. Il Sidney non sbaglia mai, disse tra se'. Anche questo lo sappiamo bene. Di che altro possiamo fidarci? "E' artificiale", esclamo', come se all'improvviso se ne fosse reso conto; il disappunto gli 23 sgorgo' dentro con acuta intensita'. "No", sorrise lei, e Dick vide che aveva piccoli denti regolari, bianchi quanto gli occhi e i capelli erano neri. "Ma il listino del Sidney..." disse cercando di mostrarle il catalogo a mo' di prova. La ragazza rispose: "Noi non compriamo mica dal Sidney, ne' da altri commercianti di animali. Tutti i nostri acquisti provengono da privati e le cifre che paghiamo non stanno in alcun listino". Aggiunse: "Inoltre abbiamo i nostri naturalisti; adesso sono impegnati in Canada. C'e' rimasta ancora un bel po' di foresta lassu', quantomeno in termini relativi. Quanto basta per gli animali di piccola taglia e di tanto in tanto un uccello". Rick rimase a fissare per parecchio tempo la civetta che sonnecchiava sul trespolo. Gli vennero in mente mille pensieri, pensieri sulla guerra, sui giorni in cui le civette erano come piovute dal cielo; si ricordo' di quando durante la sua infanzia si era scoperto che una specie dopo l'altra era scomparsa e di come i giornali ne parlassero ogni giorno - le volpi un mattino, i tassi il seguente, finche' la gente aveva smesso di leggere questi perpetui annunci mortuari degli animali. Penso', anche, al suo bisogno di un animale vero; dentro di lui si manifesto' ancora una volta un vero e proprio risentimento nei confronti della pecora elettrica, che lui doveva tenere e curare come se fosse viva. La tirannia di un oggetto, penso'. Non sa neanche che io esisto. Come gli androidi, non e' in grado di rendersi conto dell'esistenza di un altro. Non aveva mai pensato in questi termini prima d'allora, non aveva mai considerato l'analogia che c'era tra un animale elettrico e un droide. L'animale elettrico, medito', potrebbe venire considerato una subspecie dell 'androide, un tipo di robot assai inferiore ad esso. O, al contrario, si poteva considerare l'androide una versione altamente sviluppata ed evoluta dell'animale finto. Entrambi i punti di vista gli ripugnavano. "Se vendeste la civetta", chiese alla giovane Rachael Rosen, "quanto vorreste, e che percentuale in anticipo?" "Non venderemo mai la nostra civetta". Lo osservava con un misto di piacere e di commiserazione; o cosi' gli parve di leggere l'espressione apparsa sul volto della ragazza. "E anche se lo vendessimo, lei non sarebbe mai in grado di pagare quel prezzo. Che animale ha a casa?" "Una pecora", disse. "Una pecora del Suffolk dal muso nero". "Allora dovrebbe essere contento". "Sono contento", rispose. "Solo che ho sempre voluto una civetta, anche prima che cadessero tutte morte stecchite". Si corresse. "Tutte tranne la vostra". Rachael disse: "II nostro attuale programma intensivo come anche il piano globale prevede ora una ricerca per procurarci un'altra civetta che possa accoppiarsi con Scrappy". Indico' la civetta che sonnecchiava sul trespolo; aveva per un istante aperto entrambi gli occhi, fessure gialle i cui margini si ricongiunsero allorche' la civetta si riaccinse a continuare il suo sonno. Il petto le si alzo' e riabbasso' in modo alquanto evidente, come se la civetta, in quello stato ipnagogico, avesse profondamente sospirato. Staccandosi da quella vista - che fondeva un'amarezza assoluta con la sua precedente reazione di soggezione ammirata e di intenso desiderio - Rick disse: "Vorrei sottoporre all'esame il gruppo selezionato, adesso. Possiamo scendere?" "Mio zio ha risposto alla chiamata del suo superiore e ormai dovrebbe aver..." "Siete una famiglia?" l'interruppe Rick. "Un'impresa di queste dimensioni e' a conduzione familiare?" Completando la frase, Rachael disse: "Lo zio Eldon dovrebbe aver finito di preparare il gruppo di androidi e il gruppo di controllo. Andiamo". S'incammino' decisa verso l'ascensore, le mani di nuovo ficcate con forza nelle tasche del cappotto; non si volse a guardarlo, e lui esito' un attimo, seccato, prima di cominciare finalmente a seguirla. 24 "Che cos'ha contro di me?" le chiese mentre scendevano insieme. Lei ci riflette un po' su, come se fino ad allora non l'avesse saputo. "Insomma", disse infine, "lei, un semplice dipendente di un dipartimento di polizia, si trova in una posizione unica. Capisce cosa voglio dire?" Gli lancio' di traverso uno sguardo pieno di malizia. "Quanta della vostra produzione attuale", chiese Rick, "e' costituita dai modelli equipaggiati con il Nexus-6?" "Tutta", disse Rachael. "Sono sicuro che la scala Voigt-Kampff fara' il suo dovere con loro". "Altrimenti dovremo togliere dal mercato tutti i modelli con il Nexus-6". Gli occhi neri mandavano scintille; lo guardava in cagnesco mentre l'ascensore terminava la discesa e le porte scorrevoli si aprivano. "Siccome i vostri dipartimenti di polizia non sono all'altezza del facile compito di intercettare l'insignificante numero di Nexus-6 che sfuggono al controllo... " Un uomo anziano, magro e azzimato, si avvicino' loro con la mano protesa; sul volto aveva un'espressione di fastidio, come se negli ultimi tempi tutto avesse cominciato ad accadere in modo troppo rapido. "Eldon Rosen", si presento' a Rick mentre si stringevano la mano. "Senta, Deckard; si rende conto che noi non produciamo nulla qui sulla Terra, no? Non possiamo, come se nulla fosse, telefonare in fabbrica e chiedere che ci mandino subito tutta una gamma di articoli; non e' che non vogliamo o non intendiamo cooperare con lei. Comunque ho fatto tutto il possibile". Si passava incerto la mano sinistra tra i radi capelli. Accennando alla valigetta del dipartimento, Rick disse, "Sono pronto per cominciare". Il nervosismo del Rosen piu' anziano era per lui un'iniezione di fiducia. Hanno paura di me; se ne rese conto con improvvisa sorpresa. Anche Rachael Rosen. Probabilmente, posso davvero costringerli ad abbandonare la produzione dei loro modelli Nexus-6; quel che faro' nella prossima ora influenzera' l'intera struttura delle loro attivita'. Si puo' presumere che sia in grado di decidere il futuro dell'Associazione Rosen qui negli Stati Uniti, in Russia e su Marte. I due membri della famiglia Rosen lo studiavano con apprensione e senti' la vacuita' delle loro buone maniere; venendo qui aveva portato a loro il nulla, aveva fatto loro presagire il vuoto e il silenzio della morte economica. Hanno un potere incalcolabile, penso'. Questa impresa e' considerata uno dei fulcri industriali di tutto il sistema; la produzione di androidi, infatti, e' divenuta cosi' strettamente congiunta ai programmi di colonizzazione che se una delle due imprese cadesse in disgrazia, in breve tempo accadrebbe lo stesso anche all'altra. Ovviamente, l'Associazione Rosen questo lo sapeva benissimo. Eldon Rosen se n'era senz'altro reso conto sin dalla telefonata di Harry Bryant. "Se fossi in voi non mi preoccuperei troppo", disse Rick mentre i due Rosen gli facevano strada lungo un ampio corridoio ben illuminato. Lui si sentiva calmo e soddisfatto. Quest'attimo, piu' di qualsiasi altro che era in grado di ricordare, gli risulto' piacevole. Ben presto tutti avrebbero saputo cosa poteva fare - e cosa non poteva fare - il suo apparato per il test. "Se non avete alcuna fiducia nel test Voigt-Kampff", commento', "forse la vostra organizzazione avrebbe dovuto fare uno sforzo di ricerca per trovare un test alternativo. Si puo' dire che in parte la responsabilita' sia vostra. Oh, grazie". I Rosen l'avevano condotto dal corridoio in un elegante cubicolo arredato a mo' di salotto, con moquette, lampadari, divano e dei tavolini moderni sui quali c'erano riviste recenti... compreso, noto', il supplemento di febbraio del catalogo Sidney, che non aveva ancora visto. Anzi, il supplemento di febbraio non sarebbe stato ancora in vendita per altri tre giorni. Era evidente che l'Associazione Rosen aveva un rapporto particolare con la Sidney. Urtato, prese in mano il supplemento. "Questa e' una violazione dei diritti del pubblico. Nessuno dovrebbe avere informazioni anticipate sui cambiamenti di prezzo". Anzi, la si po25 teva considerare una violazione dello statuto federale; cerco' di ricordarsi con esattezza quale fosse la legge, ma si rese conto che non ci riusciva. "Questo lo sequestro io", disse e, aperta la valigetta, vi lascio' cadere dentro il supplemento. Dopo una pausa di silenzio, Eldon Rosen disse, in tono scocciato: "Senta, agente, non fa mica parte della nostra politica aziendale indurre i fornitori a darci in anticipo..." "Non sono un agente", disse Rick. "Sono un cacciatore di taglie". Dalla valigetta aperta estrasse l'apparato Voigt-Kampff, si sedette a un tavolinetto da caffe' in palissandro, e comincio' a montare la relativamente semplice apparecchiatura poligrafica. "Potete far entrare il primo candidato", comunico' a Eldon Rosen, che ora aveva un aspetto piu' stravolto che mai. "Vorrei assistere", intervenne Rachael, sedendosi anche lei. "Non ho mai visto un test per l'empatia. Cosa misurano quegli apparecchi?" "Questo..." disse Rick, mostrandole un disco adesivo piatto dal quale pendevano dei fili, "misura la dilatazione dei capillari nell'area facciale. Sappiamo che si tratta di una risposta autonoma primaria, quel che comunemente viene definito "arrossire" o "vergognarsi", una reazione a uno stimolo che colpisce interiormente. Non la si puo' controllare volontariamente, come invece si riesce a fare con la conduttivita' della cute, la respirazione, la frequenza cardiaca". Le fece vedere l'altro strumento, una torcia elettrica sottile come una matita. "Questo strumento, invece, registra le fluttuazioni di tensione dei muscoli oculari. Simultaneamente al fenomeno dell'arrossire in genere si puo' rilevare un minuscolo ma misurabile movimento dei..." "Tutte cose che non si possono rilevare negli androidi", disse Rachael. "Perlomeno, non innescate dalle domande-stimolo; no. Anche se da un punto di vista biologico ci sono. Potenzialmente". Rachael disse: "Mi sottoponga al test". "Perche'?" chiese Rick, perplesso. Intervenendo con la sua voce rauca, Eldon Rosen spiego': "L'abbiamo scelta come primo soggetto. Potrebbe anche essere un androide. Noi speriamo che lei sia in grado di dirlo con esattezza". Si sedette con una serie di movimenti impacciati, tiro' fuori una sigaretta, l'accese e si dispose ad assistere al test. 26 CAPITOLO QUINTO Il sottile fascio di luce bianca rimaneva fisso nell'occhio sinistro di Rachael Rosen, mentre la piastra con il fascio di fili le aderiva alla guancia per mezzo di una ventosa. La ragazza pareva calma. Seduto in modo da poter vedere le misurazioni sui due quadranti dell'apparato per il test di Voigt-Kampff, Rick Deckard disse: "Le descrivero' un certo numero di situazioni. Lei dovra' reagire nel modo piu' veloce possibile. Naturalmente prendero' il tempo di reazione". "E naturalmente", disse Rachael con tono distaccato, "le mie risposte verbali non contano nulla. Utilizzera' come indici soltanto le reazioni dei muscoli oculari e dei capillari. Ma rispondero' lo stesso; voglio sottopormi a..." S'interruppe. "Proceda pure, signor Deckard ". Rick, scelta la domanda numero tre, disse: "Per il suo compleanno le regalano un portafoglio di cuoio". Entrambi i quadranti registrarono una risposta che superava il settore verde e arrivava nel rosso; gli aghi sventagliarono con violenza e poi si fermarono. "Non l'accetterei", disse Rachael. "E poi denuncerei alla polizia la persona che me l'ha dato". Dopo aver buttato giu' un appunto Rick continuo', passando all'ottava domanda del questionario di Voigt-Kampff. "Suo figlio le mostra una collezione di farfalle, e anche il barattolo che usa per ucciderle". "Lo porterei dal dottore". La voce di Rachael era bassa ma ferma. Di nuovo le due lancette registrarono una risposta, ma stavolta non andarono altrettanto lontano. Annoto' anche questo. "Sta guardando la TV", continuo', "e all'improvviso s'accorge che una vespa le si e' posata sul polso". "L'ammazzerei subito", rispose pronta Rachael. Le lancette, stavolta, non registrarono quasi nulla: solo un debole tremore di un attimo. Lui l'annoto' e scelse con molta attenzione la domanda successiva. "Su una rivista trova un fotocolor a piena pagina di una ragazza nuda". Fece una pausa. "E un esame per scoprire se sono un androide", chiese Rachael, acida, "o se sono omosessuale? " Le lancette non si mossero. Rick continuo': "A suo marito la fotografia piace". Le lancette ancora non indicavano alcuna reazione. "La ragazza", aggiunse, "e' sdraiata a pancia sotto su una grande, bellissima pelle d'orso". Le lancette rimasero inerti, e Rick si disse: Tipica reazione da androide. Non coglie l'elemento piu' importante, la pelliccia dell'animale morto. La mente della ragazza - o della cosa - si concentra su altri fattori. "Suo marito appende la fotografia a un muro dello studio", concluse, e stavolta gli aghi si mossero. "Di sicuro non glielo lascerei fare", disse Rachael. "OK", disse lui, annuendo. "Vediamo quest'altra. Sta leggendo un romanzo scritto ai vecchi tempi, prima della guerra. I personaggi sono al Fisherman's Wharf di San Francisco. Hanno fame e cosi' entrano in un ristorante famoso per il pesce. Uno di loro ordina un'aragosta, e lo chef tuffa il crostaceo in una pentola d'acqua bollente sotto gli occhi di tutti". "Oddio!" esclamo' Rachael. "Che orrore! Facevano davvero cosi'? Che perversi! Ma davvero, un'aragosta viva?" Le lancette, pero', non reagirono. Dal punto di vista formale, una risposta esatta. Ma simulata. "Affitta una casa in montagna", disse Rick, "in una zona ancora verde. E' costruita in travi di pino rustiche e ha un enorme camino". "Va bene", disse Rachael, annuendo impaziente. "Alle pareti sono state appese delle vecchie carte geografiche, delle stampe di Currier e 27 Ives, e sopra al camino e' stata messa la testa di un cervo, un maschio adulto dalle corna ramificate. Alle persone che sono con lei l'arredamento piace e decidete..." "Non con quella testa di cervo", interruppe Rachael. Le lancette, pero', oscillarono solo nel settore verde. "Rimane incinta", continuo' Rick, "di un uomo che le ha promesso di sposarla. Ma costui se ne va via con un'altra donna, la sua migliore amica; lei abortisce e..." "Non abortirei mai", disse Rachael. "E comunque non si puo'. C'e' l'ergastolo e la polizia vigila continuamente". Stavolta entrambi gli aghi sventagliarono violentemente fino al rosso. "Che ne sa?" le chiese Rick, curioso. "Di quanto e' difficile abortire?" "Lo sanno tutti", rispose Rachael. "Mi sembrava che lei parlasse per esperienza personale". Si concentro' sulle lancette; di nuovo oscillarono per quasi tutta l'ampiezza del quadrante. "La prossima. Una sera esce con un uomo che le chiede di andare nel suo appartamento. Le offre da bere. Mentre gli porge il bicchiere coglie uno scorcio della camera da letto; e' abbellita da manifesti che annunciano una corrida, e lei entra nella stanza per vederli un po' piu' da vicino. Lui la segue e chiude la porta. Le cinge le spalle e dice..." Rachael lo interruppe: "Cos'e' il manifesto di una corrida?" "Sono disegni, di solito a colori e molto grandi, di un torero con la cappa e di un toro che tenta di incornarlo". Era sconcertato. "Quanti anni ha?" chiese; l'eta' poteva essere un fattore di rilievo. "Diciotto", disse Rachael. "Va bene, allora il tipo chiude la porta e mi mette il braccio sulle spalle. Cosa dice?" Rick disse, "Sa come andava a finire una corrida?" "Immagino che qualcuno finiva per farsi del male". "Il toro, alla fine, veniva sempre ammazzato". Attese, fissando i due aghi. Palpitavano senza posa, ma niente piu'. Praticamente non segnavano nulla. "L'ultima domanda", annuncio'. "E' in due parti. Sta guardando un vecchio film alla TV, un film di prima della guerra. Siamo nel pieno di un banchetto e gli ospiti degustano ostriche crude". "Che schifo!" esclamo' Rachael; gli aghi scattarono veloci. "Il piatto principale", continuo' Rick, "era cane bollito con ripieno di riso". Gli aghi si mossero di meno stavolta, meno di quanto s'erano mossi per le ostriche crude. "Per lei le ostriche crude sono piu' accettabili di una piatto di cane bollito? Evidentemente no". Ripose la matita, spense il fascio di luce, le tolse la ventosa dalla guancia. "E' un androide", disse. "L'esame e' finito: questa e' la conclusione del test", comunico' alla ragazza - o, piuttosto, alla cosa - e a Eldon Rosen, che lo guardava con estrema preoccupazione; la faccia del vecchio si deformo', in preda all'ira e alla preoccupazione. "Ho ragione, no?" chiese Rick. Nessuno dei due Rosen rispose. "Sentite", disse conciliante. "Non c'e' conflitto d'interesse; per me che il Voigt-Kampff funzioni e' importante quasi quanto lo e' per voi". Il maggiore dei Rosen disse, "Non e' un androide". "Non ci credo", ribatte' Rick. "Perche' dovrebbe mentire?" intervenne Rachael. "Caso mai mentirebbe nell'altro senso ". "Voglio che su di lei venga effettuata un'analisi del midollo osseo", le disse Rick. "Lo si puo' determinare da un punto di vista organico se lei e' un androide o no; richiede tempo e provoca dolore, lo ammetto, ma..." "Da un punto di vista legale", disse Rachael, "non mi si puo' costringere a sottoponili all'analisi del midollo osseo. E' gia' stato stabilito in giudizio; costituirebbe un atto di autoincriminazione. E comunque, su un soggetto vivente - non sul cadavere di un androide ritirato - ci vuole troppo tempo. Lei ha la possibilita' di somministrare il dannato test di Voigt28 Kampff per via degli speciali; quelli bisogna sottoporli di continuo a vari esami, e mentre il governo si occupava di questa faccenda, voi poliziotti siete riusciti a far passare l'uso del Voigt-Kampff anche per altri scopi. Ma sono d'accordo con quello che ha detto prima. L'esame e' finito". Si alzo', si allontano' da lui, e rimase in piedi con le mani sui fianchi, volgendogli la schiena. "Il punto non riguarda la legalita' dell'analisi del midollo osseo", disse roco Eldon Rosen. "Il punto e' che il suo test per la determinazione dell'empatia con mia nipote ha fatto cilecca. Le posso spiegare perche' il risultato e' simile a quello che avrebbe potuto ottenere un androide. Rachael e' cresciuta a bordo del Salander 3. Ci e' nata. Ha passato quattordici dei suoi diciott'anni nutrendosi della videoteca e di quello che gli altri nove membri dell'equipaggio, tutti adulti, sapevano della Terra. Poi, come sapra', la nave ha invertito la rotta dopo aver percorso un sesto del tragitto verso Proxima. Altrimenti Rachael non avrebbe mai visto la Terra - comunque non fino a che sarebbe stata molto piu' avanti con gli anni". "Mi avrebbe ritirato", disse Rachael volgendo solo il capo. "A un controllo di polizia sarei stata ammazzata. Lo sapevo da quando sono arrivata qui quattro anni fa. Non e' la prima volta che mi fanno il Voigt-Kampff. Infatti non esco quasi mai da questo palazzo. Il rischio e' enorme. Per via dei blocchi stradali che voi poliziotti istituite, quella specie di imbuti a sorpresa disseminati qui e la' per incastrare gli speciali non ancora classificati". "E gli androidi", aggiunse Eldon Rosen. "Solo che naturalmente al pubblico non lo si dice: non si vuole che si sappia che gli androidi sono sulla Terra, tra di noi". "Non penso che ce ne siano", disse Rick. "Credo che i vari corpi di polizia qui e nell'Unione Sovietica li abbiano presi tutti. La popolazione si e' abbastanza ridotta adesso; tutti, prima o poi, incappano in un posto di blocco volante". Questa, comunque, era la filosofia di base. "Che istruzioni aveva", chiese Eldon Rosen, "nel caso le fosse capitato di classificare come androide un essere umano?" "Segreto professionale". Comincio' a riporre l'apparato del test nella valigetta. I due Rosen l'osservavano in silenzio. "E' ovvio", aggiunse, "che mi e' stato ordinato di sospendere tutti i test, cosa che sto facendo. Se il test ha fallito una volta non e' proprio il caso di continuare ". Fece scattare la chiusura della valigetta. "Avremmo potuto imbrogliarla", disse Rachael. "Nessuno ci ha costretto ad ammettere che con me lei ha sbagliato. E vale lo stesso per gli altri nove soggetti selezionati". Faceva ampi gesti decisi. "Avremmo solo dovuto concordare con i risultati dei suoi test, in un senso o nell'altro". Rick disse, "Avrei insistito per avere una lista prima del test. I due gruppi separati, in una busta sigillata. E poi avrei controllato la congruita' dei risultati del test. Ci sarebbe dovuta essere completa concordanza". E mi rendo conto adesso, penso', che non sarei riuscito a ottenerla. Bryant aveva ragione. Grazie al cielo non sono andato in giro a caccia di taglie sulla base di questo test. "Si'. Credo che sarebbe stato proprio cosi'", disse Eldon Rosen. Lancio' un'occhiata a Rachael, che fece un cenno d'assenso. "Avevamo gia' preso in considerazione quella possibilita' ", disse poi Eldon, con riluttanza. "Il problema", disse Rick, "deriva tutto dal vostro modo di operare, signor Rosen. Nessuno ha costretto la vostra organizzazione a sviluppare la produzione di robot umanoidi fino al punto in cui...." "Abbiamo prodotto quello che volevano i colonizzatori", disse Eldon Rosen. "Abbiamo seguito il principio noto fin dalla notte dei tempi, che sta alla base di qualsiasi impresa commerciale. Se la nostra azienda non avesse prodotto questi tipi sempre piu' simili all'uomo, li avrebbero prodotti altre aziende. Sapevamo a quali rischi ci esponevamo quando abbiamo sviluppato l'unita' cerebrale Nexus-6. Ma il vostro test di Voigt-Kampff era fallito 29 gia' prima che noi immettessimo sul mercato quel tipo di androide. Se lei avesse mancato nel classificare un Nexus-6 come androide, se lei avesse concluso che era un umano - ma non e' questo che e' successo". La voce gli era divenuta dura, mordace, penetrante. "Il suo dipartimento di polizia - e anche altri - possono aver ritirato, molto probabilmente hanno ritirato, degli umani al cento percento ma con doti empatiche sottosviluppate, come questa mia nipote. La sua posizione, signor Deckard, e' estremamente antipatica da un punto di vista morale. La nostra no". "In altre parole", disse con acume Rick, "non avro' la possibilita' di controllare nemmeno un Nexus-6. Mi avete messo d'acchitto tra capo e collo questa ragazza schizoide". E il mio test, si rese conto, e' distrutto. Non avrei dovuto accettare, si disse. Ad ogni modo, adesso e' troppo tardi. "La teniamo in pugno, signor Deckard", disse Rachael Rosen in tono calmo e ragionevole. Quindi, si volse verso di lui e sorrise. Non riusciva ancora a capire, nemmeno adesso, come avesse fatto l'Associazione Rosen a incastrarlo cosi' facilmente. Sono dei professionisti, concluse. Una compagnia elefantiaca come quella accumula al proprio interno troppa esperienza. Di fatto dispone di una sorta di mente collettiva. Ed Eldon e Rachael Rosen sono i portavoce dell'entita' azienda. L'errore compiuto, evidentemente, era stato il considerarli meri individui. Era un errore che non avrebbe ripetuto. "L'ispettore Bryant, il suo superiore", disse Eldon Rosen, "trovera' qualche difficolta' nel capire come ha fatto a lasciare che smontassimo l'apparato per il test prima ancora che l'esame iniziasse". Fece un cenno in direzione del soffitto e Rick vide l'obiettivo di una telecamera. Il suo colossale errore nel gestire l'affare Rosen era stato registrato. "Credo che la cosa migliore per tutti noi", concluse Eldon, "sia sedersi e..." Con un gesto affabile l'invito' ad accomodarsi. "Possiamo metterci d'accordo, signor Deckard. Non c'e' bisogno di farsi prendere dall'ansia. La varieta' di androidi Nexus-6 esiste, e' un dato di fatto. Noi qui all'Associazione Rosen ne prendiamo atto e credo che ora ne abbia preso atto anche lei". Rachael, chinandosi verso Rick, chiese: "Le piacerebbe possedere una civetta?" "Dubito che saro' mai in grado di possedere una civetta". Ma aveva capito di cosa stava parlando; avevo capito il tipo di transazione che l'Associazione Rosen intendeva concludere. Una tensione come non aveva mai provato in precedenza si manifesto' dentro di lui; gli si diffondeva, adagio, in ogni parte del corpo. Senti' che la tensione, la consapevolezza di quanto stava accadendo, stavano per avere il sopravvento. "Ma una civetta", disse Eldon Rosen, "e' quello che lei vuole di piu'". Lancio' un'occhiata alla nipote con aria interrogativa. "Non credo abbia la piu' pallida idea..." "Invece si'", lo contraddisse Rachael. "Sa esattamente dove si sta andando a parare. Vero, signor Deckard?" Di nuovo si chino' verso di lui, stavolta piu' vicina; poteva percepirne una leggera fragranza, quasi un tepore. "Praticamente ce l'ha fatta, signor Deckard. Praticamente ha in mano la sua civetta". Poi, rivolta a Eldon Rosen, disse: "E' un cacciatore di taglie, ricordi? Vive delle taglie che raccoglie, non dello stipendio. Non e' cosi', signor Deckard?" Lui annui'. "Quanti androidi sono fuggiti stavolta?" si informo' Rachael. Prontamente rispose, "Otto. All'inizio. Due sono gia' stati ritirati, da un altro; non da me". "Quanto prende per ogni androide?" chiese Rachael. Alzando le spalle, disse, "Dipende". Rachael disse, "Se non ha a disposizione alcun test efficace, non c'e' alcun modo con cui possa identificare un androide. E se non c'e' alcun modo in cui lei possa identificare un an30 droide, non c'e' alcun modo in cui lei possa incassare una taglia. Quindi, se il test di VoigtKampff deve essere accantonato..." "Una nuova scala", disse Rick, "lo sostituira'. E' gia' avvenuto in passato". Tre volte, per la precisione. Ma di solito la nuova scala, lo strumento analitico piu' aggiornato, era gia' pronta al momento del bisogno; non c'erano stati periodi scoperti. Stavolta era diverso. "Col passare del tempo, certo, l'indice di Voigt-Kampff si dimostrera' superato", ribadi' Rachael. "Ma non oggi. Da parte nostra, abbiamo verificato che serve a individuare i modelli Nexus-6 e le saremmo grati se lei procedesse sulla base di queste considerazioni nel suo strano, stranissimo lavoro". Cullandosi avanti e indietro, le braccia strettamente conserte, lo fissava con intensita'. Cercava di sondarne le reazioni. "Digli che puo' prendersi la civetta", gracchio' Eldon Rosen. "Puo' prendersi la civetta", disse Rachael, tenendolo ancora d'occhio. "Quella che ha visto in terrazza. Scrappy. Ma vogliamo farla accoppiare se riusciamo a mettere le mani su un maschio. E tutta la prole sara' nostra; su questo non ci devono essere equivoci". "Faremo a meta' della covata", propose Rick. "No", disse Rachael all'istante; alle sue spalle Eldon Rosen scuoteva il capo, d'accordo con lei. "In quel modo lei potrebbe accampare diritti sull'unica linea genealogica di civette per tutto il resto dell'eternita'. E c'e' un'altra condizione. Non puo' lasciare la civetta in eredita' a nessuno; alla sua morte ritornera' di proprieta' dell'associazione". "Mi sembra", commento' Ri'ck, "una specie di invito perche' veniate a farmi fuori. Per riprendervi immediatamente la civetta. Su questo punto non sono d'accordo; troppo pericoloso ". "Lei e' un cacciatore di taglie", disse Rachael. "Sa sparare con il laser - ne ha uno con se' anche adesso. Se non sa proteggere se stesso, come fara' a ritirare i sei droidi Nexus-6 rimasti? Sono un bel po' piu' svegli dei vecchi W-4 della Gozzi Corporation". "Ma sono io che do la caccia a loro", disse. "Come dite voi, con una clausola di riappropriazione della civetta, ci sarebbe qualcuno che darebbe la caccia a me". E l'idea di essere braccato non gli andava giu'; aveva visto come reagivano gli androidi. Provocava dei mutamenti considerevoli, evidenti perfino in essi. Rachael disse: "Va bene; su questo cediamo. Potra' lasciare la civetta ai suoi eredi. Ma insistiamo nell'avere l'intera covata. Se non vuole accordarsi su questo punto, torni pure a San Francisco e comunichi ai suoi superiori del dipartimento che il Voigt-Kampff, per lo meno somministrato da lei, non e' in grado di distinguere un droide da un umano. E poi si cerchi un altro lavoro". "Datemi un po' di tempo", chiese Rick. "E va bene", disse Rachael. "La lasciamo qui, bello comodo". Guardo' l'orologio. "Mezz'ora", disse Eldon Rosen. Lui e Rachael si diressero uno dietro l'altra verso la porta, in silenzio. Avevano detto quello che dovevano dire, penso' Rick. Adesso toccava a lui. Mentre Rachael si accingeva a chiudere la porta alle proprie spalle, Rick disse in modo brusco: "Siete riusciti a incastrarmi alla perfezione. Avete registrato il mio fiasco. Sapete che il mio lavoro dipende dall'impiego della scala di Voigt-Kampff e siete i proprietari di quella stramaledetta civetta". "Ormai e' suo, caro mio", disse Rachael. "Non ricorda? Gli legheremo l'indirizzo di Rick Deckard alla zampa e lo spediremo giu' a San Francisco. Esso l'aspettera' a casa quando torna dal lavoro". Esso, penso' Rick. Ha usato il pronome neutro invece di quello femminile. "Scusate un secondo", disse. Ferma sulla porta, Rachael disse, "Si e' deciso?" "Voglio", le rispose, aprendo la valigetta, "farle ancora una delle domande dal questionario di Voigt-Kampff. Si risieda". 31 Rachael cerco' lo zio con lo sguardo. Egli annui' e lei rientro' a malincuore, sedendosi al posto di prima. "A che serve?" domando', con le sopracciglia inarcate dal disgusto - e dalla circospezione. Lui colse la tensione muscolare, la noto' per esperienza professionale. Ora Rick aveva il fascio di luce puntato sull'occhio destro della ragazza e le aveva di nuovo applicato la piastra a ventosa alla guancia. Rachael fissava irrigidita la luce, e l'espressione di estremo disgusto era tuttora ben visibile. "La mia valigetta", disse Rick nel rovistare al suo interno per estrarne i moduli del Voigt-Kampff. "Bella, no? E' del dipartimento". "Si', si'", disse Rachael con tono distante. "Pelle di bambino", disse Rick. Carezzo' il rivestimento nero della valigetta. "Cento per cento pura pelle umana di bambino". Vide i due indicatori dei quadranti agitarsi freneticamente. Ma si erano mossi dopo una pausa. La reazione aveva avuto luogo, ma troppo tardi. Sapeva quale doveva essere il tempo di reazione, senza sbagliarsi di una frazione di secondo, l'esatto tempo di reazione: non ci doveva essere nessun tempo di reazione. "Grazie, signorina Rosen", disse e raccolse di nuovo tutta l'apparecchiatura: aveva concluso il supplemento d'esame. "E' tutto". "Se ne va?" chiese Rachael. "Si'", rispose. "Mi sono convinto". Con circospezione Rachael chiese, "E gli altri nove soggetti?" "L'indice ha funzionato adeguatamente nel suo caso", rispose. "Posso estrapolare da quello che ho raccolto; chiaramente e' ancora efficace". Rivolto a Eldon Rosen, che si era appoggiato curvo e cupo allo stipite della porta, chiese: "La ragazza lo sa?" A volte essi non se ne rendevano conto; diverse volte erano state sperimentate delle false memorie, generalmente con la malposta intenzione che grazie ad esse le reazioni ai test sarebbero state modificate. Eldon Rosen rispose: "No. L'abbiamo programmata da cima a fondo. Ma penso che alla fine abbia sospettato qualcosa". Rivolto alla ragazza disse: "Ci sei arrivata quando ti ha chiesto di fare altre domande, vero?" Pallida, Rachael annui' con espressione assente. "Non aver paura di lui", la rassicuro' Eldon Rosen. "Non sei un androide fuggito illegalmente sulla Terra; sei proprieta' dell'Associazione Rosen, utilizzato a scopi promozionali per gli aspiranti coloni". Si avvicino' alla ragazza, le mise una mano sulla spalla per confortarla; nel sentirsi toccata la ragazza sobbalzo'. "Certo", disse Rick. "Non ho alcuna intenzione di ritirarla, signorina Rosen. Buona giornata a tutti". Si mosse verso la porta, poi si fermo' un attimo. Rivolto ai due chiese, "La civetta e' vera?" Rachael lancio' un rapido sguardo al vecchio Rosen. "Tanto se ne va in ogni caso", le disse Edon Rosen. "Non ha nessuna importanza. La civetta e' artificiale. Di civette non ce n'e' piu' nemmeno una". "Mmm", mormoro' Rick, e usci' come inebetito nel corridoio. I due lo guardarono allontanarsi. Non c'era piu' nulla da dire. Allora, e' cosi' che funzionano i piu' grandi fabbricanti di androidi, disse Rick tra'se' e se'. Sono subdoli, infidi; gente cosi' non ne aveva mai incontrata prima d'allora. Un nuovo tipo di personalita', strano e contorto; non c'era da sorprendersi se gli organismi di pubblica sicurezza si trovavano in difficolta' con il Nexus-6. Il Nexus-6. Ci si era finalmente scontrato. Rachael, si disse, deve essere un Nexus-6. Ho visto uno di loro per la prima volta. Me l'avevano quasi fatta, accidenti. Sono andati a un millimetro dal distruggere il Voigt-Kampff, l'unico metodo che abbiamo per identificarli. L'Associazione Rosen si da un bel da fare - o almeno, si impegna a fondo - per proteggere i propri prodotti. E devo affrontarne ancora sei, penso', per finire il lavoro. 32 Si sarebbe dovuto sudare i soldi della taglia. Fino all'ultimo centesimo. Sempre ammesso che sarebbe riuscito a scamparsela fino alla fine. 33 CAPITOLO SESTO Il televisore urlava. Scendendo le grandi scale vuote ricoperte dalla polvere del condominio verso il piano di sotto, John Isidore distingueva adesso la voce familiare di Blister Friendly, che ciarlava allegro rivolta all'immensa audience interplanetaria. "...Oh-oh, gente! Zip click zip! E adesso due parole sul tempo di domani: cominciamo dalla costa orientale degli U.S.A. Il satellite Mangusta ci dice che la pioggia di polvere sara' molto pronunciata intorno a mezzogiorno e poi tendera' a diminuire. Percio' tutti voi, cari amici, che vorrete avventurarvi all'aperto dovreste aspettare il pomeriggio, eh? E a proposito di aspettare, adesso mancano solo dieci ore alla grande notizia, alla mia speciale rivelazione! Dite a tutti i vostri amici di guardarci ! Vi svelero' qualcosa di sorprendente. Ehi, non pensiate che sia solo la solita..." Appena Isidore busso' alla porta dell'appartamento la televisione si spense all'improvviso, scomparve nel non-essere. Non s'era solo zittita; aveva smesso di esistere, si era rifugiata in una tomba terrorizzata dal suo bussare. Percepi', dietro la porta chiusa, la presenza di un'altra vita, oltre a quella della TV. I suoi sensi, tesi come una corda di violino, immaginavano o forse captavano un terrore spettrale e muto, di qualcuno che si ritraeva, qualcuno schiacciato con forza contro la parete piu' lontana dell'appartamento nel tentativo di sfuggirgli. "Ehi", grido'. "Io abito di sopra. Ho sentito la TV. Presentiamoci, no?" Aspetto', con l'orecchio teso. Nessun suono e nessun movimento. Le sue parole non avevano incuriosito lo sconosciuto. "Le ho portato un panetto di margarina", disse, avvicinandosi alla porta nel tentativo di superarne lo spessore con la voce. "Mi chiamo J. R. Isidore e lavoro per il famoso veterinario Hannibal Sloat, ne avra' sentito parlare. Sono una persona rispettabile, ho un lavoro. Guido il furgone del signor Sloat". La porta si socchiuse appena e attraverso la fessura ebbe modo di vedere nell'appartamento una figura tutta storta e raggomitolata, una ragazza che si ritraeva, si faceva piccola per la paura e cercava di non farsi vedere, eppure continuava a tenere la mano sulla porta, come se cercasse un sostegno fisico. La paura le dava un aspetto malaticcio; le deformava i lineamenti: pareva che l'avessero fatta a pezzi e poi, con malizia, l'avessero ricucita insieme alla bell'e meglio. Gli occhi, enormi, le rilucevano fissi mentre cercava di sorridere. Isidore provo' un immediato moto di comprensione e le disse: "Credeva che nel palazzo non abitasse nessun altro. Che fosse abbandonato". Annuendo, la ragazza sussurro': "Si'". "Ma", disse Isidore, "avere dei vicini e' un bene. Accipicchia, finche' non e' arrivata lei non ne avevo neanche uno". E, lo sapeva il cielo, non c'era molto da divertirsi. "Lei e' l'unico qui?" chiese la ragazza. "Voglio dire, in questo condominio, a parte me?" Pareva meno timida, adesso; raddrizzo' il corpo, mentre si passava la mano tra i capelli scuri. Ora Isidore vide che aveva una bella figura, anche se era piccola, e dei bellissimi occhi molto marcati da lunghe ciglia nere. Colta di sorpresa, la ragazza indossava i calzoni del pigiama e nient'altro. E nel guardare oltre di lei scorse una stanza in disordine. Qui e la' c'erano delle valigie aperte; il contenuto era mezzo sparso sul pavimento sporco. Ma era naturale; era appena arrivata. "Oltre a lei sono l'unico", disse Isidore. "E non la voglio certo disturbare". Si senti' abbattuto. La sua offerta, che possedeva la qualita' di un vero e proprio rituale antico, d'anteguerra, non era stata accettata. Anzi, pareva che la ragazza non se ne fosse nemmeno accorta. Oppure non aveva capito a cosa potesse servire un panetto di margarina. L'impressione che ne ricavava era quella; la ragazza sembrava piu' che altro sconcertata. Come se 34 fosse uscita da un abisso tutto suo e galleggiasse disorientata su onde concentriche di paura che adesso andavano ritraendosi. "Il buon vecchio Buster", disse Isidore, cercando di farle abbandonare quella rigidita'. "Le piace? Io lo guardo tutte le mattine e poi di nuovo la sera quando torno a casa. Lo guardo mentre ceno e assisto anche alla sua trasmissione della notte, fino a che non vado a letto. Cioe', lo facevo prima che il mio televisore si rompesse ". "Chi..." comincio' a dire la ragazza, ma si interruppe; si morse il labbro come se fosse terribilmente arrabbiata. Evidentemente con se stessa. "Buster Friendly", spiego' lui. Gli pareva ben strano che la ragazza non sapesse nulla del piu' buffo comico televisivo della Terra. "Ma da dove viene?" chiese curioso. "Non vedo cosa c'entri". Gli lancio' dal basso un veloce sguardo deciso. Aveva visto qualcosa che pareva stemperare la sua preoccupazione; si rilasso' in modo evidente. "Mi fara' piacere avere compagnia", gli disse, "magari piu' avanti, quando mi saro' sistemata. Adesso, mi pare ovvio, non se ne parla neanche". "Perche' non se ne parla neanche?" Era disorientato, tutto in lei lo disorientava. Forse, penso', ho abitato qui da solo per troppo tempo. Sono diventato strano. Dicono che ai cervelli di gallina capita spesso. Il pensiero lo rese ancora piu' abbattuto. "La potrei aiutare a disfare le valigie", oso' proporre; la porta, adesso, gli si era quasi chiusa in faccia. "A sistemare i mobili". La ragazza disse, "Non ne ho di mobili. Tutta ' sta roba..." e indico' la stanza dietro di lei, "era gia' qui". "Ma non serve a nulla", disse Isidore. Bastava un'occhiata per capirlo. Le sedie, la moquette, i tavoli - s'era tutto guastato, erano sfiancati da una comune rovina, vittime della dispotica forza del tempo. E dell'abbandono. Per anni nessuno aveva abitato nell'appartamento, era in uno stato pressoche' completo di rovina. Isidore non riusciva a immaginarsi come sarebbe riuscita a vivere in quelle condizioni. "Senta", le disse serio. "Se setacciamo tutto il palazzo, probabilmente possiamo trovare qualcosa di meno scassato. Una lampada in un appartamento, un tavolo in un altro". "E quel che faro'", disse la ragazza. "Da sola, se non le dispiace". "S'infilerebbe in quegli appartamenti da sola?" Non ci credeva. "Perche' no?" di nuovo ebbe un brivido nervoso e fece una smorfia, rendendosi conto di aver detto qualcosa che non andava. Isidore disse, "Io ci ho provato. Una volta sola. Dopo di allora quando torno a casa entro dritto filato nel mio appartamento e me ne frego del resto... degli appartamenti dove non abita nessuno. Sono centinaia, pieni di cose, gli oggetti personali di chi ci abitava, come le foto di famiglia o i vestiti. Quelli che sono morti non si sono potuti portar via nulla e quelli che sono emigrati non hanno voluto. L'intero palazzo, escluso il mio appartamento, e' completamente andato in palta". ""In palta"?" La ragazza non capiva. "Si'. La palta e' fatta di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicita' che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l'ultimo, o gli involucri delle caramelle o l'omeogiornale del giorno prima. Quando non c'e' piu' nessuno a controllarla, la palta si riproduce. Ad esempio, se quando si va a letto si lascia un po' di palta in giro per l'appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne ritrova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai". "Ho capito". La ragazza l'osservava incerta: non sapeva se credergli o meno. Non era sicura che stesse parlando sul serio. "C'e' la Prima Legge della Palta", disse Isidore. ""La palta scaccia la nonpalta." Come la legge di Gresham sul denaro falso, ha presente? E in questi appartamenti non c'e' nessuno a contrastare la palta". 35 "Cosi' ha preso il sopravvento", concluse la ragazza. Annui'. "Adesso ho capito". "La sua casa, qui", le disse, "questo appartamento che ha scelto... E' troppo nella palta per abitarci. Possiamo invertire il fattore-palta; possiamo fare come ho detto io, andare a cercare negli altri appartamenti. Pero'..." Si interruppe. "Pero' cosa?" Isidore disse, "Non possiamo vincere". "Perche' no?" La ragazza usci' in corridoio, chiudendosi la porta alle spalle; le braccia pudicamente strette sul piccolo seno sodo, gli si mise di fronte, cercando di capire. O cosi' gli parve. Almeno lo stava ad ascoltare. "Nessuno puo' battere la palta", disse, "tranne che per un po' di tempo e forse in un posto solo, come nel mio appartamento ad esempio, dove ho creato una specie di equilibrio tra la pressione della palta e della nonpalta, finche' dura. Ma poi moriro' o me ne andro', e allora la palta riprendera' il sopravvento. E' un principio universale valido in tutto l'universo; l'intero universo e' diretto verso una stato finale di paltizzazione totale e assoluta". Poi aggiunse: "Tranne naturalmente che per l'ascesa di Wilbur Mercer". La ragazza lo guardo' attenta. "Non vedo alcun nesso". "Ma e' il succo del Mercerianesimo". Di nuovo si trovo' spiazzato. "Ma, scusi, lei non partecipa alla fusione? Non ha una scatola empatica?" Dopo aver riflettuto un attimo la ragazza, circospetta, spiego': "La mia non me la sono portata. Ero sicura di trovarne una qui". "Ma la scatola empatica", disse balbettando per l'agitazione, "e' l'oggetto piu' personale che si possa avere! E' una prolunga del proprio corpo; e' lo strumento che ci mette in contatto con gli altri umani, che ci fa smettere di essere soli. Ma lo sa, no? Lo sanno tutti. Mercer permette che perfino quelli come me..." S'interruppe. Ma era troppo tardi; ormai gliel'aveva detto e dall'espressione che le era apparsa sul volto, dalla scintilla di improvvisa repulsione, si rese conto che lei aveva capito. "Ho quasi superato il test sul quoziente intellettivo ", le disse con voce bassa e tremante. "Non sono molto speciale, solo un po'; non come alcuni che si vedono in giro. Ma di questo a Mercer non importa niente". "Per quel che mi riguarda", disse la ragazza, "questa la si puo' ritenere una delle maggiori pecche del Mercerianesmo". La voce era netta e neutra; Isidore si rese conto che la ragazza voleva solo enunciare un dato di fatto: e cioe' quello che pensava dei cervelli di gallina. "Allora io risalgo su", disse, e si allontano' da lei, serrando il panetto di margarina che ormai si stava sciogliendo per la stretta della mano. La ragazza lo guardo' mentre si allontanava, ancora con quell'espressione neutrale sul volto. Ma poi lo richiamo': "Aspetti". Voltandosi, Isidore le chiese: "Perche'?" "Mi servira'. Per prendere dei mobili come si deve. Dagli altri appartamenti, come ha detto prima". Si mosse verso di lui, il tronco nudo, morbido e florido, senza un grammo di grasso in eccesso. "A che ora torna? Mi puo' aiutare quando rientra dal lavoro". Isidore disse: "Non e' che potrebbe preparare la cena per tutti e due? Se le portassi gli ingredienti?" "No, ho troppe cose da fare". La ragazza si libero' della richiesta senza alcuno sforzo e lui lo noto', lo percepi' senza capirlo. Ora che le era passata la paura iniziale, cominciava a emergere qualcos'altro di lei. Qualcosa di piu' strano. E, gli venne da pensare, deplorevole. Freddezza. Come, penso', un alito dal vuoto interposto tra i mondi abitati, cioe' un alito dal nulla. Non si trattava di quello che diceva o faceva ma di quello che non diceva e non faceva. "Un'altra volta", disse la ragazza, e si ritrasse verso la porta dell'appartamento. "Si ricorda come mi chiamo?" chiese impaziente. "John Isidore, e lavoro..." 36 "Me l'ha gia' detto per chi lavora". Si era brevemente fermata alla porta; aprendola disse, "Per qualche incredibile persona che si chiama Hannibal Sloat, che di sicuro non esiste fuori dalla sua immaginazione. Io mi chiamo..." Gli lancio' un ultimo sguardo senza calore mentre rientrava nell' appartamento, esito', poi disse, "Mi chiamo Rachael Rosen". "Rosen dell'Associazione Rosen?" chiese. "Il maggiore produttore dell'intero sistema di robot umanoidi usati dal nostro programma di colonizzazione?" Un'espressione complessa le attraverso' il volto all'improvviso, fuggevolmente, per scomparire poi subito. "No", gli rispose. "Non li ho mai sentiti nominare; non ne so nulla di queste cose. E' un'altra delle sue fantasie da cervello di gallina, mi sa. John Isidore e la sua scatola empatica personale. Povero signor Isidore". "Ma il suo nome fa pensare a..." "Il mio nome", disse la ragazza, "e' Pris Stratton. E' il mio nome da sposata, uso sempre questo. Non uso mai altro nome, solo Pris. Puo' chiamarmi Pris". Riflette un po', poi disse: "Anzi no, fara' meglio a rivolgersi a me come signorina Stratton. Perche' non e' che noi due ci conosciamo bene. Perlomeno, io non la conosco ". La porta si chiuse sulla ragazza e lui si ritrovo' di nuovo solo nel corridoio buio ricoperto di polvere. 37 CAPITOLO SETTIMO Insomma, cosi' va il mondo, pensava J. R. Isidore che ancora stringeva il panetto di margarina in mano. Magari cambiera' idea e mi permettera' di chiamarla Pris. E magari, se riesco a rimediare una scatoletta di verdura anteguerra, cambiera' idea anche sulla nostra cena. Ma forse non sa cucinare, penso' d'un tratto. E va bene, vorra' dire che cucino io; preparero' la cena per tutti e due. E le faccio vedere come si fa, cosi', se vuole, in futuro lo puo' fare anche lei. Probabilmente le verra' voglia di farlo, appena le faro' vedere come si fa; per quanto ne so, alla maggior parte delle donne, anche a quelle giovani come lei, piace cucinare; e' un istinto. Salite le scale buie, ritorno' al suo appartamento. Certo, non e' molto al corrente su un sacco di cose, penso' mentre indossava l'uniforme bianca da lavoro. Anche se si fosse messo a correre ormai era in ritardo e il signor Sloat si sarebbe arrabbiato - e allora, chi se ne importa? Ad esempio, non ha mai sentito nominare Buster Friendly. Impossibile; Buster e' il piu' importante uomo vivente, certo, se si eccettua Wilbur Mercer... ma Mercer, penso', non e' un essere umano; si tratta evidentemente di un'entita' archetipica proveniente dalle stelle, sovrimposta alla nostra cultura attraverso una specie di matrice cosmica. Almeno, cosi' ho sentito dire in giro; e' quello che dice il signor Sloat, ad esempio. E Hannibal Sloat e' uno che sa quello che dice. E' anche strano che si sia contraddetta sul suo stesso nome, riflette. Puo' darsi che abbia bisogno di aiuto. Ma che aiuto posso darle, io? Non mi posso sposare e non posso emigrare e col tempo la polvere mi uccidera'. Non ho proprio nulla da offrirle. Vestito e pronto ad andare, lascio' l'appartamento e sali' sulla terrazza dov'era parcheggiata la sua malconcia aereomobile di seconda mano. Un'ora dopo, sul furgone dell'azienda, aveva ritirato il primo animale malfunzionante del giorno. Un gatto elettrico: sdraiato nella gabbia da trasporto in plastica impermeabile alla polvere, nel retro del furgone ansimava con strana irregolarita'. Si potrebbe quasi dire che e' vero, osservo' Isidore sulla via del ritorno alla Clinica per Animali Van Ness - quella piccola impresa dal nome cosi' accuratamente fuorviante che resisteva a stento nel duro mondo della concorrenza tra gli addetti alla riparazioni degli animali finti. Il gatto soffriva e gemeva. Accidenti, si disse Isidore, sembra davvero che stia morendo. Forse la batteria vecchia di dieci anni e' andata in corto e tutti i circuiti stanno sistematicamente bruciando. Un lavoro di quelli grossi; Milt Borogrove, il meccanico della Clinica per Animali Van Ness, avrebbe avuto il suo bel da fare. E al proprietario non ho neanche fatto un preventivo, si rese conto, rabbuiandosi. Il tizio mi ha buttato in braccio il gatto, ha detto che aveva cominciato a star male durante la notte, e poi mi sa che se n 'e' andato al lavoro. Ad ogni modo, d'un tratto il veloce scambio verbale s'era interrotto e il proprietario del gatto era sfrecciato rombando su nel cielo nella sua fantastica aereomobile, un nuovo modello personalizzato. Tra l'altro, l'uomo era un cliente nuovo. Rivolto al gatto, Isidore disse: "Ce la fai a resistere finche' arriviamo in officina?" Il gatto continuava a rantolare. "Ti ricarico io qui al volo per strada", decise Isidore; fece scendere il furgone sulla prima terrazza disponibile dove parcheggio' lasciando il motore acceso, entro' carponi nel retro del furgone e apri' la gabbia da trasporto in plastica impermeabile alla polvere che insieme al suo camice bianco e al nome sul furgone creava un'impressione assolutamente credibile di un vero veterinario che si occupava di un vero animale. Il meccanismo elettrico, sotto il pelo in apparenza autentico, gorgogliava ed emetteva 38 bolle d'aria, le videolenti erano vitree e opache, le mascelle di metallo serrate. Lo avevano sempre sorpreso questi circuiti di "malattia" inseriti negli animali finti; il marchingegno che si stava tenendo in grembo era stato messo insieme in modo tale che quando un componente principale cominciava a guastarsi, tutto l'insieme pareva non tanto rotto quanto piuttosto organicamente malato. Io ci sarei cascato in pieno, si disse Isidore mentre tastava il pelo della finta pancia cercando il pannello di controllo nascosto (piuttosto piccolo per questo modello d'animale finto) e i terminali delle batterie a ricarica rapida. Non riusci' a trovare ne' l'uno ne' gli altri. Ne' poteva permettersi di cercare a lungo; era chiaro che il meccanismo stava smettendo di funzionare. Se davvero si tratta di un corto che sta bruciando i circuiti, riflette, allora forse dovrei cercare di staccare uno dei cavetti delle batterie; il meccanismo si spegnerebbe, ma non ci dovrebbero essere danni. E poi, un volta in officina, Milt puo' ricaricarlo. Con destrezza fece correre le dita lungo la pseudocolonna vertebrale. I cavi dovevano essere piu' o meno li'. Accidenti a quella meccanica evoluta; un'imitazione davvero assolutamente perfetta! I cavi non saltarono fuori nemmeno dopo un'ispezione accurata. Dev'essere un prodotto della Wheelright & Carpenter- costano di piu', ma caspita che bel lavoro fanno! Rinuncio'; il gatto finto aveva intanto smesso di funzionare, evidentemente il cortocircuito - se era davvero quello il problema di quell'affare - aveva scaricato le batterie e bloccato il motore centrale. Riparare questo coso costera' un bel po', penso' pessimisticamente. Be', si vede che il tizio non gli ha fatto fare la pulizia e la lubrificazione quadrimestrale preventiva, perche' a farla si vede davvero la differenza. Magari - ora che ci aveva sbattuto il muso - il proprietario avrebbe imparato qualcosa. Ritorno' carponi al sedile di guida e mise il volante in posizione di ascesa, quindi sibilo' di nuovo in aria e riprese il volo di ritorno verso l'officina. Almeno cosi' non sentiva piu' l'angosciante ansimare di quel coso; poteva rilassarsi. Che strano, penso'; anche se da un punto di vista razionale so che e' tutto finto, il rumore di un animale meccanico a cui si stanno bruciando le batterie e il motore per me e' come un pugno nello stomaco. Mi piacerebbe, penso' accorato, trovare un altro lavoro. Se non mi avessero bocciato a quel test per il quoziente intellettivo non mi troverei ridotto a svolgere questi compiti ignominiosi' e a sopportarne anche gli strascichi emotivi. D'altro canto, il dolore meccanico degli animali finti non dava fastidio ne' a Milt Borogrove, ne' al loro principale, Hannibal Sloat. Forse sono io, si disse John Isidore. Forse, piu' si regredisce lungo la scala dell'evoluzione, come e' successo a me, piu' si sprofonda nell'abietto abisso del mondo della tomba... hmmm, meglio abbandonare questa linea di ricerca. Nulla lo deprimeva di piu' dei momenti in cui confrontava le sue attuali facolta' mentali con quelle di cui disponeva in passato. Ogni giorno la sagacia e il vigore diminuivano. Lui e le altre migliaia di speciali del pianeta Terra erano tutti destinati a confluire nel mucchio della spazzatura. A trasformarsi in palta vivente. Per sentirsi un po' in compagnia accese l'autoradio e si sintonizzo' sul programma radiofonico di Buster Friendly che, come la versione televisiva, andava in onda ventitre' ininterrotte roventi ore al giorno... mentre l'altra ora era occupata da una sigla di fine-delletrasmissioni di carattere religioso, seguita da dieci minuti di silenzio e poi da una sigla di ripresa-delle-trasmissioni sempre di carattere religioso. "...contento d'avervi di nuovo all'ascolto e in visione", stava dicendo Buster Friendly. "Allora, Amanda; sono due giorni interi che non veniamo a trovarti. Hai in programma qualche nuovo film, cara?" "Eppene, io folevo antare a fare film ierri, ma penza, loro folere me partire a le zette..." "Le sette del mattino?" la interruppe Buster Friendly. "Ciusto, tel matino, Buuster; a le zette!" Amanda Werner scoppio' nella sua famosa risata, imitata quasi quanto quella di Buster. Amanda Werner e varie altre belle ed eleganti si39 gnore straniere dal bel seno conico, provenienti da vaghi paesi mai specificati, piu' alcuni cosiddetti umoristi bucolici, costituivano il nocciolo duro delle perpetue repliche di Buster. Le donne come Amanda non facevano mai film, non avevano mai parti in teatro; vivevano le loro stravaganti belle vite come ospiti nello spettacolo senza fine di Buster, comparendo sullo schermo - Isidore una volta l'aveva calcolato - anche la bellezza di settanta ore a settimana. Come faceva Buster Friendly a trovare il tempo di registrare sia lo spettacolo radiofonico che quello televisivo? A Isidore sarebbe piaciuto saperlo. E come faceva Amanda Werner a trovare il tempo di fare l'ospite un giorno si' e l'altro no, mese dopo mese, anno dopo anno? Come facevano a parlare in continuazione? Non si ripetevano mai, per quanto poteva accorgersene lui. Le loro battute, sempre sagaci, sempre nuove, non le provavano. La chioma di Amanda risplendeva, gli occhi le luccicavano, i denti brillavano; non calava mai di tensione, non si stancava mai, non si trovava mai disorientata quando doveva escogitare una battuta spiritosa in risposta alla continua raffica di frizzi e lazzi, facezie e arguzie di Buster. Il Buster Friendly Show, audioteletrasmesso via satellite su tutta la Terra, si riversava anche sugli emigranti dei mondi colonizzati. Alcune trasmissioni sperimentali erano state lanciate anche verso Proxima, nel caso la colonizzazione umana fosse arrivata tanto lontana. Se il Salander 3 fosse giunto a destinazione, i membri dell'equipaggio avrebbero trovato il Buster Friendly Show ad attenderli. E loro ne sarebbero stati contenti. Ma c'era qualcosa in Buster Friendly che indispettiva John Isidore, un particolare inquietante. In modo subdolo, quasi senza dare nell'occhio, Buster ridicolizzava le scatole empatiche. E non una volta sola, di continuo. Infatti, lo stava facendo proprio adesso. "...non troverai segni di sassate sul mio corpo", ciangottava Buster con Amanda Werner. "E se proprio devo scalare il fianco di una montagna, voglio portarmi dietro almeno un paio di bottiglie di birra Budweiser!" Il pubblico in studio scoppio' a ridere, e Isidore senti' uno scroscio di applausi. "E rendero' pubblica la mia denuncia, minuziosamente documentata, da lassu' - la rivelazione che avra' luogo esattamente tra dieci ore!" "Fenco angh'io, tezoro!" proruppe Amanda. "Pottami con te! Io fenire con te, quanto loro tirare noi pietra io proteccere te!" Il pubblico esplose un'altra volta, e John Isidore si senti' deriso e provo' una rabbia impotente salirgli nel petto fin quasi a sgorgare. Perche' Buster Friendly continuava a prendere in giro il Mercerianesimo? La cosa non sembrava dar fastidio a nessun altro; perfino l'O.N.U. approvava. Eppure sia la polizia americana che quella sovietica avevano dichiarato pubblicamente che il Mercerianesimo riduceva il tasso di criminalita', rendendo i cittadini piu' consapevoli delle condizioni del proprio prossimo. L'umanita' ha bisogno di maggior empatia, aveva dichiarato piu' volte Titus Corning, il Segretario Generale delle Nazioni Unite. Forse Buster e' geloso, ipotizzo' Isidore. Certo, potrebbe essere una spiegazione; lui e Wilbur Mercer sono in concorrenza l'uno con l'altro. Ma in concorrenza per cosa? Per le nostre menti, concluse. Litigano per il controllo della nostra psiche; la scatola empatica da un lato, gli sberleffi e le allusioni maligne di Buster dall'altro. Devo dirlo a Hannibal Sloat, si disse risoluto. Devo chiedergli se e' vero; lui lo sapra' senz'altro. Parcheggiato il furgone sulla terrazza della Clinica per Animali Van Ness, Isidore porto' subito la gabbia di plastica con il finto gatto ormai esanime giu' nell'ufficio di Hannibal Sloat. Quando entro', il signor Sloat sollevo' lo sguardo da una pagina di un catalogo di componenti e il volto grigio e segnato dall'eta' gli si increspo' come acqua percorsa dal vento. Troppo vecchio per emigrare, Hannibal Sloat, anche se non era uno speciale, era destinato a guadagnarsi a fatica il resto della vita sulla Terra. La polvere, per anni, l'aveva logorato; gli aveva fatto divenire i lineamenti grigi, i pensieri grigi; l'aveva ingobbito, gli aveva indebolito le gambe rendendogli malfermo il passo. Hannibal vedeva il mondo attraverso lenti 40 letteralmente ispessite dalla polvere. Per chissa' quale motivo, Sloat non si puliva mai gli occhiali. Era come se si fosse arreso; aveva accettato le scorie radioattive che avevano gia' da molto tempo intrapreso l'impresa di seppellirlo. Intanto, gli avevano gia' oscurato la vista. Nei pochi anni che gli restavano la polvere gli avrebbe degradato anche gli altri sensi fino a che alla fine gli sarebbe rimasta solo la voce stridula da uccello, e poi se ne sarebbe andata anche quella. "Che cos'hai li'?", chiese il signor Sloat. "Un gatto con un cortocircuito all'impianto di alimentazione". Isidore appoggio' la gabbia sulla scrivania del capo, completamente coperta da fogli. "E perche' lo porti a me?", domando' Sloat. "Portalo giu' in officina da Milt". Eppure, pensieroso, apri' la gabbia e ne estrasse l'animale. Un tempo anche lui aveva fatto riparazioni. Era stato un ottimo meccanico. Isidore disse: "Secondo me, Buster Friendly e il Mercerianesimo si combattono per ottenere il controllo delle nostre anime psichiche". "Se e' cosi'", disse Sloat, mentre esaminava il gatto, "Buster sta vincendo". "Sta vincendo adesso", disse Isidore, "ma a lungo andare verra' sconfitto". Sloat alzo' la testa, e lo guardo'. "Perche'?" "Perche' Wilbur Mercer si rinnova continuamente. E' eterno. In cima al colle viene abbattuto; sprofonda nel mondo della tomba, ma poi inevitabilmente risorge. E noi con lui. Cosi', anche noi siamo eterni". Si senti' soddisfatto, per aver parlato tanto bene; di solito quando aveva a che fare con il signor Sloat balbettava. Sloat disse: "Anche Buster e' immortale, come Mercer. Nessuna differenza". "Ma come fa? Lui e' solo un uomo". "Non lo so", disse Sloat. "Ma e' vero. Non l'hanno mai ammesso, ovviamente". "E' per questo che Buster Friendly riesce a fare quarantasei ore di spettacolo al giorno?" "Esatto", disse Sloat. "E allora Amanda Werner e quelle altre donne?" "Immortali anche loro". "Rappresentano forse una forma di vita superiore proveniente da un altro sistema?" "Questo non sono mai riuscito a stabilirlo per certo", disse il signor Sloat che intanto stava ancora ispezionando il gatto. Adesso si era levato gli occhiali coperti dalla polvere e osservava da vicino la bocca socchiusa. "Come invece ho stabilito con definitiva certezza nel caso di Wilbur Mercer", concluse, in tono quasi impercettibile. A quel punto comincio' a imprecare: un rosario di insulti, parolacce e bestemmie che a Isidore parve durare un minuto buono. "Questo gatto", disse alla fine Sloat, "non e' finto. Sapevo che un giorno o l'altro ci sarebbe capitato. E' morto". Riabbasso' lo sguardo e fisso' il cadavere del gatto. E riprese a imprecare. Con indosso il grembiule di tela per vele blu incrostato di sudiciume, il tarchiato Milt Borogrove dalla pelle ruvida e granulosa comparve sulla soglia dell'ufficio. "Che cos'e' tutto 'sto baccano?" borbotto'. Vedendo il gatto, entro' nell'ufficio e prese in mano l'animale. "Guarda che cosa ci ha portato il cervello di gallina ", disse Sloat. Non aveva mai usato prima d'allora quel termine in presenza di Isidore. "Fosse stato ancora vivo", intervenne Milt, "l'avremmo potuto portare a un vero veterinario. Mi piacerebbe sapere quanto vale. Non c'e' in giro una copia del Sidney?" "Ma la s-s-sua ass-sicurazione non c-c-copre...?" chiese Isidore al signor Sloat. Le gambe gli tremavano ormai senza controllo e si rese conto che la stanza si stava colorando di un marrone scuro screziato di macchie verdi. "Si'", disse finalmente Sloat, quasi ringhiando. "Ma e' un peccato, e' lo spreco che mi fa imbestialire. La perdita di un'altra creatura vivente. Isidore, possibile che non sei capace di distinguere niente? Non hai notato la differenza?" "Ho pensato", riusci' a dire Isidore, "che era davvero un bel lavoro. Tanto ben fatto da 41 riuscire a mettermi nel sacco; cioe', sembrava vivo e un lavoro cosi' ben fatto..." "Non credo che Isidore sia in grado di notare la differenza", disse Milt conciliante. "Per lui sono tutti vivi, anche gli animali finti. Probabilmente ha anche provato a salvarlo". Rivolto a Isidore, disse: "Che hai fatto? Hai provato a ricaricargli le batterie? O hai cercato di individuare il corto circuito?" "S-s-si'", ammise Isidore. "Probabilmente il gatto era gia' talmente partito che non ce l'avrebbe fatta comunque", concluse Milt. "Lascia in pace il cervello di gallina, Han. Non ha tutti i torti; gli animali finti cominciano a essere maledettamente vicini a quelli veri. Pensa ai circuiti di malattia che inseriscono nei nuovi modelli. E poi, gli animali vivi muoiono; e' uno dei rischi inevitabili per i proprietari. E' che noi non ci siamo abituati perche' vediamo solo animali finti". "E' uno spreco della malora", disse Sloat. "Secondo M-m-mercer", puntualizzo' Isidore, "ogni v-v-vita ritorna. Il ciclo e' c-ccompleto anche p-p-per gli animali. Cioe', t-t-tutti ascendiamo c-c-con lui, t-t-tutti moriamo... " "Vallo a raccontare al padrone del gatto", disse il signor Sloat. Incerto se il suo principale stesse scherzando o dicesse sul serio, Isidore chiese: "Vuoi dire che devo dirglielo io? Ma lo sa che non sono in grado di fare le videofonate". Aveva una spiccata fobia nei confronti del videofono e per lui, specialmente se doveva contattare uno sconosciuto, era virtualmente impossibile fare una chiamata. Il signor Sloat, naturalmente, lo sapeva benissimo. "Non farlo chiamare", disse Milt. "Chiamo io". Fece per prendere il ricevitore. "Dimmi il numero". "Ce l'ho io da qualche parte", Isidore si mise a frugare nelle tasche del camice da lavoro. Sloat insistette: "Voglio che chiami il cervello di gallina". "N-n-non s-s-so usare il videofono", protesto' Isidore con il cuore in gola. "Perche' sono brutto, sporco, peloso, curvo, grigio, e ho i denti storti. E poi mi sento male per le radiazioni; mi sento di morire". Milt sorrise e disse a Sloat: "Mi sa che se mi sentissi cosi', neanch'io vorrei usare il videofono. Su, Isidore; se non mi dai il numero del proprietario non posso chiamare e dovrai chiamare tu per davvero". Tese verso di lui la mano in modo garbato. "Chiama il cervello di gallina", disse Sloat, "altrimenti lo licenzio". Non guardava ne' Isidore ne' Milt, ma teneva lo sguardo fisso davanti a se'. "Ma dai!" protesto' Milt. Isidore disse: "N-n-non v-v-voglio che mi si c-c-chiami cervello di gallina, capito? La p-ppolvere ha rovinato un bel po' anche v-v-voi. Nel c-c-corpo, anche se m-m-magari n-n-non vi ha p-p-preso il cervello, c-c-come nel mio c-c-caso". Sono licenziato, si disse. Non riesco a chiamare. E poi d'un tratto si ricordo' che il proprietario del gatto era filato via al lavoro. A casa non ci doveva essere nessuno. "C-c-credo di riuscire a c-c-chiamare", disse, ripescando la targhetta con il numero. "Visto?" disse a Milt il signor Sloat. "Quando e' costretto, ci riesce". Seduto al videofono, con il ricevitore in mano, Isidore compose il numero. "Gia'", disse Milt, "ma non dovrebbe esserci costretto. E poi ha ragione: la polvere si e' fatta sentire anche per te; sei a un pelo dal diventare cieco, e tra un paio d'anni sarai anche sordo". "Si e' fatta sentire anche per te, Borogrove. Hai la pelle che sembra cacca di cane", ribatte' Sloat. Sul videoschermo apparve una faccia, una donna dall'aspetto mitteleuropäische, circospetta, con i capelli raccolti in uno stretto chignon. "Si'?" disse. 42 "S-s-signora Pilsen?" chiese Isidore, improvvisamente inondato di paura; proprio non ci aveva pensato che il proprietario potesse avere una moglie e che naturalmente ella fosse a casa. "V-v-volevo d-d-dirle d-d-del suo g-g-g-g-g-g-..." Si interruppe, passandosi automaticamente piu' volte la mano sul mento. "Del gatto". "Oh, certo. E' venuto a prendere Orazio", disse la signora Pilsen. "Allora era davvero polmonite come pensava mio marito?" "Il gatto e' morto", annuncio' Isidore. "Oh santo cielo, no!" "Glielo sostituiremo", disse Isidore. "Siamo assicurati". Lancio' un'occhiata al signor Sloat che parve approvare. "Il proprietario della nostra compagnia, il signor Hannibal Sloat... " Si impappino'. "Provvedera' personalmente..." "No", disse Sloat, " le daremo un assegno. Il prezzo di listino del Sidney". "...Provvedera' personalmente alla scelta di un gatto che possa sostituire il vostro", si sorprese a dire Isidore. Iniziata una conversazione che non riusciva a sostenere, si scopri' incapace di uscirne. Quel che diceva possedeva una logica intrinseca che non riusciva ad arginare; andava dritta verso le proprie conclusioni. Il signor Sloat e Milt Borogrove lo fissavano stupiti mentre lui continuava a snocciolare: "Ci dia le caratteristiche specifiche del gatto che desiderate. Colore, sesso, razza; ad esempio, Persiano, Abissino, dell'Isola di Man..." "Orazio e' morto", disse la signora Pilsen. "Polmonite", disse Isidore. "E' deceduto durante il trasporto in ospedale. Il nostro primario, il dottor Hannibal Sloat, ha espresso il parere che nulla e nessuno a quel punto sarebbe riuscito a salvarlo. Ma non e' una bella cosa, signora Pilsen, che gliene diamo un altro? Non ho ragione?" La signora Pilsen, con le lacrime che iniziavano ad apparirle sul volto, disse, "Non c'e' un altro gatto come Orazio. Ci guardava - quando era ancora un micetto - da sotto in su come se ci stesse chiedendo qualcosa. Non abbiamo mai capito la domanda. Forse ora Orazio ha trovato la risposta". Nuove lacrime sgorgarono. "Credo che tutti noi, prima o poi, la troveremo". A Isidore venne un'ispirazione. "Che ne pensa di un perfetto duplicato elettrico del vostro gatto? Possiamo fornirle un perfetto manufatto della Wheelright & Carpenter. Ogni minimo particolare dell'animale defunto sara' fedelmente replicato in modo durevole..." "Ma e' terribile!" esclamo' la signora Pilsen. "Ma cosa sta dicendo? Non si azzardi a dirlo a mio marito, non glielo accenni nemmeno o lo fara' andare su tutte le furie. Voleva bene a Orazio piu' che a qualunque gatto abbia mai avuto fin dall'infanzia". Togliendo il videoricevitore dalle mani di Isidore, Milt disse alla donna, "Possiamo darle un assegno con l'importo stabilito dal listino Sidney oppure, come le ha suggerito il signor Isidore, possiamo scegliere noi un gatto nuovo che vi aggradi. Ci spiace molto che il vostro gatto sia morto, ma come le ha gia' fatto notare il signor Isidore, il gatto aveva la polmonite, che e' quasi sempre inevitabilmente fatale". Sprizzava professionalita' da tutti i pori; di loro tre, alla Clinica per Animali Van Ness, Milt era quello che faceva le migliori videofonate di lavoro. "Non posso dirlo a mio marito", disse la signora Pilsen. "Certo, signora", disse Milt accennando a una smorfia. "Lo chiamiamo noi. Ci puo' fornire il numero del suo posto di lavoro?" Cerco' una penna e un pezzo di carta; il signor Sloat glieli passo'. "Senta", disse la signora Pilsen, che pareva stesse riavendosi. "Forse il suo collega ha ragione. Forse dovrei commissionarvi una copia elettrica di Orazio, ma Ed non dovrebbe mai venire a saperlo. Si potrebbe realizzare una riproduzione tanto fedele che mio marito non riuscirebbe mai a capire la differenza?" 43 Dubbioso, Milt disse: "Se e' questo quello che vuole. Ma secondo la nostra esperienza, non si riesce mai a imbrogliare il proprietario dell'animale. Funziona con gli osservatori casuali, ad esempio con i vicini. Vede, quando si viene a contatto con un animale falso..." "Ed non entrava mai in contatto fisico con Orazio, anche se gli voleva un sacco bene. Ero io a prendermi cura delle necessita' personali di Orazio, ad esempio della sua scatola dei bisognini. Credo che valga la pena di provare un animale finto. Se poi non funzionasse, allora ci potreste trovare un sostituto vero. La cosa essenziale e' che mio marito non lo sappia. Non credo che riuscirebbe a sopravvivere. Per questo non si avvicinava mai a Orazio: aveva paura. E quando Orazio si e' ammalato - di polmonite, come mi avete confermato - Ed si e' fatto prendere dal panico e ha rifiutato di affrontare il problema. Ecco perche' ha aspettato tanto a chiamarvi. Troppo... lo sapevo anche prima che mi chiamaste. Lo sapevo". Annui', riuscendo adesso a controllare le lacrime. "Quanti giorni ci vogliono?" Milt fece un rapido calcolo. "Possiamo averlo finito entro dieci giorni. Lo potremmo consegnare durante il giorno, mentre suo marito e' al lavoro". Chiuse la chiamata augurando il buongiorno e riattacco'. "Se ne accorgera'", disse al signor Sloat. "Entro cinque secondi. Ma se la moglie vuole cosi'". "I proprietari che amano i propri animali", disse solennemente Sloat, "escono distrutti da un'esperienza del genere. Per fortuna noi abbiamo poco a che fare con gli animali veri. Vi rendete conto che i veterinari degli animali veri devono fare telefonate come questa tutti i giorni?" Si mise a fissare John Isidore. "Dopotutto non sei poi cosi' stupido, Isidore. Hai sbrigato la faccenda piuttosto bene. Anche se e' dovuto intervenire Milt". "Stava andando benone", disse Milt. "Dio, e' stata dura". Prese in mano il defunto Orazio. "Lo porto giu' in officina; Han, tu intanto chiama la Wheelright & Carpenter e fai venir qui un loro tecnico a misurarlo e fotografarlo. Non voglio che se lo portino in fabbrica. Voglio confrontarlo io stesso con la copia". "Mi sa che ci faccio parlare Isidore con loro", decise Sloat. "E' lui che ci ha ficcato in questo pasticcio; dovrebbe essere in grado di trattare con la Wheelright & Carpenter dopo aver avuto a che fare con la signora Pilsen". Milt disse a Isidore: "Ma non fargli prendere l'originale". Tiro' su Orazio. "Vorranno prenderselo perche' gli renderebbe il lavoro un bel po' piu' facile. Cerca di essere irremovibile ". "Hmmm", mormoro' Isidore, socchiudendo gli occhi. "E va bene. Mi sa che e' meglio chiamarli subito, prima che cominci a decomporsi. E' vero che i cadaveri si decompongono, o qualcosa del genere?" Si sentiva al settimo cielo. 44 CAPITOLO OTTAVO Parcheggiata la veloce aereomobile del dipartimento, che aveva il motore truccato, sulla terrazza del Palazzo di Giustizia di San Francisco a Lombard Street, il cacciatore di taglie Rick Deckard, valigetta in mano, scese nell'ufficio di Harry Bryant. "Sei tornato prestissimo", gli disse il superiore, appoggiandosi allo schienale della sedia e prendendo un pizzico di tabacco da fiuto Specific numero 1. "Ho scoperto quello di cui avevamo bisogno". Rick si sedette di fronte alla scrivania. Appoggio' la valigetta. Sono stanco, si rese conto. La stanchezza aveva cominciato a farsi sentire, adesso che era rientrato alla base; si chiese se sarebbe stato in grado di recuperare quanto bastava per affrontare i compiti che Io attendevano. "Come sta Dave?" chiese. "Sta abbastanza bene da poter andare a trovarlo? Vorrei parlargli prima di dedicarmi al primo droide". Bryant disse, "Prima devi fare un tentativo con Polokov, quello che ha beccato Dave. E' meglio levarselo subito di torno, visto che sa che l'abbiamo in lista". "Prima ancora che parli con Dave?" Bryant prese un foglio di carta velina, una terza o forse quarta copia carbone. "Polokov ha un lavoro comunale, fa lo spazzino". "Ma non e' un lavoro riservato agli speciali?" "Polokov si finge uno speciale, un cervello di formica. Alquanto deteriorato - o almeno finge di esserlo. E' questo che ha tratto in inganno Dave; pare che Polokov si comporti proprio come un cervello di formica e ne abbia tutto l'aspetto, cosi' che Dave se n'e' dimenticato. Sei sicuro del test di Voigt-Kampff adesso? Sei assolutamente certo, da quello che e' successo a Seattle, che..." "Ne sono certo", taglio' corto Rick, senza ulteriori spiegazioni. Bryant disse, "Mi fido della tua parola. Ma non possiamo permetterci nemmeno un errore ". "Quando si va a caccia di droidi non ci si puo' permettere di farne comunque. Con questi non e' quindi diverso che con gli altri". "I Nexus-6 sono diversi". "Mi sono gia' imbattuto nel mio primo Nexus-6", disse Rick. "E Dave ne ha trovati due. Tre, se conti Polokov. Va bene, ritirero' Polokov oggi stesso, e magari stasera o domani parlero' con Dave". Allungo' la mano verso la copia carbone sbiadita, il foglio informativo sull'androide Polokov. "Un'altra cosa", disse Bryant. "Un poliziotto sovietico, della W.P.O., e' in viaggio per venire qui. Mentre eri a Seattle ho ricevuto una sua chiamata; e' a bordo di un razzo dell' Aeroflot che atterrera' alla base pubblica, qui, piu' o meno tra un'ora. Si chiama Sandor Kadalyi ". "Che cosa vuole?" Raramente, anzi quasi mai, gli sbirri della W.P.O. si facevano vedere a San Francisco. "La W.P.O. e' cosi' interessata ai modelli Nexus-6 da volere che uno dei loro ti affianchi. Un osservatore, ma anche, se ne e' all'altezza, un aiuto. Sta a te decidere se e quando puo' esserti utile. Comunque, il permesso di starti appiccicato gliel'ho gia' accordato io". "E la taglia?" chiese Rick. "Non devi dividerla", spiego' Bryant, e si lascio' sfuggire una risatina stridula. "Proprio non mi parrebbe giusto dal punto di vista economico". Non aveva la minima intenzione di spartire i propri profitti con un duro della W.P.O.. Rick studio' attentamente il foglio informativo di Polokov: forniva una descrizione dell'uomo - anzi, del droide - e il suo indirizzo attuale e il luogo di lavoro: la Bay Area Scavenger Company, l'impresa di nettezza 45 urbana con gli uffici a Geary Street. "Vuoi aspettare che arrivi l'agente sovietico per aiutarti a ritirare Polokov?" domando' Bryant. Rick diede segno d'irritarsi. "Ho sempre lavorato da solo. Certo, sta a te decidere - faccio tutto quello che dici. Ma secondo me e' meglio dare addosso a Polokov immediatamente, senza stare ad aspettare che Kadalyi arrivi in citta'". "Allora procedi da solo", decise Bryant. "E poi per il prossimo, e si trattera' di Luba Luft - eccoti anche il suo foglio descrittivo - puoi tirati dietro Kadalyi". Ficcate le veline nella valigetta, Rick usci' dall'ufficio del superiore e sali' un'altra volta sulla terrazza dov'era parcheggiata Paereomobile. E adesso facciamo una visitina al signor Polokov, disse tra se', tastando la torcia laser che teneva sotto la giacca. Come primo approccio all'androide Polokov, Rick si fermo' agli uffici della Bay Area Scavenger Company. "Sto cercando un vostro impiegato", disse alla serissima signora dai capelli grigi che stava al centralino. Il palazzo della nettezza urbana lo impressiono': enorme e moderno, conteneva un gran numero di impiegati d'alto livello, esclusivamente impegnati in lavori d'ufficio. La spessa moquette, le costose scrivanie di legno massello, gli fecero ricordare che la raccolta dell'immondizia e la gestione delle discariche, dopo la guerra, erano diventate uno degli affari piu' importanti di tutta la Terra. L'intero pianeta aveva cominciato a disintegrarsi, trasformandosi in ciarpame, e per mantenere il pianeta abitabile da parte della popolazione superstite di tanto in tanto la spazzatura andava portata via... altrimenti, come piaceva dire a Buster Friendly, la Terra sarebbe morta sotto uno strato - non di polvere radioattiva - ma di palta. "Si rivolga al signor Ackers", gli disse la centralinista. "E' lui il capo del personale". Gli indico' una mastodontica scrivania di finto rovere occupata da un individuo occhialuto, magro ed effeminato, sommerso da montagne di documenti. Rick esibi' il suo tesserino di poliziotto. "Dove si trova in questo momento il vostro dipendente Polokov? Al lavoro o a casa?" Dopo aver consultato malvolentieri i registri, il signor Ackers disse: "Polokov dovrebbe essere al lavoro: ha il compito di compattare le aereomobili in disuso nel nostro impianto di Daly City e poi gettarle nella baia. Pero'..." Il capo del personale consulto' un altro documento, poi si mise al video-fono e fece una chiamata interna. "Insomma, non c'e'", disse, chiudendo la chiamata. Riattaccando, disse a Rick, "Polokov oggi non si e' visto al lavoro. Nessuna spiegazione. Cosa ha combinato, agente?" "Se dovesse farsi vivo", disse Rick, "non gli dica che sono venuto qui a far domande su di lui. Ha capito?" "Certo, ho capito", rispose Ackers imbronciato, come se il suo alto livello di conoscenza in questioni di polizia fosse stato messo in dubbio. Con l'aereomobile truccata del dipartimento Rick quindi volo' fino al condominio dove abitava Polokov, al Tenderloin. Quello non lo prendiamo piu', si disse. Quei due - Bryant e Holden - hanno aspettato troppo. Invece di spedirmi a Seattle, Bryant doveva sguinzagliarmi dietro a Polokov - meglio ancora se l'avesse fatto ieri sera, appena Dave Holden e' stato beccato. Che schifo di posto squallido, osservo' nell'attraversare la terrazza per arrivare all'ascensore. Gabbie di animali abbandonate, incrostate da mesi e mesi di polvere. E, in una gabbia, un animale finto che aveva smesso di funzionare, un pollo. In ascensore scese fino al piano di Polokov; trovo' il corridoio al buio, come fosse una caverna sotterranea. Con la torcia a raggio ermetico in dotazione alla polizia illumino' il corridoio e lancio' un'altra occhiata alla velina. Il test di Voigt-Kampff era gia' stato somministrato a Polokov: quella par46 te poteva saltarla, e passare direttamente a distruggere l'androide. Meglio prenderlo da qui fuori, decise. Poso' a terra la borsa delle armi, e l'apri'. Ne trasse un trasmettitore nondirezionale di onde Penfield; scelse il tasto "catalessi". Lui era protetto dall'emanazione per mezzo di una emissione di controonde dirette esclusivamente a lui dall'involucro in metallo del trasmettitore. A questo punto dovrebbero essere tutti secchi come baccala', si disse, e spense il trasmettitore. Tutti quanti, umani e androidi indifferentemente, che si trovano nei dintorni. Nessun ri'schio per me; devo solo entrare li' dentro e sparargli con il laser. Sempre che sia ancora nell'appartamento, ovviamente, il che e' improbabile. Utilizzando una chiave infinita, in grado di analizzare e aprire ogni forma nota di serratura, entro' nell'appartamento di Polokov, laser alla mano. Niente Polokov. Solo mobilia mezza sfatta, un luogo in bali'a della palta e del degrado. Non c'erano oggetti personali: lo accolsero solo dei resti abbandonati che Polokov aveva ereditato nell'occupare l'appartamento e che nell'abbandonarlo lasciava al prossimo inquilino - se mai ce ne sarebbe stato un altro. Lo sapevo, si disse. Bene, ecco andati in fumo i primi mille dollari di taglia; probabilmente ormai e' fuggito fino al Circolo Polare Antartico. Fuori dalla mia giurisdizione: un altro cacciatore di taglie di un altro dipartimento di polizia ritirera' Polokov e incassera' la ricompensa. Avanti, allora, pensiamo ai droidi che non sono ancora stati messi sull'avviso come Polokov. Passiamo a Luba Luft. Torno' sulla terrazza, sali' sull'aereomobile e fece rapporto per telefono a Harry Bryant. "Nessuna fortuna con Polokov. Probabilmente ha tagliato la corda subito dopo aver beccato Dave". Consulto' l'orologio. "Vuoi che vada alla base a prendere Kadalyi? Risparmierei tempo: ho voglia di cominciare con Luba Luft". Aveva gia' il foglio informativo che la riguardava aperto davanti a se' e aveva iniziato a studiarlo approfonditamente. "Ottima idea", disse Bryant, "se non fosse che Kadalyi e' gia' arrivato; la navicella dell'Aeroflot - come al solito, dice lui - e' arrivata in anticipo. Aspetta un momento". Confabulo' con un interlocutore invisibile. "E' in volo per venire dove sei tu adesso", disse Bryant, ritornato sullo schermo. "Intanto aggiornami sulla signorina Luft". "Una cantante lirica. Secondo quanto si dice viene dalla Germania. Attualmente con la Compagnia del Teatro d'Opera di San Francisco". Rick fece un cenno d'intesa, concentrato sul foglio informativo. "Deve avere una bella voce per crearsi dei contatti tanto in fretta. Va bene, Kadalyi l'aspetto qui". Spiego' a Bryant dove si trovava e chiuse. Mi faro' passare per un melomane, decise mentre proseguiva la lettura. Mi piacerebbe vederla interpretare Donna Anna nel Don Giovanni. Nella mia collezione personale ho alcuni nastri delle grandi dei tempi andati come Elisabeth Schwartzkopf e Lotte Lehmann e Lisa Della Casa; questo ci fornira' qualche argomento di conversazione mentre preparo l'apparecchiatura per il Voigt-Kampff. Il telefono dell'aereomobile squillo'. Rick stacco' il ricevitore. La centralinista della polizia disse: "Signor Deckard, una chiamata per lei da Seattle; l'ispettore Bryant ha detto di passargliela. Dall'Associazione Rosen". "Va bene", disse Rick, e si mise in attesa. Che vogliono, adesso? si chiese. Per quanto aveva potuto vedere, per lui il nome Rosen era sinonimo di cattive notizie. E senza dubbio avrebbe continuato ad esserlo, qualsiasi fossero le loro intenzioni. Il viso di Rachael Rosen apparve sul minuscolo schermo. "Salve, agente Deckard". Aveva un tono che pareva conciliante; cio' risveglio' la sua attenzione. "E' occupato in questo momento o posso parlarle?" "Prego", le disse. "Qui all'Associazione abbiamo discusso la sua situazione in rapporto ai modelli Nexus-6 sfuggiti al controllo, e siccome li conosciamo bene, crediamo che lei abbia piu' probabilita' 47 di cavarsela se uno di noi collabora con lei". "In che senso?" "Be', uno di noi potrebbe accompagnarla. Quando va in giro a cercarli". "Perche'? Che aiuto mi dareste?" Rachael disse, "I Nexus-6 si mettono all'erta quando sono avvicinati da un umano. Ma se fosse un altro Nexus-6 a operare il contatto..." "Lei si sta riferendo a se stessa". "Si'". Annui', il volto serio. "C'e' gia' troppa gente che mi aiuta". "Ma secondo me lei ha davvero bisogno del mio aiuto". "Ne dubito. Pero', magari, ci penso un po' su e la richiamo". Tra un bel po', in un futuro indeterminato, aggiunse tra se' e se'. Anzi, piu' probabilmente, mai. Ci manca solo questa: Rachael Rosen che mi salta fuori dalla polvere a ogni passo. "Lo dice tanto per dire", disse Rachael. "Non ha alcuna intenzione di richiamarmi. Lei non si rende conto di quanto duttile possa essere un Nexus-6 di quelli sfuggiti illegalmente, di come sia impossibile il suo compito. Ci sembra di doverle qualcosa dopo... - be' - dopo quello che le abbiamo fatto". "Lo prendero' in considerazione". Fece per riattaccare. "Senza di me", disse Rachael, "uno di loro prendera' lei prima che lei prenda lui". "Arrivederci", disse lui, e riattacco'. Che razza di mondo e' questo, si chiese, se un androide telefona a un cacciatore di taglie e si offre di aiutarlo? Richiamo' il centralino della polizia. "Non passatemi piu' nessuna telefonata da Seattle", ordino'. "Certo, signor Deckard. Il signor Kadalyi l'ha gia' raggiunta?" "Lo sto ancora aspettando. E farebbe meglio a sbrigarsi perche' non ho intenzione di restare qui a lungo". Di nuovo, riattacco'. Mentre riprendeva a leggere il foglio informativo su Luba Luft, un aereo-taxi atterro' sulla terrazza a pochi metri da lui. Dal taxi scese un uomo apparentemente intorno ai cinquantacinque anni, dal volto rubizzo, l'aspetto serafico, con indosso un impressionante cappotto pesante in chiaro stile russo. Sorridente, l'uomo si avvicino' alla macchina di Rick porgendogli la mano. "Il signor Deckard?" chiese l'uomo con un forte accento slavo. "Il cacciatore di taglie del Dipartimento di Polizia di San Francisco?" Il taxi vuoto decollo' e il Russo lo segui' con sguardo assente mentre scompariva. "Mi chiamo Sandor Kadalyi", disse l'uomo, e apri' la portiera della macchina per entrarvi insieme a Rick. Nello stringere la mano a Kadalyi, Rick noto' che l'esponente della W.P.O. aveva un modello insolito di torcia al laser, un tipo che lui non aveva mai visto. "Oh, questa?" disse Kadalyi. "Interessante, no?" La estrasse dal cinturone. "L'ho presa su Marte". "Credevo di conoscere tutti i tipi di pistola in produzione", disse Rick. "Anche quelli costruiti sulle colonie per loro uso esclusivo". "L'abbiamo costruita noi", disse Kadalyi, raggiante come un Babbo Natale slavo, il volto rubicondo pieno d'orgoglio. "Le piace? Ha di diverso, dal punto di vista funzionale... ecco, la prenda". Passo' l'arma a Rick che la ispeziono' con occhio esperto, allenato da anni di esperienza. "Che cos'ha di diverso dal punto di vista funzionale?" chiese Rick. Non vedeva nulla. "Provi a tirare il grilletto". Mirando in aria, fuori dal finestrino dell'aereomobile, Rick premette il grilletto dell'arma. Non accadde nulla; non parti' alcun raggio. Interdetto, si volse verso Kadalyi. "Il circuito di innesco", disse Kadalyi allegramente, "non e' inserito. E' rimasto a me. Vede? " Apri' la mano, mostrando un minuscolo meccanismo. "E posso anche direzionarlo, 48 entro certi limiti. Non importa dov'e' puntato". "Lei non e' Polokov, e' Kadalyi", disse Rick. "Non voleva dire il contrario? La trovo un po' confuso". "Certo, voglio dire che lei e' Polokov, l'androide; non e' della polizia russa". Rick, con la punta del piede, schiaccio' il pulsante di emergenza sul pavimento della macchina. "Perche' il mio laser non fa fuoco?" disse Kadalyi-Polokov, accendendo e spegnendo l'apparecchio miniaturizzato di puntamento e sparo che teneva sul palmo della mano. "Un'onda sinusoidale", disse Rick. "Sfasa l'emissione laser e trasforma il raggio in luce convenzionale". "Allora dovro' spezzarti quel tuo collo da grissino". L'androide lascio' cadere l'arma, e quasi ringhiando afferro' con entrambe le mani la gola di Rick. Mentre le mani dell'androide gli affondavano nella gola, Rick fece fuoco con la sua vecchia pistola d'ordinanza che teneva nel fodero dietro la schiena. La pallottola della 38 magnum colpi' l'androide alla testa facendogli scoppiare li scatola del cervello. L'unita' Nexus-6 che lo faceva funzionare esplose in mille frammenti, una rabbiosa folle folata riempi' tutta l'aereomobile. Delle minuscole schegge, come fossero pulviscolo radioattivo, andarono a deporsi su Rick. La carcassa dell'androide ritirato oscillo' all'indietro, andando"! sbattere contro la portiera, rimbalzo' e venne a sbattergli addosso pesantemente. Dovette districarsi dai resti palpitanti dell'androide e spingerli via. Ancora tremante, finalmente prese il telefono e chiamo' il Palazzo di Giustizia. "Posso trasmettere il mio rapporto?" disse. "Dite a Harry Bryant che ho preso Polokov". " "Ha preso Polokov". Bryant sa di che si tratta, no?" "Si'", disse Rick, e riattacco'. Cristo, per un pelo, si disse. Sono stato troppo impulsivo quando ho risposto all'avvertimento di Rachael Rosen; ho fatto il contrario di quello che mi ha proposto, ed e' stata quasi la mia fine. Ma ho preso Polokov, disse tra se'. Gradualmente il surrene smise di pompargli adrenalina e altre secrezioni nel sangue; il battito cardiaco stava ridiventando normale e il respiro era meno convulso. Ma Rick tremava ancora. Ad ogni modo mi sono appena guadagnato mille dollari, si disse. Quindi ne e' valsa la pena. E so reagire piu' velocemente di Dave Holden. Certo, e' vero, l'esperienza di Dave evidentemente mi ha messo sull'avviso; devo ammetterlo. Dave non aveva avuto avvertimenti del genere. Riprese il telefono e chiamo' Iran. Intanto riusci' ad accendersi una sigaretta; il tremito aveva cominciato a calmarsi. Il volto della moglie, intorpidito dalle sei ore di depressione autoaccusatoria che lei stessa gli aveva annunciato, apparve sul videoschermo. "Oh, ciao Rick". "Che e' successo al 594 che ti avevo programmato prima di uscire? Compiaciuto riconoscimento... " "L'ho riprogrammato. Appena te ne sei andato. Cosa vuoi?" La voce le si abbasso' in un desolato mugugno di sconforto. "Sono troppo stanca e non mi resta nessuna speranza, per nulla. Ne' per il nostro matrimonio ne' per te che da un momento all'altro puoi essere ammazzato da uno di quei droidi: e' di questo che mi vuoi parlare, Rick? Devi dirmi che un droide ti ha beccato?" Sullo sfondo, la voce di Buster Friendly strepitava a un volume impossibile, cancellando le parole di Iran; vedeva che muoveva la bocca, ma sentiva solo la TV. "Ascolta", la interruppe. "Mi senti? Sono impegnato in un affare importante. Un nuovo tipo di androide che pare nessuno sia in grado di affrontare, tranne me. Ne ho gia' ritirato uno, e tanto per cominciare sono mille dollari. Sai quello che possiamo comprarci prima che abbia finito?" Iran lo fissava come se non lo vedesse. "Oh", gli rispose facendo cenno di si'. "Ma non te l'ho ancora detto!" Rick adesso aveva capito; stavolta la depressione della moglie era tale che non riusciva nemmeno ad ascoltarlo. Era come parlare nel vuoto. "A 49 stasera", concluse amaramente, e sbatte' giu' il ricevitore. Accidenti a lei, si disse. Rischio la vita, ma a che serve! Non le importa nulla se riusciamo a comprarci uno struzzo meno, nulla la tocca. Vorrei averla lasciata due anni fa, quando stavamo pensando di separarci. Posso ancora farlo, pero', ricordo' a se stesso. Incupito, si abbasso' a raccogliere sul fondo della macchina le carte scompigliate, tra cui gli appunti su Luba Luft. Nessun aiuto, si disse. La maggior parte degli androidi che ho conosciuto hanno piu' vitalita' e desiderio di vivere di' miti moglie. Non ha nulla da darmi. Questo gli fece ritornare in mente Rachael Rosen. Il SUO parere sulla mentalita' del Nexus6, si rese conto, si e' rivelato esatto. Purche' non mi chieda parte della taglia, forse mi potrebbe essere utile. L'incontro con Kadalyi-Polokov aveva modificato radicalmente il suo modo di vedere. Sferzando deciso il motore dell'aereomobile sfreccio' come se nulla fosse nel cielo, diretto al War Memorial, il vecchio teatro dell'opera dove, secondo gli appunti di Dave Holden, a quell'ora avrebbe trovato Luba Luft. Comincio', allora, a fantasticare anche su di lei. Alcune androidi femmine gli erano sembrate carine; diverse di loro gli avevano fatto provare un'attrazione fisica che gli era parsa una ben strana sensazione, sapendo a mente fredda che si trattava di macchine, per quanto fossero in grado di avere delle reazioni emotive. Rachael Rosen, ad esempio. No, concluse; troppo magra. Senza nulla di davvero interessante, specialmente il busto. Una figura da bambina, scialba e piatta. Poteva chiedere di meglio. Quanti anni aveva Luba Luft, secondo le informazioni disponibili? Guidando riprese in mano gli appunti, ormai tutti stropicciati, e trovo' la cosiddetta "eta'" della Luft. Ventotto, dicevano le note. A giudicare dalle apparenze, che - con i droidi - era l'unico criterio di qualche utilita'. Meno male che me ne intendo abbastanza di lirica, penso' Rick. E un altro vantaggio che ho rispetto a Dave, ho un po' piu' di interessi culturali. Prima di chiedere a Rachael di aiutarmi, ci provo con un altro droi'de, decise. Se la signorina Luft si rivela tremendamente difficile... - ma qualcosa gli diceva che non lo sarebbe stata. Polokov era il piu' duro; gli altri, non sapendo che c'era qualcuno che dava loro la caccia, sarebbero caduti uno dopo l'altro, impallinati come anitre in volo. Mentre scendeva di quota, calandosi verso l'ampia terrazza decorata del teatro dell'opera, Rick cantava ad alta voce un pot-pourri di arie, con parole pseudoitaliane che si inventava al momento; anche senza il modulatore d'umore Penfield sottomano si senti' lo spirito illuminarsi di ottimismo, e di una famelica e gioiosa sensazione di attesa. 50 CAPITOLO NONO All'interno dell'enorme pancia della balena d'acciaio e pietra modellata a formare il teatro dell'opera costruito per resistere a lungo, Rick Deckard vide che avevano luogo delle prove rumorose che riecheggiavano piuttosto malcerte. Entrando riconobbe la musica: Il Flauto Magico di Mozart, le scene finali del primo atto. Gli schiavi del moro - in altre parole, il coro - avevano attaccato la loro parte con una battuta d'anticipo, rovinando completamente il ritmo semplice delle campanelle magiche. Che piacere, Il Flauto Magico gli piaceva da morire. Si sedette in una poltrona della prima galleria (nessuno parve notarlo) e si mise comodo. Ora Papageno con il suo fantastico piumaggio si era unito a Pamina per cantare parole che riuscivano sempre a far salire lacrime agli occhi di Rick, quando e se gli accadeva di ricordarsele. Könnte jeder brave Mann solche Glöckchen finden, seine Feinde würden dann ohne Mühe schwinden. Be', penso' Rick, nella vita vera non esistono campanelle magiche del genere, che fanno scomparire i nemici sensi alcuno sforzo. Peccato. E Mozart, non molto tempo dopo aver finito Il Flauto Magico, era morto - a soli trentacinque anni - di una malattia ai reni. Ed era stato sepolto in una fossa comune, come un povero senza nome. Seguendo questi pensieri si chiese se Mozart avesse avuto qualche intuizione del fatto che il futuro non esisteva, che aveva gia' usato tutto il poco tempo che gli spettava. Forse l'ho usato tutto, anch'io, penso' nel guardare le prove che procedevano. Queste prove finiranno, lo spettacolo finira', i cantanti moriranno, con il tempo anche l'ultimo spartito verra' distrutto, in un modo o nell'altro; infine il nome "Mozart" scomparira' e la polvere avra' vinto. Se non su questo pianeta, su un altro. Possiamo sfuggirle per un po'. Come i droidi riescono a sfuggirmi e a sopravvivere un po' piu' a lungo, ma sempre per un tempo comunque definito. Perche' poi li prendo io, o li prende qualche altro cacciatore di taglie. In un certo senso, penso', faccio parte anch'io del processo dell 'entropia che distrugge tutto. Quelli dell'Associazione Rosen creano e io distruggo. O cosi' almeno loro devono vedere la questione. Intanto, sul palcoscenico, Papageno e Pamina erano impegnati in un dialogo. Interruppe la riflessione introspettiva e si mise ad ascoltare. Papageno: "Figlia mia, cosa dovremmo dire ora?" Pamina: "La verita'. Questo diremo". Chinandosi in avanti e scrutando con attenzione, Rick studio' Pamina agghindata in abiti pesanti ed elaborati, con il soggolo che le reggeva il velo sulle spalle e sul volto. Rilesse il foglio informativo e si appoggio' allo schienale, soddisfatto. Ho visto il mio terzo androide Nexus-6, riflette. Luba Luft. Un po' ironico, il sentimento che suscita il suo ruolo. Per quanto vitale, attivo e di bell'aspetto, un androide in fuga non potrebbe certo dire la verita'; riguardo a se stesso, perlomeno. Sul palcoscenico Luba Luft cantava, e Rick rimase sorpreso dalla qualita' di quella voce; era al livello delle migliori, anche di quelle famose nella sua collezione di registrazioni storiche. L'Associazione Rosen l'aveva costruita bene, doveva ammetterlo. E di nuovo vide se stesso sub specie aeternitatis, il distruttore della forma evocato da cio' che sentiva e vedeva li'. Forse, quanto meglio funziona, quanto piu' lei sa cantare bene, e tanto piu' c'e' bisogno di me. Se gli androidi fossero rimasti su standard inferiori, come i vecchi q-40 costruiti 51 dalla Derain Associates, il problema non esisterebbe e non ci sarebbe bisogno di quello che so fare io. Mi chiedo quando dovrei farlo, si disse. Il piu' presto possibile, probabilmente. Appena finita la prova, quando rientra in camerino. Alla fine dell'atto la prova venne temporaneamente sospesa. Sarebbe ripresa, disse il direttore d'orchestra in inglese, francese e tedesco, dopo un'ora e mezza. Il direttore d'orchestra quindi usci' di scena; gli orchestrali posarono gli strumenti e se ne andarono anch'essi. Alzatosi, Rick si diresse sul retro del palcoscenico, verso i camerini; segui' gli ultimi della compagnia che stavano uscendo, senza fretta, decidendo sul da farsi. E' meglio cosi', meglio chiudere immediatamente la questione. Cerchero' di passare il minor tempo possibile a parlarle e a somministrarle il test. Appena ne saro' sicuro... - ma tecnicamente non poteva avere certezze prima della fine del test. Forse Dave si e' sbagliato sul suo conto, ipotizzo'. Spero di si'. Ma in realta' ne dubitava. Istintivamente, la sua professionalita' aveva gia' reagito. E finora non s'era mai sbagliato... in tutti gli anni passati al dipartimento. Fermo' una comparsa e gli chiese qual era il camerino della signorina Luft; la comparsa, truccato e vestito da soldato egiziano, gli fece un cenno. Rick arrivo' alla porta che gli era stata indicata, dove c'era affissa una nota scritta in inchiostro che diceva MISS LUFT NON DISTURBARE, e busso'. "Avanti". Entro'. La donna era seduta alla toletta con una partitura rilegata, evidentemente alquanto usata, aperta sulle ginocchia annotava qua e la' la partitura con una penna a sfera. Indossava ancora il costume, tranne il soggolo che aveva sistemato su una rastrelliera, e non si era ancora tolta il trucco."Si'?" disse, alzando lo sguardo. Il trucco di scena le rendeva gli occhi pii grandi: enormi, color nocciola, lo fissavano senza alcun tentennamento. "Ho da fare, come puo' vedere". La sua voce non tradiva alcun residuo d'accento straniero. "Lei vince il confronto con la Schwarzkopf" esordi' Rick. "Ma lei chi e'?" Il suo tono aveva in se' un freddo riserbo e quell'altra freddezza, che lui aveva gia' riscontrato in tanti androidi. Sempre lo stesso: un grande intelletto, la capacita' di conseguire traguardi importanti, ma anche questa freddezza. La deplorava. Eppure, senza di essa, non sarebbe riuscito a identificarli. "Sono del Dipartimento di Polizia di San Francisco", disse. "Davvero?" I grandi occhi intensi non si mossero, non risposero in alcun modo. "Che ci viene a fare qui?" Il suo tono, stranamente, pareva cortese. Sedendosi su una sedia vicina apri' la valigetta. "Sono stato mandato a somministrarle un normale test sul profilo della personalita'. Ci vorranno solo alcuni minuti". "E' proprio necessario?" Fece un cenno indicando la grossa partitura rilegata, "Ho un sacco da fare". Ora aveva iniziato a sembrare un po' in apprensione. "E' necessario". Estrasse gli strumenti per il Voigt-Kampff, e comincio' a sistemarli. "E' un test per il quoziente intellettuale?" "No, per l'empatia". "Devo mettermi gli occhiali". Allungo' la mano per aprire una cassetto della toletta. "Se e' in grado di annotare la partitura senza occhiali puo' anche fare il test cosi' com'e'. Le faro' vedere delle fotografie e le faro' alcune domande. Intanto..." Si alzo' e le si avvicino' e, chinatosi, le applico' la ventosa con i sensori sulla guancia alquanto colorita. "E poi questa luce", disse, regolando l'angolazione del sottile raggio, "e siamo pronti". 52 "Crede che io sia un androide? E' per questo, no?" La voce le era quasi del tutto scomparsa. "Non sono un androide. Non sono mai nemmeno stata su Marte; un androide non l'ho mai nemmeno visto!" Le lunghe ciglia vibrarono involontariamente; Rick si rese conto che la cantante tentava di mantenere la calma. "Vi hanno informato che c'e' un androide nella nostra compagnia? L'aiuterei con piacere, e le pare che se fossi un androide avrei piacere ad aiutarla?" piacere ad aiutarla?" "A un androide", le disse, "non importa nulla di quello che succede a un altro androide. Questa e' una delle indicazioni che cerchiamo di identificare". "Allora", disse Miss Luft, "lei deve essere un androide". La battuta lo fece fermare all'istante; la guardo'. "Perche'", continuo', "il suo compito e' quello di ucciderli, non e' vero? Lei e' uno di quei..." Cercava di ricordarsi. "Cacciatori di taglie", disse Rick. "Ma non sono un androide". "Il test a cui vuole sottopormi," la voce adesso aveva cominciato a tornarle, "lei l'ha superato?" "Si'", annui' Rick. "Tanto tanto tempo fa; quando ho cominciato a lavorare con il dipartimento ". "Forse e' un falso ricordo. Non e' vero che qualche volta gli androidi hanno dei falsi ricordi? " Rick disse, "I miei superiori sanno tutto del test. E' obbligatorio". "Forse una volta e' esistito un umano che aveva il suo stesso aspetto, e a un certo punto lei l'ha ucciso e ne ha preso il posto. E i suoi superiori non lo sanno". Sorrise, come invitandolo a darle ragione. "Su, procediamo con il test", disse Rick prendendo in mano il questionario. "Faccio il test", disse Luba Luft, "se lo fa prima lei". Di nuovo la fisso' stupito, preso in contropiede. "Non crede che sarebbe piu' giusto?" chiese. "Allora sarei sicura di chi e' lei. Non so, lei sembra cosi' singolare, cosi' duro e strano". Ebbe un brivido, ma sorrise ancora, fiduciosa. "Lei non sarebbe in grado di sottopormi al Voigt-Kampff. Ci vuole parecchia esperienza. Adesso mi ascolti con attenzione. Le domande riguardano un certo numero di situazioni in cui lei potrebbe venirsi a trovare; da lei voglio una frase in risposta alla situazione, mi deve dire quello che farebbe. E voglio che lei risponda nel modo piu' rapido possibile. Uno dei fattori che mi interessano e' il tempo di reazione". Scelse la prima domanda. "Guarda la TV, e all'improvviso s'accorge che una vespa le si e' posata sul polso". Controllo' l'orologio, contando i secondi. E controllava anche i due quadranti. "Cos'e' una vespa?" chiese Luba Luft. "Un insetto volante che punge". "Oh, che strano". Gli enormi occhioni le si dilatarono con fiducia infantile, come se le avesse rivelato il mistero centrale del creato. "Ne esistono ancora? Non ne ho mai visto nemmeno una". "Sono morte per via della polvere. Davvero non sa cos'e' una vespa? Doveva essere al mondo quando c'erano ancora le vespe; era soltanto..." "Mi dica la parola in tedesco". Cerco' di ricordarsi il vocabolo tedesco per "vespa", ma non ci riusci'. "Lei parla perfettamente la mia lingua", le disse incollerito. "Il mio accento", lo corresse, "e' perfetto. E' necessario che lo sia, per i ruoli in Purcell, Walton, Vaughan Williams. Ma il mio vocabolario non e' molto ampio". Gli lancio' una timida occhiata. "Wespe", disse Rick, rammentandosi della parola tedesca. "Ach, si'; eine Wespe". Rise. "E qual era la domanda? Me la sono gia' dimenticata". "Proviamone un'altra". A quel punto era impossibile registrare una risposta significativa. "Guarda un vecchio film alla TV, un film di prima della guerra. Siamo nel pieno di un banchetto; il piatto principale", aveva saltato la prima parte della domanda, "era cane bollito con ripieno di riso". "Nessuno ucciderebbe un cane per mangiarselo", disse Luba Luft. "Valgono un patri53 monio. Ma mi sa che era un cane finto, un surrogato. Giusto? Ma i surrogati sono fatti di cavi e motori; non li si puo' mangiare". "Prima della guerra", gracchio' irritato. "Prima della guerra non ero al mondo". "Ma avra' visto dei vecchi film in TV!" "Il film era ambientato nelle Filippine?" "Perche'?" "Perche'", disse Luba Luft, "una volta nelle Filippine mangiavano il cane lesso con il ripieno di riso. Ricordo di averlo letto". "Ma come risponde?" le chiese. "Mi dia la sua reazione emotiva, morale, sociale". "Al film?" Ci penso' su. "Cambierei canale e mi metterei a vedere Buster Friendly". "Perche' cambierebbe canale?" "Be'", disse vivace, "chi mai se ne starebbe a guardare un vecchio film ambientato nelle Filippine? Cos'e' mai successo nelle Filippine a parte la Marcia della Morte Bataan, e chi la guarderebbe quella?" Lo guardo' con furia, indignata. Sui quadranti le lancette sventagliavano in tutte le direzioni. Dopo una pausa, Rick riprese a interrogarla, con la massima attenzione, "Affitta una casa in montagna..." "Ja". Faceva cenno di si' con la testa. "Continui pure; sto aspettando". "In una zona ancora verde". "Pardon?" Si porto' la mano all'orecchio. "Non ho mai sentito questo vocabolo". "Vuoi dire che ci crescono ancora alberi e cespugli. La casa e' costruita in travi di pino rustiche e ha un enorme carnino. Alle pareti sono state appese delle vecchie carte geografiche, delle stampe di Currier e Ives, e sopra al camino e' stata messa la testa di un cervo, un maschio adulto dalle corna ramificate. Alle persone che sono con voi l'arredamento piace e..." "Non capisco Currier ne' Ives ne' arredamento", disse Luba Luft; sembrava, pero', che si sforzasse di cogliere il significato dei termini. "Aspetti". Alzo' la mano, tutta seria. "Si mangia con il riso, come il cane. Il currier e' quello che serve per fare il riso al currier. In tedesco si dice Curry". Rick non riusciva proprio a rendersi conto, con tutta la buona volonta', se la fumosita' semantica di Luba Luft aveva uno scopo preciso. Dopo un breve consulto con se stesso, decise di provare un'altra domanda; che altro poteva fare? "La sera esce con un uomo che le chiede di andare nel suo appartamento. Una volta accettato..." "O nein", lo interruppe Luba. "Li' non ci andrei mai. Questa risposta e' facile". "Ma la domanda non e' questa!" "Ha sbagliato la domanda? Ma io l'avevo capita! Perche' la prima domanda che capisco e' sbagliata? Forse io non devo capire?" Palpitando agitata si passo' piu' volte la mano sulla guancia - staccando cosi' la ventosa. Cadde per terra e rotolo' fin sotto la toletta. "Ach Gott", mormoro', chinandosi per recuperarla. Il rumore di uno strappo, il rumore di tessuto che si lacera. Il suo complicato costume. "La prendo io", disse Rick, spostandola da un lato; si inginocchio', tasto' sotto la toletta fino a che le dita non trovarono la ventosa. Quando si rialzo' si trovo' davanti a una torcia al laser. "Le sue domande", disse Luba Luft con voce chiara e formale, "hanno cominciato ad avere a che fare con il sesso. Me l'aspettavo, prima o poi. Lei non e' del dipartimento di polizia; lei e' un maniaco sessuale". "Puo' controllare i miei documenti". Porto' la mano alla tasca della giacca. La mano, vide, gli aveva ripreso a tremare, come prima con Polokov. "Se mette la mano nella tasca", disse Luba Luft, "l'ammazzo". 54 "Lo fara' comunque". Si chiese come sarebbero andate le cose se avesse aspettato che Rachael Rosen fosse venuta a dargli una mano. Ma quel pensiero non serviva proprio a nulla. "Mi faccia vedere qualcun'altra delle sue domande". Allungo' la mano, e lui con riluttanza le passo' i fogli. ""Su una rivista trova un fotocolor a piena pagina di una ragazza nuda." Bene, questa e' una. "Rimane incinta di un uomo che le ha promesso di sposarla. Ma costui se ne va via con un'altra donna, la sua migliore amica; lei abortisce". Lo schema delle sue domande e' chiaro. Chiamo la polizia". Sempre puntandogli contro la torcia laser, la cantante attraverso' la stanza, prese il videofono e chiamo' il centralino. "Mi metta in linea con il Dipartimento di Polizia di San Francisco", disse. "Ho bisogno di un poliziotto". Rick disse, con sollievo, "E' la migliore idea che potesse avere". Eppure gli pareva strano che Luba si fosse decisa a fare quella chiamata; perche' non l'aveva ammazzato? Quando l'agente sarebbe arrivato lei non avrebbe piu' avuto alcuna possibilita', la situazione si sarebbe volta in favore di Rick. Probabilmente e' convinta di far parte del genere umano, concluse. E' ovvio che non sa di essere un androide. Dopo alcuni minuti, nel corso dei quali Luba l'aveva tenuto con molta attenzione sotto la mira del laser, un grosso poliziotto di pattuglia arrivo' indossando l'arcaica divisa blu con tanto di stella e pistola. "Bene bene", disse subito a Luba. "Metta via quell'arnese". Lei poso' il laser e il poliziotto lo raccolse per esaminarlo, per vedere se era carico. "Allora, cos'e' successo qui?" le chiese. Poi, senza darle il tempo di rispondere, si rivolse a Rick. "E lei chi e'?" gli chiese. Luba Luft disse: "E' entrato nel mio camerino, non l'avevo mai visto in vita mia. Voleva fare un'inchiesta o qualcosa del genere, voleva farmi delle domande; ho pensato che non ci fosse niente di male e ho accettato, ma poi ha cominciato a farmi delle domande oscene ". "Vediamo i documenti", disse il poliziotto a Rick aprendo la mano. Mentre prendeva il tesserino di riconoscimento Rick disse, "Sono un cacciatore di taglie del dipartimento". "Conosco tutti i cacciatori di taglie", disse il poliziotto mentre controllava il portafoglio di Rick. "Appartiene al Dipartimento di Polizia di San Francisco?" "Il mio superiore e' l'ispettore Harry Bryant", disse Rick. "Ho preso in mano la lista di Dave Holden, adesso che Dave e' all'ospedale". "Ho gia' detto che conosco tutti i cacciatori di taglie", disse il poliziotto, "e non l'ho mai nemmeno sentita nominare". Restitui' il tesserino a Rick. "Chiami l'ispettore Bryant", disse Rick. "Non esiste nessun ispettore Bryant", ribatte' il poliziotto. Rick si rese conto di cosa stava accadendo. "Sei un androide anche tu", disse al poliziotto. "Come la signorina Luft". Ando' al videofono e prese il ricevitore. "Lo chiamo io il dipartimento". Si chiese fino a che punto sarebbe riuscito ad arrivare prima che i due androidi lo bloccassero. "Il numero", disse il poliziotto, "e'..." "Lo so benissimo il numero". Rick compose il numero, adesso aveva in linea il centralino della polizia. "Mi faccia parlare con l'ispettore Bryant", chiese. "Scusi, chi lo vuole?" "Rick Deckard". Rimase in attesa; intanto, da un lato il poliziotto in divisa stava raccogliendo una dichiarazione di Luba Luft; nessuno dei due badava a lui. Vi fu una pausa e poi la faccia di Harry Bryant apparve sul videoschermo. "Cosa stai facendo? " chiese a Rick. "Ho dei problemi", disse Rick. "Uno di quelli dell'elenco di Dave e' riuscito a chiamarvi e si e' fatto mandare una specie di poliziotto. A quanto pare non riesco a fargli capire chi sono; dice che conosce tutti i cacciatori di taglie del dipartimento e che non ha mai sentito 55 parlare di me". Aggiunse: "Non ha mai sentito parlare neanche di te". Bryant disse: "Passamelo". "L'ispettore Bryant vuole parlarle". Rick gli passo' il ricevitore del videofono. Il poliziotto smise di interrogare la signorina Luft e venne all'apparecchio. "Agente Crams", disse brusco il poliziotto. Una pausa. "Pronto?" Rimase in ascolto, disse pronto diverse altre volte, aspetto', e poi si rivolse a Rick. "Non c'e' nessuno in linea. Nemmeno sullo schermo". Indico' il videoschermo e Rick vide che era vuoto. Togliendo il ricevitore dalle mani del poliziotto Rick disse, "Ispettore Bryant?" Rimase in ascolto, attese; nulla. "Rifaccio il numero". Riattacco', attese un po', quindi rifece il numero a lui ben noto. Il telefono squillava, ma non rispondeva nessuno. Il telefono continuava a squillare. "Faccia provare a me", disse l'agente Crams, togliendogli di mano il ricevitore. "Avra' sbagliato numero". Richiamo'. "Il numero e' 842..." "Lo so qual e'", disse Rick. "Sono l'agente Crams", disse il poliziotto all'apparecchio. "L'ispettore Bryant ha a che fare con il dipartimento?" Una breve pausa. "Ah. Allora cosa mi sa dire di un cacciatore di taglie, Rick Deckard?" Ancora una pausa. "Sicuro? Non e' che magari da poco tempo... oh, ho capito; va bene, grazie. No, tutto sotto controllo". L'agente Crams chiuse la comunicazione e si rivolse a Rick. "Ce l'avevo in linea", disse Rick. "Ci ho parlato; mi ha chiesto di parlare con lei, agente. Ci deve essere un guasto; la comunicazione si deve essere interrotta per chissa' quale motivo. Non ha visto? La faccia di Bryant prima era sullo schermo e poi e' sparita". Era assolutamente sconcertato. L'agente Crams disse, "Ho raccolto la deposizione della signorina Luft, Deckard. Andiamo al Palazzo di Giustizia, devo mettere a verbale il capo d'accusa". "E va bene", disse Rick. Rivolto a Luba Luft disse, "torno subito. Non ho ancora finito il suo test". "E' un maniaco", disse Luba Luft all'agente Crams. "Mi fa venire la pelle d'oca", e rabbrividi'. "Che opera state provando?" le chiese l'agente Crams. " II Flauto Magico" , disse Rick. "Non l'ho chiesto a lei; l'ho chiesto alla signorina". Il poliziotto gli lancio' un'occhiata di disgusto. "Non vedo l'ora di arrivare al Palazzo di Giustizia", disse Rick. "E' ora di sistemare questa faccenda una volta per tutte". Si avvio' verso la porta del camerino, valigetta in mano. "Prima la devo perquisire". L'agente Crams lo perquisi' con destrezza e trovo' la pistola di servizio di Rick e il laser. Li sequestro' entrambi, dopo aver annusato per un attimo la bocca della canna della pistola. "Ha sparato da non molto", disse. "Ho appena ritirato un droide", disse Rick. "Quel che ne resta e' ancora in macchina, qui sulla terrazza". "Va bene", disse l'agente Crams. "Saliamo a dare un'occhiata". Mentre loro due uscivano dal camerino, la signorina Luft li segui' fin sulla porta. "Non fara' tornare qui quel tipo, vero agente? Mi fa davvero paura; e' talmente strano". "Se ha il corpo di qualcuno che ha appena ammazzato su in macchina", disse Crams, "non torna di sicuro". Spintono' Rick in avanti e, insieme, i due salirono in ascensore sulla terrazza del teatro dell'opera. Aperta la portiera della macchina di Rick, l'agente Crams esamino' in silenzio il cadavere di Polokov. "E' un androide", disse Rick. "Avevo l'ordine di prenderlo. Mi ha quasi beccato lui, fingendo di essere..." 56 "La sua deposizione la prenderanno giu' al Palazzo di Giustizia", lo interruppe l'agente Crams. Spinse Rick fino alla macchina con i contrassegni della polizia e via radio chiamo' qualcuno avvertendo che venissero a prendere Polokov. "OK, Deckard", disse riattaccando. "Muoviamoci". Con i due a bordo, la macchina di pattuglia si sollevo' rombando dal teatro diretta a sud. C'era qualcosa, noto' Rick, che non quadrava. L'agente Crams stava volando nella direzione sbagliata. "Il Palazzo di Giustizia", disse Rick, "e' a nord, su Lombard Street". "Il vecchio Palazzo di Giustizia", disse l'agente Crams. "Quello nuovo sta a Mission Street. Quel vecchio palazzo sta cadendo a pezzi; e' in rovina. Non l'ha piu' usato nessuno per anni e anni. E' passato tanto di quel tempo da quando non la portano dentro?" "Mi accompagni la'", chiese Rick, "a Lombard Street". Adesso capiva tutto; vide quello che gli androidi, lavorando di concerto, erano riusciti a fare. Non sarebbe sopravvissuto a quel viaggio; per lui era la fine, come lo era quasi stata per Dave - e se continuava cosi' lo sarebbe probabilmente stata anche per lui. "Mica male la ragazza", disse l'agente Crams. "Certo, con quel costume non si puo' dire molto del corpo. Ma direi che e' proprio tutto al posto giusto". "Ammetta di essere un androide", disse Rick. "Perche' dovrei? Non sono un androide. Cosa fa nella vita? Va in giro a sparare alle persone dicendo loro che sono androidi? Capisco perche' la signorina Luft aveva tanta paura. Ha fatto benone a chiamarci". "Allora mi porti al Palazzo di Giustizia di Lombard Street". "Le ho gia' spiegato..." "Ci vogliono tre minuti", disse Rick. "Voglio vederlo. Tutte le mattine ci timbro il cartellino. Voglio vedere che e' abbandonato da anni e anni, come dice lei". "Forse l'androide e' lei", disse l'agente Crams. "Con una falsa memoria, di quelle che gli costruiscono apposta. Ci ha mai pensato?" Fece una smorfia d'indifferenza continuando a volare verso sud. Conscio del fallimento e della sconfitta, Rick si lascio' andare sul sedile. E, impotente, si mise in attesa degli eventi, di qualsiasi cosa avrebbero architettato gli androidi che adesso lo tenevano in pugno. Pero' uno l'ho preso, si disse, Polokov l'ho preso. E altri due li ha presi Dave. Planando su Mission Street, la macchina dell'agente Crams si preparo' all'atterraggio. 57 CAPITOLO DECIMO Il Palazzo di Giustizia di Mission Street, sul cui terrazzo l'aereomobile stava scendendo, era irto di guglie ornamentali di gusto barocco; intricata e moderna, la struttura dell'edificio colpi' Rick Deckard come molto attraente - tranne per un aspetto: non l'aveva mai vista prima. L'aereomobile di pattuglia atterro'. Qualche minuto dopo si ritrovo' a esser registrato tra i fermati. "304", disse l'agente Crams al sergente seduto al bancone. "E anche 612.4, poi vediamo... Si e' spacciato per agente dell'ordine". "406.7", disse il sergente, riempiendo i moduli; scriveva con calma, con l'aria leggermente annoiata. Questioni di routine, dichiaravano la sua espressione e il suo atteggiamento. Niente di particolare importanza. "Da questa parte", disse l'agente Crams a Rick, conducendolo a un piccolo tavolo bianco dove un tecnico manovrava un'apparecchiatura familiare. "Dobbiamo prenderle l'impronta cefalica, per l'identificazione". In modo un po' brusco Rick rispose, "lo so". Ai vecchi tempi, quando anche lui era un innocuo sbirro di pattuglia, aveva portato parecchi fermati a un tavolo simile. Simile, ma non proprio, a questo tavolo. Dopo aver registrato l'impronta cefalica, si ritrovo' a esser condotto in una stanza anche questa familiare; istintivamente comincio' a raccogliere i propri oggetti di valore per il deposito. Tutto questo non ha senso, si disse. Chi e' questa gente. Se questo posto e' sempre esistito, come mai noi non lo sapevamo? E perche' loro non sanno di noi? Due corpi di polizia paralleli, disse tra se' e se': il nostro e questo qua. Ma che non sono mai venuti in contatto - per quanto ne so -fino a questo momento. O forse si', penso'. Magari questa non e' la prima volta. Difficile credere, riflette, che una cosa del genere non sia gia' successa. Sempre che questo sia veramente un apparato di polizia; sempre che questo sia veramente quello che dice di essere. Un uomo in borghese si stacco' dal punto dov'era e si avvicino' a Rick Deckard con passo misurato, scrutandolo incuriosito. "E questo perche' e' qui?" chiese all'agente Crams. "Sospetto omicidio", rispose Crams. "Abbiamo un cadavere - glielo abbiamo trovato in macchina - ma lui sostiene che si tratta di un androide. Stiamo facendo dei controlli, il laboratorio sta facendo le analisi del midollo spinale. Si e' spacciato per agente di polizia, un cacciatore di taglie. Al fine di introdursi nel camerino di una signora per farle delle domande allusive. Lei ha avuto dei dubbi che fosse quello che diceva di essere e ci ha chiamato ". Facendo un passo indietro, Crams aggiunse: "Vuole finire lei, signore?" "Va bene". Il funzionario di polizia, in borghese, dagli occhi azzurri, il naso sottile e regolare e le labbra inespressive, esamino' incuriosito Rick, poi allungo' la mano verso la sua borsa. "E cosa ci tiene qui dentro, signor Deckard?" "Materiale relativo all'analisi di personalita' Voigt-Kampff. Stavo sottoponendo una persona sospetta al test quando l'agente Crams mi ha arrestato", rispose Rick, guardando il funzionario che rovistava tra gli oggetti contenuti nella borsa, esaminandoli uno a uno. "Le domande cui sottoponevo la signorina Lutz sono quelle standard del V-K e sono stampate sul..." "Lei conosce George Gleason e Phil Resch?" chiese il funzionario. "No", rispose Rick; nessuno dei due nomi gli diceva niente. "Sono due cacciatori di taglie della California settentrionale. Entrambi in forza al nostro dipartimento. Forse li incontrera' mentre sara' qui. Lei e' per caso un androide, signor Deckard? Il motivo per cui glielo chiedo e' che in passato e' capitato diverse volte che droidi 58 evasi si siano spacciati per cacciatori di taglie provenienti da altri stati e arrivati qui sulle tracce di qualche sospetto". "Io non sono un androide. Mi puo' sottoporre al Voigt-Kampff; l'ho gia' fatto altre volte e non mi dispiace esser esaminato di nuovo. Ma so gia' quali saranno i risultati. Posso chiamare mia moglie?" "Lei ha diritto a una sola telefonata. Preferisce chiamare lei piuttosto che un avvocato?" "Telefono a mia moglie. Pensera' lei a chiamare l'avvocato". Il poliziotto in borghese gli diede una moneta da cinquanta centesimi e gli indico' un videofono: "Si accomodi". Osservo' Rick che attraversava la stanza per andare all'apparecchio, quindi torno' a esaminare il contenuto della sua borsa. Dopo aver inserito la moneta, Rick fece il numero di casa e rimase in attesa per quella che gli sembro' un'eternita'. Un volto femminile apparve sullo schermo e disse "Pronto?" Ma non era Iran. Rick non aveva mai visto questa donna in vita sua. Riaggancio' e torno' lentamente dal funzionario di polizia. "Non ha avuto fortuna?" chiese il poliziotto. "Be', puo' riprovare piu' tardi; da quel punto di vista siamo piuttosto generosi qui. Pero' non posso offrirle la possibilita' di chiamare un'agenzia di cauzioni perche' il crimine di cui e' accusato, per ora, non le da la possibilita' di esser liberato su cauzione. Dopo che sara' stato formalmente incriminato, comunque..." "Lo so", Io interruppe acido Rick. "Conosco benissimo la procedura giudiziaria". "Ecco la sua borsa", disse il funzionario, porgendogliela. "Venga nel mio ufficio... Vorrei parlare ancora un po' con lei". Si avvio' per un corridoio laterale; Rick lo segui'. A un certo punto il funzionario si fermo' e, voltandosi, si presento': "Mi chiamo Garland". Gli porse la mano e Rick, rapidamente, gliela strinse. "Si accomodi", disse Garland appena aperta la porta dell'ufficio; poi s'infilo' dietro una grossa scrivania ordinatissima. Rick si sedette davanti a lui. "Questa prova di Voigt-Kampff", comincio' Garland, "di cui mi stava parlando". Fece un cenno della testa verso la borsa di Rick. "Tutto quel materiale che si porta dietro". Si riempi' la pipa, se l'accese e comincio' a fumare. "E' uno strumento analitico per smascherare i droidi?" "E' la nostra arma fondamentale", disse Rick. "L'unica che usiamo in questo momento. Perche' e' l'unica in grado di smascherare il nuovo modello Nexus-6. Non ne ha mai sentito parlare?" "Ho sentito parlare di diverse scale per analisi di profilo che si usano con gli androidi. Ma non di questa". Continuo' a scrutare attentamente Rick, con la faccia sempre piu' congestionata; Rick non riusciva a capire cosa passasse per la testa di Garland. "Quelle veline tutte sbaffate", continuo' il funzionario, "che ha nella borsa. Polokov, la signorina Luft, insomma, le sue... prede. La prossima dovrei essere io". Rick lo fisso' sorpreso, poi apri' subito la borsa. Dopo un attimo le copie carbone erano sparse davanti a lui. Garland aveva detto la verita'; Rick lesse attentamente il foglio che lo riguardava. I due uomini - o meglio, Rick e l'altro - rimasero a lungo in silenzio; alla fine Garland si schiari' la voce e tossi' nervosamente. "E' una sensazione molto spiacevole", disse. "Scoprire all'improvviso di essere la preda assegnata a un cacciatore di taglie. O di qualsiasi cosa sia lei, Deckard". Premette un tasto dell'interfono e disse: "Mandate qui uno dei nostri cacciatori di taglie: uno qualsiasi. Va bene, grazie". Lascio' andare il tasto. "Tra un minuto o poco piu' arriva Phil Resch", disse a Rick. "Prima di andare avanti voglio vedere l'elenco che ha lui". "Secondo lei, potrei essere su quell'elenco?" chiese Rick. "E' possibile. Lo sapremo presto. Meglio esser sicuri in queste questioni importanti. Meglio non affidarsi alla sorte. Questo bollettino che mi riguarda", indico' la velina tutta sbaffata, "non dice che sono un i59 spettore di polizia; con molta imprecisione sostiene che sono un agente di assicurazioni. Per il resto le indicazioni sono giuste: la descrizione fisica, l'eta', le abitudini personali, l'indirizzo di casa. Si', sono proprio io. Guardi pure". Spinse il foglio verso Rick, che lo prese in mano e lo rilesse. La porta dell'ufficio si apri' e apparve un uomo alto e scarno, dai lineamenti scavati, con gli occhiali e un pizzetto alla Vandyke. Garland si alzo' e indico' Rick. "Phil Resch, Rick Deckard. Siete tutti e due cacciatori di taglie e forse e' ora che vi conosciate ". Stringendogli la mano, Phil Resch disse a Rick: "In quale citta' lavora?" Garland precedette Rick, "San Francisco, proprio qui. Dia un'occhiata al suo programma. Questa e' la prossima preda". Porse a Resch il foglio che Rick aveva appena riletto, quello contenente la sua descrizione. "Ehi, Garland", esclamo' Phil Resch. "Ma questo e' lei!" "E non e' finita qui", aggiunse Garland. "Sul suo elenco di androidi da ritirare ha anche Luba Luft, la cantante lirica e Polokov. Se lo ricorda Polokov? Be', ormai e' morto; questo cacciatore di taglie o androide o quello che e' l'ha beccato e ora stiamo facendo fare un'analisi del midollo osseo giu' al laboratorio. Per vedere se c'e' qualche minima base per..." "Con Polokov ci ho parlato", disse Phil Resch. "Non e' quella specie di grosso Babbo Natale della polizia sovietica?" Ci penso' su per un po', tirandosi la barbetta arruffata. "Secondo me e' una buona idea far fare l'analisi del midollo osseo". "E perche'?" chiese Garland, visibilmente contrariato: "E' solo per eliminare qualsiasi base legale alle pretese di questo Deckard di non aver ammazzato nessuno; secondo lui "ha solo ritirato un androide"". "Polokov mi ha dato l'impressione di un uomo molto freddo. Un essere estremamente cerebrale e calcolatore; molto distaccato". "Un sacco di poliziotti sovietici sono cosi'", disse Garland, sempre piu' irritato. "Luba Luft non l'ho mai incontrata", continuo' Phil Resch. "Pero' ho sentito dei dischi registrati da lei". Poi, rivolto a Rick, disse: "L'ha sottoposta a qualche prova?" "Avevo cominciato a farlo, ma non sono riuscito a ottenere un risultato chiaro e poi lei ha chiamato un agente di pattuglia e cosi' non ho potuto portare a termine la prova". "E Polokov?" chiese Phil Resch. "Non sono riuscito a sottoporre alla prova neanche lui". Quasi rivolto a se stesso, Phil Resch mormoro': "E presumo che non abbia avuto la possibilita' di sottoporre alla prova neanche l'ispettore Garland, qui". "Certo che no!" intervenne Garland, il volto alterato dall'indignazione; le sue parole prorruppero amare e taglienti. "Che prova adopera?" chiese Phil Resch. "La scala Voigt-Kampff". "Non la conosco". Sia Resch che Garland sembravano assorti in una profonda riflessione professionale, ma ognuno per conto suo. "Ho sempre sostenuto", continuo' dopo qualche istante, "che il miglior posto per nascondersi per un androide sarebbe una grande organizzazione di polizia come la W.P.O. Dalla prima volta che l'ho incontrato, ho sempre avuto voglia di mettere alla prova Polokov, ma non si e' mai presentata l'occasione. Ne' si sarebbe mai presentata... questo e' uno dei vantaggi che una copertura come questa avrebbe per un androide intraprendente". Garland si alzo' lentamente in piedi e affronto' Phil Resch. "E voleva sottoporre alla prova anche me?" Un sorriso timido attraverso' la faccia di Resch: fece per rispondere, ma poi si strinse nelle spalle e non disse niente. Non sembrava avesse alcun timore del suo superiore, nonostante l'ira di Garland, ormai palpabile. "Secondo me lei non si rende ben conto della situazione", disse Garland. "Quest'uomo 60 o questo androide - insomma, Rick Deckard ci arriva da un'organizzazione di polizia fantasma, frutto di allucinazioni, in quanto non esistente che, a suo dire, ha sede nel vecchio quartier generale del dipartimento su a Lombard Street. Sostiene di non aver mai sentito parlare di noi e noi non abbiamo mai sentito parlare di lui - eppure, a quanto pare, lavoriamo entrambi dalla stessa parte. Per di piu', usa un test di cui non sappiamo niente. L'elenco che si porta dietro non e' composto da androidi, ma da esseri umani. Ha gia' ucciso una volta - almeno una volta. E se la signorina Luft non fosse arrivata a un telefono, con ogni probabilita', sarebbe stata uccisa anche lei e alla fine si sarebbe messo sulla mia pista per braccarmi". "Uhmmm", mugolo' Phil Resch. "Uhmmm", lo canzono' Garland, irritatissimo. Sembrava ormai sull'orlo di un colpo apoplettico. "Questo e' tutto quel che ha da dire?" Si accese l'interfono e una voce femminile disse: "Ispettore Garland, e' arrivato il rapporto del laboratorio sul cadavere del signor Polokov". "Penso che dovremmo sentirlo", disse Phil Resch. Garland gli lancio' un'occhiata piena di furia a stento repressa. Poi si chino', tenne premuto il pulsante dell'interfono e disse, "sentiamolo, signorina French". "L'analisi del midollo osseo", disse la signorina French, "rivela che il signor Polokov era un robot umanoide. Vuole anche gli altri particolari..." "No, basta cosi'". Garland si lascio' cadere sulla poltrona, scrutando con aria cupa la parete di fronte; non disse niente, ne' a Rick ne' a Phil Resch. Fu quest'ultimo a rompere il silenzio. "Su cosa si basa la sua prova di Voigt-Kampff, signor Deckard?" "Sul responso empatico. Misurato sulla base di diverse situazioni. La maggior parte delle quali hanno a che fare con gli animali". "Il nostro test molto probabilmente e' piu' semplice", disse Resch. "Il responso dell'arco di riflesso nei gangli superiori della colonna spinale dura diversi microsecondi di piu' nei robot umanoidi rispetto al sistema nervoso umano". Allungo' una mano verso la scrivania dell'ispettore Garland e prese un blocchetto di carta; con una penna a sfera butto' giu' uno schizzo. "Usiamo un segnale audio oppure un lampo di luce. Il soggetto deve spingere un pulsante e noi misuriamo l'intervallo tra lo stimolo e il responso. Naturalmente, facciamo diverse prove. Il tempo d'intervallo varia tra i droidi e gli umani. Una volta che abbiamo registrato dieci reazioni, riteniamo di avere un'indicazione affidabile. E poi, come nel caso di Polokov, l'analisi del midollo osseo ci da la conferma". Ci fu una pausa di silenzio, poi Rick disse: "Potete sottopormi a questa prova. Sono pronto. Ma e' ovvio che poi voglio sottoporre alla mia prova anche voi, se siete d'accordo". "Ma e' naturale", disse Resch, che pero' stava studiando l'ispettore Garland. "Sono anni che vado dicendo", mormoro', "che il test dell'arco di riflesso di Bonelli dovrebbe essere somministrato come regola al personale di polizia, e soprattutto agli alti gradi in comando. Non e' vero ispettore?" "Si', e' vero", disse Garland. "E io mi sono sempre opposto. Perche' sono convinto che una cosa del genere minerebbe il morale del dipartimento". "Mi sa tanto che adesso dovra' rassegnarsi a subirlo, visto il risultato delle analisi di laboratorio su Polokov". 61 CAPITOLO UNDICESIMO Garland rispose, "Immagino di si'". Punto' un dito verso il cacciatore di taglie Phil Resch. "Pero' l'avverto: i risultati dell'analisi non le faranno piacere". "Perche', sa gia' quali saranno?" chiese Resch, visibilmente sorpreso; non sembrava che la cosa gli facesse piacere. "Li so fin quasi nei dettagli", disse l'ispettore Garland. "E va bene", annui' Resch. "Vado di sopra a prendere l'apparecchiatura Bonelli". S'avvio' verso la porta dell'ufficio, l'apri' e scomparve nel corridoio. "Mi ci vorranno tre o quattro minuti", disse a Rick. La porta si chiuse alle sue spalle. L'ispettore Garland allungo' una mano verso il primo cassetto a destra della scrivania, rovisto' un po' e tiro' fuori una torcia laser, quindi la punto' su Rick. "Guardi che non fara' poi molta differenza", disse Rick. "Resch mi fara' fare un'autopsia, la stessa che il vostro laboratorio ha fatto su Polokov. E insistera' perche' entrambi vi sottoponiate a un - come lo chiamate? - un test dell'arco di riflesso Bonelli". La torcia laser non si mosse, poi l'ispettore Garland mormoro': "Oggi e' stata una giornataccia, specialmente quando ho visto l'agente Crams portarla dentro; ho avuto una specie di intuizione - ecco perche' sono intervenuto". Gradualmente abbasso' il laser; rimase per un po' seduto stringendo la torcia tra le mani, poi alzo' le spalle e la rimise nel cassetto della scrivania, lo chiuse a chiave e si rimise quest'ultima in tasca. "Che risultati daranno le analisi di tutti e tre?" chiese Rick. Garland esclamo': "Accidenti a quello scemo di Resch!" "Ma davvero non lo sa?" "Non lo sa; non lo sospetta neanche; non ne ha la piu' pallida idea. Altrimenti non potrebbe fare la vita del cacciatore di taglie, un mestiere da uomini, non certo da androidi". Garland indico' la valigetta di Rick. "Quelle altre veline, gli altri sospetti che deve testare e ritirare, io li conosco tutti". Fece una pausa, poi aggiunse: "Siamo arrivati tutti insieme da Marte sulla stessa astronave. Resch invece no; si e' fermato un'altra settimana, per farsi installare il sistema di memoria sintetica". L'uomo tacque. O meglio, l'androide tacque. Rick disse, "Che cosa fara' quando lo scoprira'?" "Non ne ho la piu' pallida idea", disse Garland con distacco. "Da un punto di vista intellettuale e astratto, dovrebbe essere molto interessante: potrebbe uccidere me e se stesso; magari anche lei. Potrebbe uccidere quante piu' persone puo', senza far distinzione tra umani e androidi. So che cose del genere possono accadere quando e' stato installato un sistema di memoria sintetica. Quando uno e' convinto di essere umano". "Percio' quando fate una cosa del genere, correte un grosso rischio". Garland rispose: "Il rischio c'e' in ogni caso quando si scappa e si viene qui sulla Terra, dove non siamo considerati neanche alla stregua degli animali. Dove ogni verme e ogni tarlo viene tenuto in maggiore considerazione di tutti noi messi insieme". Garland si tormentava nervosamente il labbro inferiore. "La sua posizione sarebbe migliore se Phil Resch superasse il test di Bonelli, se si trattasse solo di me. In quel modo i risultati sarebbero prevedibili: per Resch io non sarei che un altro droide da ritirare al piu' presto. Percio' neanche lei sta tanto bene, Deckard. Anzi, e' nei guai almeno quanto me. Sa dove ho sbagliato? Non sapevo di Polokov. Deve esser venuto qui prima di me; e' chiaro che e' arrivato prima di me. Con tutto un altro gruppo, senza alcun contatto con il nostro. Quando sono arrivato io, lui s'era ormai inserito nel W.P.O. Ho corso il rischio di fargli fare l'analisi e ho sbagliato. Naturalmente anche Crams ha corso lo stesso rischio". "Polokov a momenti faceva fuori anche me", disse Rick. 62 "Si', ma era un tipo strano. Non credo che avesse lo stesso tipo di unita' cerebrale che abbiamo noi; deve esser stato truccato, potenziato - una struttura alterata, che non conosciamo neanche noi. Una gran bella struttura. Quasi perfetta". "Quando ho chiamato casa mia", chiese Rick, "perche' non ha risposto mia moglie?" "Tutte le nostre linee videofoniche sono truccate. Deviano le chiamate in altri uffici di questo edificio. Qui stiamo all'interno di un'impresa omeostatica, Deckard. Siamo un circuito chiuso, isolato dal resto di San Francisco. Noi sappiamo tutto di loro, ma loro non sanno niente di noi. A volte capita che una persona isolata come lei entri qui per sbaglio o, come nel suo caso, venga portata qui - per proteggere noi stessi". D'un tratto si mise a gesticolare nervosamente verso la porta dell'ufficio. "Ecco che arriva quello zelota di Phil Resch con il suo comodissimo tester portatile del piffero. Non e' in gamba, il ragazzo? Adesso distruggera' se stesso, me e forse anche lei". "Non si puo' dire", osservo' Rick, "che voi androidi siate molto bravi a proteggervi a vicenda quando la situazione si fa critica". Garland scatto': "Mi sa tanto che ha ragione; a quanto pare manchiamo di un particolare talento che voi umani avete. Credo che si chiami empatia". La porta dell'ufficio si apri'; apparve la sagoma di Phil Resch, con in mano un'apparecchiatura da cui pendevano dei cavetti. "Eccoci qui", disse, chiudendosi la porta alle spalle; poi si sedette e collego' l'apparecchio a una presa della corrente. Garland tiro' fuori la mano destra e la punto' verso Resch. Immediatamente sia Resch che Rick Deckard si gettarono dalle sedie e rotolarono sul pavimento; allo stesso tempo Resch estrasse una torcia laser e sparo' un raggio a Garland prima ancora di toccare terra. Il raggio laser, sparato con grande abilita', basata su anni di addestramento, spacco' in due la testa dell'ispettore Garland che cadde in avanti. Dalla sua mano una torcia laser miniaturizzata rotolo' sul piano della scrivania. Il cadavere rimase un attimo in bilico sulla sedia, poi scivolo' come un sacco di patate da una parte e s'accascio' a terra. "Il coso qui s'era scordato", disse Resch, rialzandosi, "che lo faccio per mestiere. Posso sempre predire la prossima mossa di un androide. Immagino anche tu". Ripose la sua torcia laser, si chino' ed esamino' con curiosita' il corpo del suo ex superiore. "Che cosa t'ha detto mentre ero via?" "Che lui - esso - era un androide. E che anche tu..." Rick s'interruppe, i circuiti del suo cervello vibravano, calcolavano, sceglievano; cambio' la frase che aveva iniziato, "... te ne saresti accorto", la completo'. "Tra pochi minuti". "Nient'altro?" "Si', che l'intero edificio e' infestato di androidi". Resch riflette a voce alta: "Il che complichera' la nostra fuga. Nominalmente, e' chiaro, io ho l'autorizzazione a uscire da qui quando voglio. E anche di portare con me un prigioniero ". Si mise in ascolto; dall'esterno dell'ufficio non giungeva alcun suono. "Immagino non abbiano sentito niente. E' chiaro che non hanno microspie qui dentro, per controllare tutto... come dovrebbero fare". Con cautela, tocco' il cadavere dell'androide con la punta del piede. "Certo che e' notevole l'abilita' psionica che si sviluppa in questo mestiere; prima ancora di aprire la porta dell'ufficio sapevo gia' che avrebbe provato a spararmi. A esser franchi, sono sorpreso che non t'abbia fatto fuori mentre ero di sopra". "Be', l'ha quasi fatto", disse Rick. "Per un po' mi ha puntato addosso una grossa torcia laser. Ci stava pensando. Ma era di te che si preoccupava, non di me". "Quando il cacciatore lo bracca", osservo' Resch senza un filo d'ironia, "l'androide scappa. Spero ti renda conto che dovrai tornare al teatro dell'Opera per beccare Luba Luft prima che qualcuno riesca ad avvertire la ragazza di come e' andata a finire qui. Dovrei dire: avvertire la cosa. Anche tu li consideri cose?" "Una volta si'", rispose Rick. "Quando ogni tanto mi rimordeva la coscienza per il lavoro 63 che dovevo fare; mi proteggevo considerandoli cose, ma non lo ritengo piu' necessario. D'accordo, andro' subito al teatro dell'Opera. Sempre che tu riesca a farmi uscire di qui". "E se rimettessimo Garland seduto al suo tavolo?" propose Resch; isso' il cadavere dell'androide sulla sedia, sistemandogli gambe e braccia in modo che la sua posizione sembrasse abbastanza naturale - se non si guardava troppo da vicino, cioe' se nessuno entrava nell'ufficio. Premette un tasto sull'interfono e disse: "L'ispettore Garland ha chiesto che non gli si passino telefonate per la prossima mezz'ora. E' impegnato in un compito che non puo' essere interrotto". "Si', signor Resch". Dopo aver rilasciato il tasto, Phil Resch disse a Rick: "Finche' resteremo nell'edificio dovro' ammanettarti. Una volta che saremo in aria, naturalmente ti libero". Tiro' fuori un paio di manette, ne fece scattare una attorno al polso di Rick e l'altra attorno al proprio. "Andiamo; cerchiamo di risolvere questa cosa". Raddrizzo' le spalle, tiro' un gran respiro e spalanco' la porta dell'ufficio. Da ogni parte c'erano agenti in uniforme, seduti o in piedi, che portavano avanti i loro compiti quotidiani; nessuno alzo' lo sguardo ne' presto' loro attenzione mentre Phil Resch guidava Rick attraverso l'atrio fino all'ascensore. "Quel che mi preoccupa", disse Resch mentre aspettavano l'ascensore, "e' che quel Garland avesse tra i suoi componenti un allarme automatico di morte. Comunque," alzo' le spalle, "sarebbe gia' scattato, ormai; altrimenti, non serve a un granche'". Arrivo' l'ascensore; diversi uomini e donne dall'aspetto generico di poliziotti sbarcarono dalla cabina e si avviarono ticchettando nell'atrio verso i propri incarichi. Nessuno fece caso a Rick o a Phil Resch. "Secondo te, il tuo dipartimento sarebbe disposto ad assumermi?" s'informo' Resch appena le porte della cabina si richiusero su di loro. Spinse il pulsante della terrazza e l'ascensore prese a salire silenzioso. "Dopo tutto, da questo in momento in poi, sono disoccupato. Per non dire altro". Con cautela, Rick disse, "non vedo... perche' no. L'unico problema e' che di cacciatori di taglie ne abbiamo gia' due". Devo dirglielo, penso' Rick. E' immorale e crudele non dirglielo. Signor Resch, lei e' un androide, disse tra se' e se'. Mi ha tirato fuori da questo posto ed ecco la sua ricompensa: lei e' tutto quello che entrambi odiamo. L'essenza di quello che siamo impegnati a distruggere. "Non riesco a capacitarmene", disse Phil Resch. "Non mi sembra possibile. Per tre anni ho lavorato al servizio di androidi. Perche' non ho mai sospettato... voglio dire, abbastanza per fare qualcosa?" "Forse non e' stato cosi' sin dal principio. Magari si sono infiltrati in questo edificio solo da poco". "No. Sono sempre stati qui. Garland e' stato il mio superiore sin dall'inizio, in tutti i miei tre anni di servizio". "Secondo quel che mi ha detto il coso", gli spiego' Rick, "il loro gruppo e' arrivato sulla Terra tutto insieme. E questo non e' certo successo tre anni fa; sono qui solo da pochi mesi ". "Allora vuoi dire che una volta esisteva un Garland vero", concluse Resch. "E che a un certo punto l'hanno sostituito". Il suo viso scarno, vagamente somigliante a uno squalo, si contorse in una smorfia mentre si sforzava di capire. "Oppure, mi hanno impregnato con un sistema di memoria fasullo. Magari solo io mi ricordo di Garland per l'intero periodo. Pero'...". I suoi lineamenti, pervasi da un crescente tormento, continuavano a contorcersi in modo spasmodico. "Solo gli androidi vanno in giro con sistemi di memoria fasulli; si e' visto che negli umani non funzionano". L'ascensore smise di salire; le porte scorrevoli si aprirono e davanti a loro si presento' 64 l'ampia terrazza di volo della stazione di polizia, deserta a parte i veicoli parcheggiati vuoti. "Ecco la mia macchina", disse Resch, aprendo la porta di un'aereomobile li' vicina e facendo segno a Rick di sbrigarsi a entrare; poi sali' anche lui, si mise al volante e accese il motore. Dopo un attimo erano gia' in aria e virarono verso nord, diretti di nuovo verso il Teatro dell'Opera costruito in ricordo della guerra. Preoccupato com'era, Phil Resch guidava automaticamente; il corso dei suoi pensieri, che si faceva via via sempre piu' cupo, assorbiva tutta la sua attenzione. "Senti una cosa, Deckard", disse a un tratto. "Dopo aver ritirato Luba Luft, voglio che tu..." La voce, rauca e tormentata, s'interruppe. "Be', sai, voglio che tu mi sottoponga al test di Bonelli o a quella scala di empatia che hai tu. Per controllarmi". "A questo ci possiamo pensare dopo", rispose evasivamente Rick. "Non vuoi che faccia l'esame, vero?" Phil Resch gli lancio' un'occhiata piena di comprensione. "Immagino tu gia' sappia quale sara' il risultato; Garland deve averti detto qualcosa. Dati che io ignoro". Rick disse, "sara' gia' difficile per tutti e due incastrare Luba Luft; e' un tipo tosto, piu' di quanto io sia riuscito a gestire, in ogni caso. Cerchiamo di concentrarci su questo compito ". "Non e' solo questione di strutture di memoria fasulle", riprese Phil Resch. "A casa ho un animale; mica uno falso, uno autentico. Uno scoiattolo. Io adoro quello scoiattolo, Deckard; tutte le mattine gli do da mangiare e gli cambio il giornale - sai che cosa intendo, gli pulisco la gabbia - e poi la sera, quando stacco da lavoro lo lascio libero nel mio appartamento e lui scorrazza dappertutto. Ha anche una ruota, nella gabbia: hai mai visto uno scoiattolo che corre dentro la sua ruota? Corre e corre e fa girare la ruota, ma lo scoiattolo rimane sempre allo stesso punto. Pero' a Buffy sembra piacergli un sacco". "Mi sa che gli scoiattoli non sono poi tanto intelligenti", commento' Rick. Poi continuarono a volare in silenzio. 65 CAPITOLO DODICESIMO Al teatro dell'Opera Rick Deckard e Phil Resch furono informati che le prove erano finite e che la signorina Luft se n'era andata. "Ha detto mica dove era diretta?" chiese Phil Resch a un macchinista, mostrandogli il tesserino di poliziotto. "Al museo qui vicino". Il macchinista esamino' il documento d'identita'. "Ha detto che voleva vedere la mostra di Edvard Munch che si tiene li'. Domani finisce". Invece Luba Luft, penso' tra se' e se' Rick, finisce oggi. Mentre camminavano fianco a fianco sul marciapiede, diretti al museo, Phil Resch disse: "Quanto ci scommetti? Secondo me, ha gia' preso il volo; non la troveremo di certo al museo ". "Forse", rispose Rick. Arrivarono al museo, controllarono a che piano era la mostra di Munch e salirono. Ben presto si trovarono a vagare tra quadri e incisioni. Molta gente era venuta a vedere la mostra, compresa una scolaresca; la voce acuta dell'insegnante attraversava tutte le stanze dedicate alla mostra e Rick penso': Ecco come ci si aspetta che un droide abbia la voce - e forse anche l'aspetto. Non come Rachael Rosen e Luba Luft. E non come il tizio che gli stava a fianco. O forse doveva dire il coso che gli stava a fianco. "Hai mai sentito parlare di un droide che teneva un animaletto qualsiasi?" gli chiese Phil Resch. Per qualche oscuro motivo Rick senti' il bisogno di essere brutalmente franco; forse aveva gia' cominciato a prepararsi per quello che lo aspettava di li' a poco. "In ben due casi di cui sono al corrente, degli androidi possedevano animali e si prendevano cura di loro. Ma e' raro. Da quel che so, in genere non funziona; l'androide non riesce a tener viva una bestiola. Gli animali hanno bisogno di un ambiente pieno di calore per star bene. Eccezion fatta per i rettili e gli insetti". "E uno scoiattolo? Anche lui ha bisogno di un'atmosfera d'amore? Perche' guarda che Buffy sta benissimo, ha il pelo lucido come una lontra. Lo spazzolo e lo pettino un giorno si' e uno no". Phil Resch si fermo' davanti a un quadro a olio e si mise a guardarlo con attenzione. Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell'aria che la circondava; l'uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per esser contenuta nel proprio urlo. Si era coperta le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c'era nessun altro presente; urlava nell'isolamento piu' totale. Tagliata fuori dal suo sfogo - oppure, nonostante il suo sfogo. "Di questo ha fatto anche un'incisione", disse Rick, leggendo il cartellino affisso sotto il quadro. "Secondo me", disse Phil Resch, "e' cosi' che deve sentirsi un droide". Con un dito segui' nell'aria le volute del grido della creatura che si vedevano nel quadro. "Io non mi sento cosi', percio' forse non sono un..." S'interruppe perche' diverse persone si erano avvicinate per guardare il quadro. "Ecco la' Luba Luft!" Rick la indico' e Phil Resch smise di colpo la sua mesta riflessione e autodifesa; entrambi si diressero a passi misurati verso di lei, prendendosela comoda, come se non avessero niente da affrontare; come sempre era essenziale mantenere un'atmosfera di normalita'. Le altre persone, non rendendosi conto della presenza di androidi tra loro, dovevano essere protette a qualsiasi costo... anche a costo di perdere la preda. Luba Luft aveva tra le mani un catalogo e indossava calzoni a tubo lucidi e una specie di 66 gile' ricamato in oro: era ferma davanti a un quadro e sembrava rapita. Era un disegno di una ragazza con le mani giunte, seduta sul bordo d'un letto, un'espressione di curiosita' stupefatta e di incerto sgomento stampata sul volto. "Vuole che glielo compri?" disse Rick a Luba Luft; le si era portato al fianco e le aveva afferrato, senza stringere, l'avambraccio, facendole capire proprio attraverso quella presa rilassata che era ormai in suo potere - non doveva neanche sforzarsi per trattenerla. Dall'altra parte, Phil Resch le mise una mano sulla spalla e Rick vide il rigonfio della torcia laser sotto la sua giacca. Phil Resch non voleva correre rischi, dopo il quasi fiasco con l'ispettore Garland. "Non e' mica in vendita". Luba Luft gli diede dapprima un'occhiata distratta, poi ebbe un violento sussulto appena lo riconobbe; lo sguardo le si spense e il colorito svani' dalla sua faccia, dandole un aspetto cadaverico, come se stesse gia' in via di decomposizione. Come se in quell'istante tutta la vita si fosse ritratta in un punto profondo del suo essere, abbandonando il corpo alla sua automatica decadenza. "Credevo l'avessero arrestata. Non mi dica che l'hanno rilasciata?" "Signorina Luft", le disse, "le presento il signor Resch. Phil, questa e' la famosissima cantante lirica Luba Luft". Poi, rivolto a Luba, aggiunse, "il piedipiatti in divisa che mi ha arrestato e' un androide, come pure il suo superiore. Conosce -o, meglio - conosceva un certo ispettore Garland? Mi ha detto che siete arrivati tutti insieme sulla stessa astronave". "La polizia che ha chiamato prima", le disse Phil Resch, "e che ha il quartier generale su a Mission, e' in realta' l'organizzazione con cui a quanto pare il tuo gruppo si tiene in contatto. Si sentono tanto sicuri che si permettono anche di assumere un cacciatore di taglie umano; evidentemente..." "Chi? Tu?" disse Luba Luft. "Tu non sei mica umano. Non piu' di me: anche tu sei un androide". Ci fu una pausa di silenzio. Poi Phil Resch, a voce bassa ma controllata, disse: "Be', di questo ci occuperemo al momento opportuno". Quindi, rivolto a Rick, aggiunse, "portiamola nella mia macchina". Uno per parte, la spinsero verso l'ascensore del museo. Luba Luft non li seguiva di sua spontanea volonta', ma d'altronde non faceva neanche resistenza; apparentemente si era rassegnata. Rick l'aveva gia' notato in altri androidi colti in una situazione cruciale come questa. La forza vitale artificiale che li animava pareva non funzionare sotto estrema pressione... almeno in alcuni di loro, ma non in tutti. E poteva sempre riaccendersi di colpo e con violenza. Ma gli androidi, lo sapeva bene, avevano anche un istinto innato per non farsi notare. Nel museo, con tutte quelle persone che giravano, Luba Luft non avrebbe tentato niente. Il vero scontro - per lei, con ogni probabilita', l'ultimo - si sarebbe svolto in macchina, dove gli altri non avrebbero visto niente. Da sola, con sconvolgente rapidita', le sue inibizioni sarebbero sparite. Rick si preparo' e cerco' di non pensare a Phil Resch. Come aveva detto lui, di quello si sarebbe occupato al momento opportuno. In fondo al corridoio, vicino alle cabine degli ascensori, c'era una specie di banchetto dove vendevano stampe e libri d'arte. Luba ci si fermo' davanti, cercando di guadagnare tempo. "Senta", disse a Rick. Un po' di colorito le era tornato sulle guance; ancora una volta, seppur per poco, sembrava viva. "Mi compra una riproduzione del quadro che stavo guardando quando mi avete trovato? Quello della ragazza seduta sul letto". Dopo una breve pausa, Rick chiese all'addetta, una signora di mezz'eta', con la pappagorgia e i capelli grigi tenuti insieme da una retina, "ha una riproduzione di Puberta' di Munch?" "Solo in questa raccolta delle sue opere", rispose l'addetta, tirando giu' un bel volume patinato. "Viene venticinque dollari". 67 "Lo prendo". Fece per estrarre il portafogli. Phil Resch intervenne: "Il mio ufficio non lo rimborserebbe neanche in un milione d'anni... " "Sono soldi miei", taglio' corto Rick; porse le banconote alla donna e a Luba il libro. "E adesso andiamo giu'", disse alla ragazza e a Phil Resch. "E carino da parte sua", disse Luba, mentre entravano in ascensore. "Gli esseri umani sanno essere molto strani e commoventi. Un androide non l'avrebbe mai fatto". Lancio' una gelida occhiata a Resch. "A lui, per esempio, non gli sarebbe mai venuto in mente; come ha detto, appunto, neanche in un milione d'anni". Continuo' a fissare Resch con ostilita' e avversione crescenti. "Gli androidi non li sopporto piu'. Da quando sono arrivata qui da Marte ho dedicato la mia vita a imitare il comportamento umano, a fare quello che avrebbe fatto lei, ad agire come se avessi gli impulsi e i pensieri di un umano. Per quel che mi riguarda, cercavo d'imitare una forma di vita superiore". Poi, rivolta a Phil Resch, aggiunse, "non e' quello che hai fatto anche tu, Resch? Hai cercato di..." "Non accetto piu' certe insinuazioni!" Phil Resch infilo' la mano sotto la giacca. "No!" esclamo' Rick; afferro' la mano di Resch che si ritrasse, cercando di evitarlo. "Prima dobbiamo sottoporla al test di Bonelli", spiego' Rick. "Ma ha ammesso di esser un androide. Non dobbiamo aspettare niente". "Neanche ritirarla solo perche' ti prende in giro - dammela!" Lotto' per strappargli di mano la torcia laser. Ma Phil mantenne il possesso dell'arma, sottraendosi alla presa di Rick, voltandosi nella piccola cabina dell'ascensore, l'attenzione tutta concentrata su Luba Luft. "E va bene", disse Rick, esasperato. "Ritirala, su; ammazzala subito. Dimostrale che ha ragione lei". Poi si accorse che era esattamente quello che Phil aveva intenzione di fare. "No, aspetta..." Phil Resch fece fuoco e nello stesso momento Luba Luft, in uno spasimo di frenetica paura, si contorse e cerco' di staccarsi dalla parete, gettandosi a terra. Il raggio manco' il bersaglio, ma Resch lo abbasso' subito e lo mando' a rintanarsi, silenzioso, nella pancia della ragazza. Luba comincio' a strillare; era raggomitolata contro la parete dell'ascensore e continuava a urlare. Proprio come nel quadro, penso' Rick, poi, con la sua torcia laser, la fini'. Il corpo di Luba Luft cadde di colpo in avanti e rimase sul pavimento a faccia in giu'. Neanche un tremito lo scosse. Con la torcia laser Rick ridusse sistematicamente in cenere il volume che solo pochi attimi prima aveva comprato per Luba. Si dedico' meticolosamente a questo compito, senza dire una parola; Phil Resch lo osservava senza capire, un'espressione perplessa sul volto. "Be', almeno il libro te lo potevi tenere", disse Resch, alla fine. "Dopo tutto, ti e' costato... " "Secondo te, gli androidi ce l'hanno un'anima?" l'interruppe Rick. Con la testa inclinata da una parte, Phil Resch lo fisso' con aria ancora piu' perplessa. "Il libro me lo posso permettere", disse Rick. "Oggi ho guadagnato tremila dollari fino ad adesso e non sono neanche a meta'". "Perche', vuoi rivendicare anche Garland?" chiese Resch. "Ma se sono stato io a stenderlo, mica tu. Tu ti sei limitato a buttarti a terra. E anche Luba. Sono stato io a beccarla". "Tu non puoi incassare i soldi. Non puoi chiederli ne' al tuo ufficio ne' al nostro. Appena arriviamo in macchina ti sottoporro' al test di Bonelli o a quello di Voigt-Kampff, poi vedremo. Anche se non sei nel mio elenco". Con mani tremanti apri la valigetta, rovisto' tra i fogli di carta velina sgualcita. "No, tu non ci sei. Percio' legalmente non posso rivendicarti: per prendere qualcosa devo rivendicare Luba e Garland". "Ma allora sei sicuro che io sia un androide? E' questo che ti ha detto Garland?" "Cosi' ha detto Garland". 68 "Magari mentiva", disse Phil Resch. "Per tenerci divisi! Come adesso. Siamo matti a lasciare che loro ci dividano; su Luba Luft hai ragione - non avrei dovuto lasciare che mi facesse saltare i nervi in quel modo. Devo essere troppo sensibile. Pero' mi sa che in un cacciatore di taglie e' una reazione assolutamente naturale; probabilmente anche tu sei cosi'. Comunque, guarda, tanto Luba Luft dovevamo ritirarla in ogni caso, magari tra mezz'ora solo tra mezz'ora. Non avrebbe avuto neanche il tempo di sfogliare quel libro che le hai comprato. E ad ogni modo penso ancora che non avresti dovuto distruggerlo; e' stato uno spreco. Non riesco a seguire i tuoi ragionamenti; non sono razionali, ecco che c'e'". Rick annuncio': "Esco dal giro". "E che ti metti a fare?" "Qualsiasi cosa. Polizze d'assicurazione, come quelle che doveva fare Garland. Oppure, magari emigro. Si'", annui'. "Me ne andro' su Marte". "Ma qualcuno dovra' pur fare questo lavoro", gli fece notare Phil Resch. "Possono sempre usare degli androidi. Sarebbe meglio che lo facessero i droidi. Io non ce la faccio piu'; ne ho avuto abbastanza. Quella li' era una magnifica cantante. Il pianeta avrebbe potuto goderne. E' tutta una pazzia". "Si', ma e' necessario. Ricorda: per scappare hanno ucciso degli umani. E se non ti avessi tirato fuori da quella stazione di polizia, avrebbero ucciso anche te. Ecco perche' Garland aveva bisogno di me; ecco perche' mi ha mandato a chiamare. E Polokov? Non ha cercato anche lui di ammazzarti? E non ci ha quasi provato anche Luba Luft? Noi ci stiamo semplicemente difendendo; loro sono qui, sul nostro pianeta... non sono altro che degli alieni clandestini e omicidi che fingono li essere..." "Poliziotti o cacciatori di taglie", completo' la frase Rick. "E va bene; sottoponimi al test di Bonelli. Forse Garland mentiva. Secondo me, non c'e' dubbio: le memorie fasulle non possono proprio essere cosi' perfette. E il mio scoiattolino? " "Gia', lo scoiattolino. M'ero scordato dello scoiattolo". "Senti, se sono un droide e tu devi ammazzarmi, puoi tenertelo tu il mio scoiattolo. Qua, te lo metto per iscritto, te lo lascio in eredita'". "I droidi non possono lasciare niente in eredita'. Non possiedono niente da lasciare in eredita'". "E allora prenditelo e basta", concluse Resch. "Forse", disse Rick. L'ascensore era ormai arrivato al primo piano; le porte si aprirono. "Rimani qui con Luba; faccio venire una macchina della polizia per farla portare al palazzo giustizia. Per l'analisi del midollo osseo". Vide una cabina telefonica, vi s'infilo', inseri' una monetina e con mani tremanti compose il numero. Nel frattempo un gruppo di persone che era in attesa dell'ascensore si era raccolto attorno a Phil Resch al corpo di Luba Luft. Era davvero una cantante stupenda, si disse Rick, riappendendo la cornetta alla fine della telefonata. Non capisco: come fa un talento del genere a essere una minaccia per la nostra societa'? Ma la minaccia non era il talento, si disse; Era lei stessa. Come lo e' anche Phil Resch, penso'. Anche lui e' una minaccia, esattamente nello stesso modo, per gli stessi motivi. Percio' non posso ancora smettere. Uscito dalla cabina si fece largo tra la folla e torno' da Resch e dalla figura prona dell'androide. Qualcuno aveva steso una giacca sopra di lei. Non era quella di Resch. Avvicinandosi a Phil - che se ne stava un po' in disparte fumando con veemenza un piccolo sigaro grigio - gli disse: "Spero tanto che il risultato del test dimostri che sei un androide ". "Ma mi vuoi proprio male", esclamo' meravigliato Phil Resch. "Cosi', di colpo; quand'eravamo su a Mission Street non mi volevi mica cosi' male. Eh no, non mentre ti salvavo la vita ". 69 "Comincio a vedere lo schema. Il modo in cui hai ammazzato Garland e poi il modo come hai ammazzato Luba. Tu non ammazzi come faccio io; non cerchi di... Diavolo! Adesso capisco. A te piace ammazzare. Tutto quel che ti serve e' un pretesto. Se avessi un pretesto, ammazzeresti anche me. Ecco perche' ti sei attaccato subito alla possibilita' che Garland fosse un androide: lo rendeva disponibile come bersaglio. Mi chiedo che cosa farai quando non passerai il test di Bonelli. Ti ammazzerai da solo? A volte gli androidi lo fanno ". Ma in effetti era un'eventualita' molto rara. "Si', me ne occupero' da solo", disse Phil Resch. "Tu non dovrai far niente, a parte sottopormi al test". Arrivo' la macchina della polizia; due agenti saltarono fuori, si avvicinarono, videro la folla che si era radunata e si fecero largo tra di essa. Uno di loro riconobbe subito Rick e lo saluto' con un cenno del capo. E cosi', adesso possiamo andare, si rese conto Rick. Il nostro compito qui e' finito. Era ora. Mentre si dirigevano a piedi verso il teatro dell'opera, sulla cui terrazza avevano lasciato l'auto, Resch gli disse: "Ora ti consegno la mia torcia laser, cosi' non ti dovrai preoccupare di come reagiro' dopo il test. Riguardo alla tua sicurezza personale". Gli porse la torcia e Rick la prese. "Come farai ad ammazzarti senza un'arma? Voglio dire, se non dovessi passare il test", chiese Rick. "Tratterro' il fiato". "Cristo santo!" esclamo' Rick, "Non e' possibile". "Non c'e' mica il passaggio automatico al nervo vago negli androidi", spiego' Phil Resch. "Non e' come negli umani. Non te l'hanno spiegato quando ti hanno addestrato? A me l'hanno insegnato anni fa". "Si', pero', morire in quel modo!" protesto' Rick. "Non si sente mica dolore. Che c'e' di strano?" "E' che..." fece un gesto. Non riusciva a trovare le parole giuste. "Non credo proprio che saro' costretto a farlo", disse Phil Resch. Insieme salirono in ascensore sulla terrazza del teatro dell'Opera e raggiunsero l'aereomobile che vi era parcheggiata. Scivolando dietro al volante e chiudendo la portiera, Phil Resch disse, "preferirei che usassi il test di Bonelli". "Non posso. Non so come valutarlo". Dovrei fidarmi della tua interpretazione dei risultati, si rese conto Rick. Ed e' una cosa da escludere a priori. "Pero' mi dirai la verita', vero?" chiese Phil Resch. "Se risulto essere un androide me lo dirai, vero?" "Certo". "Perche' lo voglio proprio sapere. Lo devo sapere". Phil Resch si riaccese il sigaro, si sposto' nel sedile avvolgente della macchina per mettersi piu' comodo. Evidentemente qualcosa, pero', glielo impediva. "Ma ti piaceva veramente quel quadro di Munch che Luba Luft guardava?" chiese poi. "A me non diceva niente. L'arte realista non mi interessa; a me piacciono Picasso e..." "Puberta' e' del 1894", taglio' corto Rick. "All'epoca c'era solo il realismo; devi tener conto di questo". "Si', pero', l'altro quadro, quello dell'uomo che si tiene la testa tra le mani e grida... quello non era mica tanto figurativo". Rick apri' la valigetta e tiro' fuori la sua apparecchiatura per fare il test. "Complicato", osservo' Phil. "Quante domande devi fare prima di poter prendere una decisione?" "Sei o sette". Porse a Phil Resch il sensore adesivo. "Attaccatelo sulla guancia. Spingi 70 bene. E questa lucetta..." gliela punto' nell'occhio, "questa rimane a fuoco sulla tua pupilla. Non ti muovere; tieni l'occhio piu' fermo che puoi". "Fluttuazioni dei riflessi", disse acutamente Phil Resch. "Ma non quelle determinate dallo stimolo fisico; non misuri l'intervallo, per esempio. Ma la reazione alle domande; quella che si chiama reazione di' difesa". "Credi di poterla controllare?" "No davvero. Con il tempo, forse. Ma non l'ampiezza iniziale; quella e' fuori dal controllo conscio. Se non fosse per..." s'interruppe. "Spicciati. Sono un po' teso; scusa se parlo troppo". "Puoi parlare quanto ti pare", rispose Rick. Puoi pure parlare fino a seppellirti da solo, disse tra se' e se'. Se proprio ti va. A lui non gliene fregava niente. "Se risulto essere un androide", continuo' a dire Phil Resch, "la tua fede nel genere umano subira' un rafforzamento. Ma siccome non credo che andra' cosi', ti suggerisco di cominciare a farti un quadro ideologico che giustifichi la..." "Ecco la prima domanda", taglio' corto Rick; l'apparecchiatura era ormai pronta e gli aghi dei due quadranti avevano cominciato a vibrare. "Il tempo di reazione e' uno dei fattori di cui si tiene conto, percio' cerca di rispondere il piu' rapidamente possibile". Pesco' dalla memoria la domanda iniziale. Il test era cominciato. Alla fine, Rick rimase per un bel po' in silenzio. Poi comincio' a raccogliere l'apparecchiatura e a rimetterla nella valigetta. "Il risultato te lo leggo in faccia", disse Phil Resch; tiro' un sospiro di assoluto, imponderabile, quasi convulsivo sollievo. "Okay; adesso mi puoi restituire la pistola". Allungo' una mano a palmo in su e rimase in attesa. "Evidentemente avevi ragione", ammise Rick. "Riguardo le intenzioni di Garland, voglio dire. Sul fatto che ci volesse dividere, come hai detto prima". Si sentiva sia fisicamente che psicologicamente esausto. "Ti sei fatto un quadro ideologico di riferimento?" chiese Phil Resch. "Che giustifichi cioe' la mia appartenenza al genere umano?" "C'e' qualcosa che non va nella tua capacita' di assumere ruoli, e' troppo enfatica. Non abbiamo un test per misurarla. Voglio dire, i tuoi sentimenti nei riguardi degli androidi". "Ma certo che non la misuriamo". "Forse dovremmo". Non ci aveva mai pensato prima, non aveva mai provato empatia personale nei confronti degli androidi che aveva ucciso. Era sempre stato sicuro che la sua psiche avrebbe continuato a considerare gli androidi come macchine molto evolute - al pari della sua coscienza. Eppure, al contrario di Phil Resch, ora si era manifestata una differenza. E istintivamente sentiva di aver ragione. Empatia verso una struttura artificiale? si chiese. Verso qualcosa che finge solo di essere viva? Pero' Luba Luft era sembrata davvero viva; non aveva indossato la maschera di una simulazione. "Ti rendi conto", mormoro' Phil Resch, "cosa succederebbe? Cioe' se includessimo gli androidi nella nostra sfera di identificazione empatica, come facciamo con gli animali?" "Non riusciremmo piu' a proteggerci". "Assolutamente. Questi del modello Nexus-6... ci stritolerebbero subito, ci ridurrebbero in poltiglia. Tu, io, tutti gli altri cacciatori di taglie - siamo l'unica difesa tra l'umanita' e i Nexus-6, l'unica barriera che li tiene distinti e separati. Senza contare che..." S'interruppe, vedendo che Rick stava ritirando fuori dalla valigetta il suo equipaggiamento. "Credevo che il test fosse finito". "Voglio fare una domanda a me stesso", disse Rick. "E voglio che tu mi dica quello che registrano gli aghi. Limitati a darmi il risultato; poi lo elaboro io". Si appiccico' la ventosa 71 del sensore sulla guancia, poi sistemo' il raggio luminoso fino a farselo entrare dritto nell'occhio. "Sei pronto? Guarda bene i due quadranti. Stavolta non terremo conto dell'intervallo di tempo; mi interessa solo la magnitudo". "D'accordo, Rick", lo rassicuro' Phil Resch, premuroso. Ad alta voce Rick disse: "Sto scendendo in ascensore con un androide che ho catturato. All'improvviso qualcuno lo uccide". "Nessuna reazione particolare", annuncio' Phil Resch. "Che cosa dicono gli aghi?" "Quello di sinistra 2,8. Quello di destra 3,3". Rick disse: "Un androide femmina". "Ora sono saliti a 4 e a 6, rispettivamente". "E' abbastanza alto", osservo' Rick. Si stacco' il sensore dalla guancia e spense il raggio di luce. "Quella e' chiaramente una reazione empatica", preciso'. "All'incirca quella che si ottiene su soggetti umani con la maggior parte delle domande. Eccezion fatta per quelle estreme, come quelle che hanno a che fare con pelle umana usata in funzione decorativa... cioe' quelle veramente patologiche". "Che vuoi dire?" "Vuoi dire che sono capace di sentire empatia per almeno certi androidi particolari. Non per tutti, bada bene, solo uno o due". Per esempio per Luba Luft, aggiunse tra se' e se'. Percio' mi sbagliavo. Non c'e' niente di disumano o di innaturale nelle reazioni di Phil Resch: il problema sono io. Chissa', si chiese, se un umano abbia mai provato prima un sentimento del genere nei confronti di un androide? Certo, puo' anche darsi che una situazione cosi' non si verifichera' mai piu' nel corso del mio lavoro; potrebbe essere una semplice anomalia momentanea, qualcosa connesso, per esempio, con il mio atteggiamento verso II Flauto magico. E verso la voce di Luba, o addirittura per tutta la sua carriera. Certo non mi era mai capitato prima; o, almeno, non me ne ero mai accorto. Per esempio, non era successo con Polokov. Ne' con Garland. E del resto, se Phil Resch si fosse rivelato un androide, avrei potuto ucciderlo senza provare alcunche', perlomeno dopo la morte di Luba. E cosi' la distinzione tra essere umani autentici vivi e strutture umanoidi andava a farsi benedire. In quell'ascensore del museo, penso', sono sceso con due creature, una umana e l'altra androide... e ho provato dei sentimenti esattamente contrari a quelli che ci si aspettava. A quelli che sono abituato a provare... a quelli che mi si richiede di provare. "Ti sei messo in un bel guaio, Deckard", disse Phil Resch; la cosa pareva divertirlo. "Che cosa dovrei... fare?" "E' tutta una questione di sesso", sentenzio' Resch "Sesso?" "Perche' lei - la cosa - era fisicamente attraente. Possibile non ti sia mai successo prima? " Phil Resch scoppio' in una sonora risata. "A noi hanno insegnato che questo costituisce un grosso problema per i cacciatori di taglie. Ma non lo sapevi che nelle colonie si fanno amanti androidi?" "Ma e' illegale!" esclamo' Rick, che conosceva bene la legge al riguardo. "Certo che e' illegale. Ma se ci pensi, la maggior parte delle varianti del sesso sono illegali. Pero' la gente le pratica lo stesso". "E se fosse - non sesso - ma amore?" "Amore e' solo un altro nome del sesso". "Come amor di patria", preciso' Rick, "l'amore per la musica". "Se parliamo di amore verso una donna o una sua imitazione androide, si tratta di sesso. Svegliati e guarda in faccia il problema, Deckard. Volevi andare a letto con un androide 72 di tipo femminile - niente di piu', niente di meno. Anch'io ci sono passato, una volta. Quand'ero agli inizi della mia carriera di cacciatore di taglie. Non farti demoralizzare troppo; ti passera'. Quel che e' successo ti e' capitato tutto in ordine inverso. Non devi ammazzarla - o essere presente quando viene ammazzata - e poi sentirti fisicamente attratto. Devi fare esattamente il contrario". Rick lo fisso' incredulo. "Cioe', prima andarci a letto..." "E poi ammazzarla", taglio' corto Phil Resch. Il suo ghigno indurito e sgranato non se ne andava. Tu si' che sei un buon cacciatore di taglie, si rese conto Rick. Il tuo atteggiamento lo prova. Ma io ? D'un tratto, per la prima volta in vita sua, aveva cominciato a dubitarne. 73 CAPITOLO TREDICESIMO Di ritorno dal lavoro, John R. Isidore si libro' nel cielo del tardo pomeriggio come un arco di fuoco puro. Chissa' se e' ancora li', si chiese. Nel vecchio appartamento infestato dalla palta, che guarda Buster Friendly al televisore e trema di paura ogni volta che immagina che qualcuno passi nel corridoio. Compreso, mi sa, me. Si' era gia' fermato a un negozio di borsa nera. Nel sedile accanto al suo, una busta piena di leccornie, tipo tofu, pesche mature, dell'ottimo formaggio molle e dal malvagio odore, oscillava avanti e indietro ogni volta che J.R. accelerava o rallentava; siccome era un po' teso, stasera, guidava in modo un po' irregolare. E la sua macchina, che pure era stata dal meccanico, ogni tanto tossiva e perdeva colpi, proprio come aveva fatto per mesi prima di essere sottoposta a revisione. Accidenti, esclamo' Isidore tra se' e se'. L'aroma delle pesche e del formaggio volteggiava nell'abitacolo, riempiendogli il naso di piacere. Erano tutte rarita' per le quali aveva speso due settimane di paga - prese in prestito in anticipo dal signor Sloat. Come se non bastasse, sotto il sedile, al sicuro da rotolamenti e rotture, una bottiglia di' Chablis dondolava pian piano: la rarita' piu' rara di tutte. L'aveva tenuta in una cassetta di sicurezza della Bank of America, resistendo alla tentazione di venderla per quanto alti fossero i prezzi che gli offrivano, proprio nell'eventualita' che alla fine, dopo tanta attesa, all'ultimo momento, fosse apparsa all'orizzonte una ragazza. Non era mai successo, fino a questo momento. Come sempre, la terrazza del suo palazzo, cosparsa di rifiuti e deserta, lo depresse un po'. Passando dalla macchina all'ascensore, cerco' di attenuare la sua visione periferica; si concentro' sulle preziose cose che portava, la bottiglia e la busta, assicurandosi solo di non inciampare in qualche detrito e finire nella disperazione economica piu' nera e ignominiosa con un ridicolo capitombolo. Quando la cigolante cabina dell'ascensore arrivo' vi sali' e scese non al suo piano, ma a quello di sotto dove ora abitava Pris Stratton, la nuova inquilina. Dopo pochi secondi era gia' davanti alla sua porta e bussava con la bottiglia, mentre in petto il cuore gli andava in pezzi. "Chi e'?" La voce della ragazza era attutita dalla porta eppure si sentiva chiaramente: aveva un tono spaventato, ma acuto come una lama. "Sono J.R. Isidore", disse allegramente, adottando il tono sicuro recentemente acquisito grazie al videofono del signor Sloat. "Ho qui alcuni articoli allettanti e credo che potremmo mettere insieme una cenetta piu' che ragionevole". La porta s'apri', seppur di poco; Pris, con il buio alle spalle, scruto' la penombra del corridoio. "Ha la voce un po' diversa", disse. "Piu' adulta". "Oggi al lavoro ho dovuto sistemare un paio dei soliti problemi. Niente di eccezionale. Se m-magari m-mi fa entrare..." "Me li racconti". Comunque, la ragazza apri' quel tanto la porta da lasciarlo passare. Poi, vedendo quello che portava, lancio' un'esclamazione di sorpresa; il volto le s'illumino' di una gioia esuberante, da folletto. Ma quasi subito, senza alcun preavviso, un'amarezza mortale le trasformo' i lineamenti e le si raggrumo' in faccia come cemento. La gioia era svanita. "Che c'e'?" chiese lui; s'affretto' a portare la busta e la bottiglia in cucina, poso' tutto sul tavolo e torno' subito da lei. Con voce atona Pris disse: "E' roba sprecata per me". "E perche'?" "Oh..." Si strinse nelle spalle e si allontano', senza una vera meta, le mani sprofondate nelle tasche della pesante gonna di antica foggia che indossava. "Magari una volta glielo spiego". Poi rialzo' lo sguardo. "Ad ogni modo, e' stato molto carino da parte sua. Ora, pero', vorrei che se ne andasse. Non mi va di vedere gente". Senza molta convinzione si spo74 sto' verso la porta d'ingresso; trascinava i piedi e pareva svuotata d'ogni energia, come se le sue riserve s'andassero rapidamente esaurendo. "Ah, lo so perche' si sente cosi'", disse lui. "Ah si'?" La sua voce, sterile e distratta, cadde ancor piu' nello scoramento mentre riapriva la porta. "E' perche' non ha amici. Sta molto peggio di quando l'ho vista stamattina; e' perche'..." "Io ce li ho gli amici". Un improvviso tono d'autorita' le irrigidi' la voce; il vigore le ritorno' in modo palpabile. "O almeno, li avevo. Sette amici. Almeno all'inizio, ma ormai i cacciatori di taglie hanno avuto modo di mettersi al lavoro e percio' alcuni di loro - forse tutti - sono morti". Si sposto' verso la finestra e fisso' l'oscurita' fuori, punteggiata qua e la' da qualche luce. "Puo' darsi che sia l'ultima rimasta tra noi otto. Cosi' puo' anche darsi che lei abbia ragione ". "Che cosa sono i cacciatori di taglie?" "Ah, gia'. Voialtri non dovreste saperlo. Un cacciatore di taglie e' un professionista dell'omicidio a cui viene consegnato un elenco delle persone che deve ammazzare. Gli viene pagata una somma - mi pare che la tariffa attuale sia di' mille dollari - per ognuna che riesce a far fuori. Di solito ha anche un contratto con il comune e percio' riceve anche uno stipendio. Pero' glielo tengono basso, in modo che ha un incentivo in piu' per mettersi in caccia". "Ne e' sicura?" chiese Isidore "Si'", annui'. "Vuoi dire se sono sicura dell'incentivo? Si', l'incentivo c'e'. E poi, ci si diverte pure". "Secondo me, si sbaglia", disse Isidore. Mai, in vita sua, aveva sentito una cosa del genere. Per esempio, Buster Friendly non ne aveva mai parlato. "Non e' una cosa che s'accorda agli attuali principi etici del Mercerianesimo", le fece notare. "La vita e' tutta uguale: "Nessun uomo e' un'isola" come disse Shakespeare, tanto tempo fa". "Veramente era John Donne". Isidore era visibilmente agitato: "E' la cosa piu' brutta che abbia mai sentito. Ma non puo' rivolgersi alla polizia?" "No". "E danno la caccia anche a lei? Cioe', possono venire anche qui ad ammazzarla?" Adesso capiva perche' la ragazza si comportava in modo cosi' circospetto. "Per forza che ha paura e non vuoi vedere nessuno". Ma intanto pensava: Senz'altro si sbaglia. Deve essere matta, soffre di manie di persecuzione. Forse e' una lesione cerebrale provocata dalla polvere; magari e' una speciale anche lei. "Dovranno prima fare i conti con me". "E come?" Sorrise, seppur debolmente; mise in mostra una dentatura bianchissima, minuta e regolare. "Faro' domanda per avere la licenza di portare una torcia laser. Non e' difficile ottenerla, da queste parti dove non gira quasi nessuno; la polizia non pattuglia il quartiere - ci si aspetta che ognuno si difenda da solo". "E quando e' al lavoro?" "Prendero' un periodo di aspettativa!" "E' molto gentile da parte sua, J.R. Isidore. Ma se i cacciatori di taglie hanno beccato gli altri, se hanno beccato Max Polokov e Garland, Luba, Hasking e Roy Baty..." S'interruppe. "Roy e Irmgard Baty. Se sono morti anche loro, allora davvero non ne vale piu' la pena. Sono i miei migliori amici. Chissa' perche' diavolo non si fanno vivi?" Impreco' dalla rabbia. Isidore rientro' in cucina e tiro' giu' piatti, scodelle e bicchieri polverosi, da lungo inutilizzati; comincio' a lavarli, lasciando scorrere l'acqua calda rugginosa finche' non torno' limpida. Ben presto arrivo' anche Pris e si sedette al tavolo di cucina. Lui stappo' la bottiglia di Chablis e divise le pesche, il formaggio e il tofu. 75 "Che cos'e' quella roba bianca vicino al formaggio?" chiese lei, indicandola. "E' ricavata dal siero di soia. Vorrei tanto averne un po'..." s'interruppe e arrossi'. "Una volta si mangiava mischiata alla salsa d'arrosto". "Un androide", mormoro' Pris. "Questo e' un tipico lapsus da androide. Ecco come ci si tradisce". Gli si avvicino', rimase in piedi accanto a lui, poi, lasciandolo di stucco, gli cinse la vita con un braccio e per un istante si strinse a lui. "Assaggero' una fetta di pesca", disse e con estrema cautela prese tra le lunghe dita una fettina rosa-arancio, liscia e vellutata. Poi, mentre la mangiava, si mise a piangere. Lacrime fredde le colarono sulle guance e andarono a infrangersi sul davanti del vestito. "Accidenti!" esclamo', furiosa. "Be'..." Si stacco' da lui e comincio' a camminare avanti e indietro nella stanza con passi lenti e misurati. "...Vede, noi vivevamo su Marte. Ecco perche' m'intendo di androidi". La voce le tremava, ma riusci' a continuare: evidentemente, avere qualcuno con cui parlare voleva dire molto per lei. "E le uniche persone che conosce sulla Terra", intervenne Isidore, "sono i suoi amici ex emigranti?" "Ci conoscevamo anche prima del viaggio. Una colonia vicina a Nuova NuovaYork. Roy Baty e Irmgard avevano una farmacia: lui faceva il farmacista e lei si occupava dei cosmetici, le creme e gli unguenti; su Marte si usano un sacco di prodotti dermatologici. Io..." esito', "io mi facevo dare diversi farmaci da Roy... Ne avevo bisogno, all'inizio perche'... be', insomma, quel posto e' tremendo. Tutto questo..." con un gesto violento indico' la stanza, l'appartamento, "questo e' niente, al confronto. Lei crede che io soffra perche' mi sento sola. Diavolo! Su tutto Marte ci si sente soli. E' molto peggio di qui". "Ma gli androidi non vi tengono compagnia? Ho sentito la pubblicita' che diceva..." Isidore si sedette e comincio' a mangiare. Dopo qualche istante anche lei prese il bicchiere del vino. Lo sorseggio' senza cambiare espressione. "Credevo che gli androidi fossero un po' d'aiuto". "Gli androidi", disse lei, "soffrono la solitudine anche loro". "Le piace il vino?" Lei poso' il bicchiere sul tavolo. "Buono". "E' l'unica bottiglia che ho visto negli ultimi tre anni". "Siamo tornati", riprese Pris, "perche' nessuno dovrebbe esser costretto a vivere lassu'. Non e' un posto concepito per viverci, almeno non nell'ultimo paio di miliardi d'anni. E' un pianeta cosi' vecchio. La si avverte persino nelle pietre, la tremenda vecchiaia di quel posto. Comunque, all'inizio prendevo farmaci da Roy; vivevo per prendere quel nuovo analgesico di sintesi, la silenizina. Poi ho conosciuto Horst Hartman, che all'epoca aveva un negozio di francobolli, francobolli rari; si ha tanto di quel tempo libero a diposizione che bisogna per forza avere un hobby, qualcosa a cui dedicarsi a lungo. E Horst mi ha fatto interessare alla narrativa pre-coloniale". "Vuoi dire libri antichi?" "Storie scritte prima dei viaggi spaziali ma che parlano di viaggi spaziali". "Ma come e' possibile che ci fossero storie sui viaggi spaziali prima che..." "Quegli scrittori", rispose Pris, "se le inventavano". "E su cosa si basavano?" "Sull'immaginazione. Spesso s'e' scoperto che si sbagliavano. Per esempio, avevano descritto Venere come una giungla del paradiso, popolata da mostri enormi e da donne vestite di corazze lucenti". Gli lancio' un'occhiata. "Le interessa? Donnoni con lunghe trecce bionde e corazze scintillanti grosse come meloni". "No", rispose lui. "Irmgard e' bionda", disse Pris. "Pero' lei e' piccolina. Ad ogni modo, si puo' guadagnare una fortuna a contrabbandare su Marte la narrativa pre-coloniale, le vecchie riviste, i libri, i 76 film. Non c'e' niente di piu' emozionante. Leggere di citta' e di vaste imprese industriali, di colonizzazioni ben riuscite e organizzate. Si' puo' immaginare come avrebbe potuto essere. Come sarebbe dovuta essere la vita su Marte. I canali..." "I canali?" Ricordava vagamente di aver letto qualcosa in proposito; nell'antichita' la gente credeva che ci fossero dei canali su Marte. "Si', s'intersecavano in tutto il pianeta", preciso' Pris. "E poi c'erano creature da altre stelle. Piene d'infinita saggezza. E storie sulla Terra ambientate nella nostra epoca e perfino nel futuro. Senza la polvere radioattiva". "Secondo me, storie del genere, pero', alla fine fanno star peggio". "Neanche per sogno", taglio' corto Pris. "Si e' mica portata dietro qualcuno di questi libri pre-coloniali?" Gli era passato per la mente il pensiero che magari avrebbe dovuto leggerne qualcuno. "Qui non valgono niente, perche' qui, sulla Terra, la moda non ha mai veramente attecchito. E comunque qui ce ne sono quanti ne vuole, nelle biblioteche; e' da li' che ce li procuriamo noi - li rubiamo dalle biblioteche terrestri e li spariamo su Marte a bordo di razzi automatici. Di notte si vaga nei vasti spazi deserti e all'improvviso si vede una fiammata ed ecco li' il razzo, spaccato a meta' e le riviste di narrativa pre-coloniale sono sparse tutt'intorno. Valgono una fortuna. Ma naturalmente, prima di venderle, ce le leggiamo tutte". Cominciava a entusiasmarsi su questo argomento. "Di tutte..." Si senti' bussare alla porta d'ingresso. Pallidissima, Pris mormoro': "Non posso andare ad aprire. Non faccia rumore. Rimanga seduto". Si mise in ascolto, sforzandosi di cogliere il minimo fruscio. "Chissa' se ho chiuso a chiave la porta", disse in modo quasi impercettibile. "Oddio, speriamo di si'!" Lo sguardo, possente e agitato, si fisso supplichevole su di lui, come per pregarlo di far avverare le sue speranze. Dal corridoio giunse una voce lontana: "Pris, sei li' dentro?" Era una voce maschile. "Siamo noi, Roy e Irmgard. Abbiamo avuto il tuo biglietto". Pris si alzo' e ando' in camera da letto, da cui fece ritorno con una penna e un pezzo di carta; si rimise a sedere e scarabocchio' in fretta un messaggio: VADA ALLA PORTA. Isidore, innervosito, le tolse la penna di mano e scrisse: E CHE GLI DICO? Infuriata, Priss scarabocchio': CONTROLLI SE SONO VERAMENTE LORO. Isidore si alzo' e a malincuore s'avvio' nel soggiorno. Come faccio a sapere se sono veramente loro? si chiese. Apri' la porta. Nella penombra del corridoio c'erano due persone: una donna minuta, d'una bellezza simile a quella di Greta Garbo, dagli occhi azzurri e i capelli biondo-chiari; l'uomo, invece, era robusto, dallo sguardo intelligente ma dai lineamenti piatti, quasi mongoli, che gli conferivano un'aria brutale. La donna era vestita alla moda, stivali alti e lucenti e pantaloni attillati; l'uomo aveva una camicia stazzonata e pantaloni macchiati che davano l'impressione di una volgarita' ricercata. Lancio' un sorriso a Isidore, ma i suoi occhi piccoli e lucenti rimanevano sfuggenti. "Stiamo cercando..." comincio' a dire la biondina, ma poi guardo' alle spalle di Isidore; un'espressione estasiata le illumino' il volto e s'insinuo' di corsa nell'appartamento gridando: "Pris! Come stai?" Isidore si volto'. Le due donne erano abbracciate. Si tiro' da parte e Roy Baty, cupo e massiccio, fece il suo ingresso con sulle labbra ancora quel sorriso sghembo e stonato. 77 CAPITOLO QUATTORDICESIMO "Possiamo parlare?" chiese Roy, indicando Isidore. Pris, vibrante di gioia, rispose: "Va bene, ma solo fino a un certo punto". Poi, rivolta a Isidore, aggiunse: "Ci scusi". Quindi trasse i due da una parte e comincio' a confabulare sottovoce; alla fine, tutti e tre tornarono ad affrontare Isidore, che cominciava a sentirsi a disagio e di troppo. "Vi presento il signor Isidore", disse Pris. "Si sta prendendo cura di me". Le sue parole sembravano ombrate da un sarcasmo quasi malevolo; Isidore sbatte' le palpebre. "Vedete? Mi ha perfino portato roba da mangiare naturale". "Roba da mangiare", le fece eco Irmgard e a passo leggero ando' in cucina a controllare. "Pesche!" esclamo' e senza esitazioni prese una delle scodelle e un cucchiaio; lanciando un gran sorriso a Isidore si mise subito a mangiare con rapidi morsi, come un animaletto. Il suo sorriso emanava semplice cordialita'; non aveva le velate allusioni di quello di Pris. Isidore la segui' - si sentiva attratto da lei - e le chiese: "E cosi' venite da Marte". "Si', ci siamo arresi". La sua voce saliva e scendeva di tono, mentre i suoi occhi azzurri, acuti come quelli di un uccello, sembravano scintillare. "Che brutto questo palazzo in cui abitate! Non ci abita nessun altro qui, vero? Non abbiamo visto altre luci". "Io abito al piano di sopra", preciso' Isidore. "Oh, e io che pensavo che magari Pris e lei vivevate insieme". Il tono di Irmgard Baty non sembrava disapprovare la cosa; l'intenzione evidente era quella di una semplice constatazione. Con aria severa - nonostante lo strano sorriso che continuava a piegargli le labbra - Roy Baty annuncio': "Be', hanno beccato Polokov". La gioia che s'era irradiata sul volto di Pris appena aveva rivisto i suoi amici si dissipo' di colpo. "E chi altro?" "Hanno beccato anche Garland", rispose Baty. "Anders e Gitchel li avevano gia' beccati, mentre Luba l'hanno beccata solo poco fa". Comunico' queste notizie come se provasse una perversa soddisfazione a informarla dei fatti, come se l'evidente sgomento di Pris gli procurasse piacere. "Non credevo che Luba si facesse beccare; ricordi che durante il viaggio lo dicevo spesso?" "E cosi' rimaniamo solo..." "Noi tre", Irmgard s'affretto' a completare la frase in tono apprensivo. "Ecco perche' siamo venuti qui". La voce di Roy Baty riecheggio' di nuovo e inaspettato calore; piu' la situazione era peggiore, piu' sembrava divertirsi. Isidore non riusciva proprio a capirlo. "Oddio!" esclamo' Pris in preda a un attacco di panico. "Be', c'era un investigatore, un cacciatore di taglie", spiego' Irmgard, agitata, "un certo Dave Holden". Il nome usci' dalle sue labbra grondante di veleno. "E poco e' mancato che Polokov non lo facesse fuori". "E' mancato pochissimo", le fece eco Roy, con un sorriso ormai immenso. "E cosi' ora e' in ospedale, questo Holden", prosegui' Irmgard. "Ma evidentemente hanno passato l'elenco a un altro cacciatore di taglie e per poco Polokov non fa fuori anche lui. Invece alla fine e' stato il cacciatore a ritirare Polokov. Dopodiche' si e' messo sulle tracce di Luba; lo sappiamo perche' e' riuscita a mettersi in contatto con Garland e lui ha mandato qualcuno per arrestare il cacciatore di taglie e portarlo al palazzo di Mission Street. Capisci? Luba ci ha chiamati dopo che l'agente di Garland aveva prelevato il cacciatore. Era sicura che sarebbe andato tutto bene; era sicura che Garland sarebbe riuscito a eliminarlo". Poi aggiunse: "Ma evidentemente qualcosa e' andato storto su a Mission. Non lo sappiamo. 78 Forse non lo sapremo mai". Pris chiese: "E questo cacciatore di taglie ha anche i nostri nomi?" "Eh si', cara, immagino di si'", rispose Irmgard. "Pero' non sa dove siamo. Roy e io non faremo ritorno al nostro appartamento; abbiamo infilato tutta la roba che potevamo nella macchina e abbiamo deciso di installarci in uno degli appartamenti abbandonati di questo vecchio palazzo dilapidato". "Ma e' una mossa saggia?" intervenne Isidore, chiamando a raccolta tutto il suo coraggio. "C-c-cioe', stare tutti nello stesso posto?" "Tanto, hanno gia' beccato tutti gli altri", si limito' a constatare Irmgard. Anche lei, come il marito, pareva stranamente rassegnata, nonostante l'agitazione esteriore. Sono tutti uguali, penso' Isidore; sono tutti strani. Aveva questa impressione, anche se non riusciva a precisare cos'era che non andava. Era come se una particolare e malevola astrattezza pervadesse tutti i loro processi mentali. Eccezion fatta, forse, per Pris; di sicuro lei era profondamente spaventata. Pris pareva quasi normale, quasi naturale. Pero'... "Perche' tu non vai a vivere con lui?" disse Roy a Pris, indicando Isidore. "Ti potrebbe offrire una certa protezione". "Con un cervello di gallina?" esclamo' Pris. "Non voglio certo andare a vivere con un cervello di gallina!" Le narici le si dilatarono. Irmgard s'affretto' a intervenire: "Secondo me, e' una sciocchezza mettersi a fare la snob in un momento come questo. I cacciatori di taglie non perdono mica tempo; forse cerchera' di chiudere la questione stasera stessa. Magari, gli danno un premio speciale se finisce entro..." "Cribbio! Bisogna chiudere la porta d'ingresso!" grido' Roy, precipitandosi verso di essa; la chiuse sbattendola con una spinta perentoria e chiuse tutti i chiavistelli. "Anche secondo me, Pris, faresti meglio a trasferirti a casa di Isidore, mentre sia io che Irm resteremo nello stesso edificio; cosi' potremmo darci una mano a vicenda. In macchina ho qualche componente elettronico, roba che ho portato via dall'astronave. Posso installare una cimice ricetrasmittente, cosi' tu puoi sentire noi e noi possiamo sentire te e posso anche mettere insieme un sistema d'allarme che chiunque di noi quattro puo' far scattare. Evidentemente le identita' sintetiche non hanno funzionato, neanche quella di Garland. Certo lui ha infilato la testa nel cappio quando ha fatto portare il cacciatore di taglie nella sede di Mission Street; e' stato un grosso sbaglio. E Polokov, invece di tenersi il piu' possibile alla larga dal cacciatore, ha scelto di avvicinarlo. Noi, invece, ce ne guarderemo bene e ce ne staremo qui tranquilli". La sua voce non pareva minimamente preoccupata; la situazione sembrava stimolare in lui un'energia crepitante e quasi maniacale. "Secondo me..." Inspiro' rumorosamente, sollecitando l'attenzione di tutti i presenti, compreso Isidore. "Secondo me, se noi tre siamo ancora vivi, un motivo c'e'. Secondo me, se il cacciatore avesse la minima indicazione di dove ci troviamo si sarebbe gia' fatto vivo. La prima regola dei cacciatori di taglie e': muoversi piu' in fretta possibile. E solo cosi' che possono guadagnare qualcosa". "E se ritarda", concordo' Irmgard, "noi ce la filiamo, come abbiamo gia' fatto. Scommetto che Roy ha ragione; scommetto che sa gia' i nostri nomi, ma non dove siamo. Povera Luba; bloccata com'era al Teatro dell'Opera, era indifesa. Non era un problema localizzarla ". "Be'..." riprese Roy, con qualche esitazione. "L'ha voluto lei; era convinta che, in quanto personaggio pubblico, fosse al sicuro". "Tu pero' l'avevi avvertita", fece notare Irmgard. "Si', glielo avevo detto e avevo raccomandato anche a Polokov di non cercare di farsi passare per un uomo della W.P.O.. E a Garland avevo detto che prima o poi uno dei suoi cacciatori di taglie l'avrebbe beccato ed e' probabile, anzi del tutto plausibile, che sia accaduto proprio questo". Si dondolo' avanti e indietro sui talloni e un'espressione di profonda 79 saggezza gli si diffuse sul volto. Isidore decise di dire la sua: "D-d-da quanto ho sentito, d-d-direi che il signor Baty e' il v-v-vostro leader naturale". "Oh si'. Roy e' un vero leader", disse Irmgard. "Si', e' stato lui a organizzare il nostro... viaggio. Da Marte fino a qui". "Percio'", concluse Isidore, "fareste meglio a f-f-fare come dice lui". La voce gli si spezzo' per la tensione carica di speranza che l'animava. "S-s-secondo me, sarebbe b-b-bellissimo, Pris, se lei si t-trasferisse da me. Potrei prendere un paio di giorni di permesso dal lavoro - mi devono delle ferie. Cosi', per assicurarmi che non le succeda n-n-niente". E magari Milt, che era molto ingegnoso, poteva progettare un'arma da fargli usare. Qualcosa di fantasioso per abbattere i cacciatori di taglie... qualsiasi cosa essi fossero. Ne aveva un'immagine vaga, appena intravista: un qualcosa di spietato che andava in giro con un elenco e una pistola, che si muoveva meccanicamente nel piatto, burocratico compito di ammazzare la gente. Una cosa senza emozioni, forse anche senza un volto; una cosa che.se veniva uccisa era subito rimpiazzata da un'altra del tutto simile e via di questo passo fino a che tutte le persone vere e vive non fossero state eliminate. E' incredibile, penso', che la polizia non possa fare niente. Non riesco a crederlo. Questa gente deve aver fatto qualcosa. Forse sono tornati sulla Terra illegalmente. Ci dicono sempre - in televisione - che dobbiamo denunciare qualsiasi astronave che atterri fuori dalle rampe autorizzate. La polizia deve tenere gli occhi aperti per cose del genere. Ma anche cosi', nessuno era piu' ucciso in maniera tanto deliberata. Era contrario ai principi del Mercerianesimo. "Il cervello di gallina", disse Pris, "ha un debole per me". "Pris, non chiamarlo cosi'", la rimprovero' Irmgard; lancio' a Isidore un'occhiata piena di compassione. "Pensa a come potrebbe chiamare te". Pris non rispose. La sua espressione si fece enigmatica. "Io vado a preparare la ricetrasmittente", annuncio' Roy. "Allora, siamo intesi: Irmgard e io rimaniamo in questo appartamento; Pris, tu vai dal... signor Isidore". Si avvio' verso la porta, con passo sorprendentemente agile per un uomo cosi' robusto. In un lampo spari' dalla porta che sbatte' con forza alla parete quando lui l'apri'. In quell'attimo Isidore ebbe una strana allucinazione momentanea: gli parve di vedere una sagoma di metallo, una piattaforma piena di pulegge, circuiti, batterie, torrette e ingranaggi - poi la goffa sagoma di Ray Baty si sovrappose alla visione come una dissolvenza d'apertura. Isidore senti' una risata sorgergli dal fondo dello stomaco; innervosito, cerco' di soffocarla. Era tutto cosi' confuso! "Ecco un vero uomo d'azione", disse Pris con un certo distacco. "Peccato pero' che non sia tanto capace di usare le mani, a fare cose meccaniche". "Se ci salveremo", la redargui' Irmgard in tono severo, "sara' tutto merito di Roy". "Ma ne vale poi la pena?" chiese Pris, piu' che altro a se stessa. Poi alzo' le spalle e fece un cenno a Isidore. "E va bene, J.R., verro' da lei, cosi' potra' proteggermi". "V-v-vi proteggero' tutti", s'affretto' a precisare Isidore. Con una strana vocetta solenne e formale, Irmgard Baty gli disse: "Voglio che lei sappia che le siamo molto grati, signor Isidore. Lei e' il primo amico che abbiamo incontrato sulla Terra. E' molto gentile da parte sua e forse un giorno potremo ricompensarla". Gli scivolo' a fianco e gli diede un colpetto affettuoso sul braccio. "Non avreste dei libri pre-coloniali da farmi leggere?" le chiese Isidore. "Prego?" Irmgard Baty rivolse un'occhiata perplessa a Pris. "Sai, quelle vecchie riviste..." disse Pris; intanto aveva raccolto alcune delle sue cose e Isidore le tolse il fardello dalle mani, illuminandosi tutto per la soddisfazione di aver raggiunto un suo scopo. "No, J.R., non ce le siamo portate dietro, per i motivi che le ho spie80 gato". "Allora d-d-domani vado in biblioteca", le disse lui, uscendo. "E ne p-p-prendero' in prestito qualcuna per lei e per me, cosi' avra' qualcosa da fare oltre che aspettare". Accompagno' Pris di sopra, nel suo appartamento, scuro, vuoto, soffocante e tiepido com'era; nell'atto di portare le cose della ragazza nella camera da letto, riusci' ad accendere contemporaneamente le luci, il riscaldamento e l'unico canale del suo televisore. "E' carino qui", disse Pris, ma nello stesso tono distante e distaccato di poco prima. Vago' un po' nell'appartamento, con le mani sprofondate nelle tasche; sul volto le si fece strada un'espressione severa, quasi altera nel suo livello di disapprovazione. In netto contrasto con quello che aveva appena detto. "Che c'e'?" chiese lui, posando i suoi averi sul divano. "Niente". Si fermo' davanti alla finestra panoramica, scosto' di lato le tende e si mise a fissare fuori con aria imbronciata. "Se ha paura che la cerchino..." comincio' a dire Isidore. "E' solo un sogno", disse Pris. "Indotto dai farmaci che Roy mi ha dato". "P-p-prego?" "Ma crede davvero che esistano i cacciatori di taglie?" "Il signor Baty ha detto che hanno ucciso i vostri amici". "Roy Baty e' pazzo come me. Il nostro viaggio e' stato da un manicomio della costa orientale a qui. Siamo tutti schizofrenici, soffriamo di disfunzioni alla nostra vita emotiva appiattimento di affetti, si chiama. E inoltre soffriamo di allucinazioni collettive". "Mi pareva che non potesse essere vero", disse lui con evidente sollievo. "E perche' mai?" Si volto' di colpo per fissarlo negli occhi", il suo sguardo era cosi' intenso che Isidore si senti' arrossire. "P-p-perche' cose del genere non possono accadere. Il g-g-governo non ammazza mai nessuno, per nessun crimine. E il Mercerianesimo..." "Ma vede", lo interruppe Pris, "se uno non e' umano, allora e' tutta un'altra storia". "Non e' mica vero. Perfino gli animali, perfino le anguille, le talpe, le serpi e i ragni... sono considerati sacri". Pris, senza staccargli gli occhi di dosso, ripete': "E cosi', non e' possibile, eh? Come dice lei, anche gli animali sono protetti dalla legge. Ogni forma di vita. Qualsiasi cosa organica che striscia, si agita, si rintana, vola, sciama o deposita uova o..." S'interruppe, perche' Roy Baty era apparso improvvisamente, spalancando la porta dell'appartamento e facendo il suo ingresso seguito da un lungo filo elettrico. "Gli insetti", disse, senza mostrare alcun imbarazzo per il fatto di aver ascoltato la loro conversazione, "sono considerati particolarmente sacri". Stacco' un quadro dalla parete del soggiorno e appese un minuscolo congegno elettronico al chiodo; quindi fece un passo indietro, lo scruto' criticamente e rimise al suo posto il quadro. "E ora il sistema d'allarme". Tiro' a se' il filo elettrico, all'altro capo del quale c'era una complessa apparecchiatura. Con il suo solito sorriso stonato, lo mostro' a Pris e Isidore. "Questo e' il sistema d'allarme. I! filo va sotto il tappeto. Fa da antenna. Capta i segnali di un..." esito' un attimo, "di un'entita' mentazionale", bofonchio' ermeticamente, "che non sia uno di noi quattro". "E allora che fa, si mette a suonare?" chiese Pris. "E poi, che succede? Sara' armato. Non possiamo mica saltargli addosso e azzannarlo a morte". "Quest'apparecchiatura", continuo' Roy, "contiene un'unita' Penfield. Quando l'allarme scatta comincia a irradiare uno stato d'animo di panico verso... l'intruso. A meno che non sia rapidissimo, cosa peraltro possibile. Un panico massiccio; ho tarato il diffusore al massimo. Nessun essere umano puo' rimanere nel suo raggio d'azione piu' di qualche secondo. E' nella natura del panico indurre a movimenti circolari a casaccio, a fughe senza scopo e spasmi neuro-muscolari". Quindi concluse, "il che ci dara' la possibilita' di sopraffarlo. For81 se. Dipende da quanto e' in gamba". "Ma l'allarme non influenzera' anche noi?" chiese Isidore. "Giusto", disse Pris, rivolta a Roy Baty. "Influenzera' anche Isidore". "E allora?" disse Roy. Quindi si concentro' di nuovo sull'installazione. "Allora vorra' dire che si metteranno tutt'e due a scappare da qui in preda al panico. Ci dara' lo stesso il tempo di reagire. E poi, a Isidore non faranno niente; non e' mica sul loro elenco. Ecco perche' possiamo usarlo come facciata". "Non ti viene un'idea migliore, Roy?" chiese brusca Pris. "No. In questo momento no". "Domani saro' in grado di p-p-procurarmi un'arma", disse Isidore. "Ma sei sicuro che la presenza di Isidore non fara' scattare l'allarme?" chiese Pris. "Dopo tutto, lui e'... sai?" "Ho tarato l'apparecchio per compensare le sue emanazioni encefaliche", spiego' Roy. "La loro somma non fara' scattare un bel niente; ci vorra' un altro umano. Un'altra persona ". Scuro in volto, lancio' un'occhiata a Isidore, consapevole di quello che aveva appena detto. "Ma allora siete degli androidi", esclamo' Isidore. Pero' non gliene importava niente; per lui non faceva alcuna differenza. "Adesso capisco perche' vogliono uccidervi. In pratica, pero', voi non siete vivi". Ora si spiegava tutto. Il cacciatore di taglie, l'eliminazione dei loro amici, il viaggio verso la Terra, tutte queste precauzioni. "Quando ho usato il termine "umano"", disse Roy Baty a Pris, "ho usato il termine sbagliato ". "Proprio cosi', signor Baty", disse Isidore. "Ma a me che cosa importa? Voglio dire, io sono uno speciale; neanche a me mi trattano tanto bene, sa, per esempio, io non posso mica emigrare". Si sorprese a chiacchierare spedito come un folletto. " Voi non potete venire qui. Io non posso..." Di colpo si calmo'. Dopo un istante Roy Baty, laconico, disse, "Marte non le piacerebbe. Non si perde mica niente". "Mi chiedevo quanto ci avreste messo a scoprirlo", disse Pris a Isidore. "Siamo diversi, non e' vero?" "Con ogni probabilita' ecco che cosa ha tradito Garland e Max Polokov", riflette Roy Baty. "Erano cosi' maledettamente sicuri di riuscire a farsi passare per umani. Anche Luba ". "Voi siete degli intellettuali", disse Isidore; si senti' di nuovo emozionato per aver capito. Emozionato e fiero. "Voi pensate in modo astratto e non riuscite a..." Gesticolo', mentre le parole gli s'impigliavano in gola. Siamo alle solite. "Vorrei tanto avere una personalita' come la vostra; cosi' riuscirei a superare l'esame e non sarei un cervello di gallina. Secondo me voi siete molto superiori; potrei imparare molto da voi". Dopo un po' Roy Baty annuncio': "Ora cerco di finire di collegare l'allarme". Riprese ad armeggiare con i fili. "Lui non ha ancora capito come abbiamo fatto a fuggire da Marte", disse Pris con un'acuta voce stentorea. "E che cosa abbiamo fatto lassu'". "Quello che non potevamo evitare di fare", brontolo' Roy Baty. Inquadrata nella porta aperta Irmgard Baty aveva assistito all'intera scena; se ne accorsero solo quando comincio' a parlare. "Secondo me non dovremmo preoccuparci del signor Isidore", disse con franchezza; gli si avvicino' rapidamente e lo scruto' in volto. "Non trattano molto bene neanche lui, come ci ha fatto notare lui stesso. E quello che abbiamo fatto su Marte a lui non interessa; lui ci conosce e ci apprezza e un'accettazione emotiva del genere... vuoi dire tutto per lui. Per noi puo' essere difficile comprenderlo, ma e' vero". Poi, ancora una volta si avvicino' a Isidore e alzo' lo sguardo sul suo volto. "Lei si rende conto, 82 vero?, che guadagnerebbe un sacco di soldi se ci denuncia?" Quindi si volto' e disse al marito: "Vedi? Lo sa, ma non dira' niente lo stesso". "Sei un grand'uomo, Isidore", disse Pris. "Fai onore al tuo genere". "Se fosse un androide", aggiunse Roy con entusiasmo, "ci denuncerebbe prima delle dieci di domani mattina. Uscirebbe per andare a lavorare e per noi sarebbe finita. Sono sopraffatto dall'ammirazione". Ma il suo tono era difficile da decifrare; per lo meno, Isidore non riusciva a interpretarlo. "E pensare che noi immaginavamo che questo mondo fosse ostile, un pianeta di facce nemiche, tutte contro di noi". Scoppio' in una risata che sembrava piu' un latrato. "Io non mi preoccupo affatto", disse Irmgard. "Dovresti aver paura fin sotto i tacchi delle scarpe", le fece notare il marito. "Votiamo", propose Pris. "Come facevamo sull'astronave, quando non eravamo d'accordo ". "Be'", disse Irmgard. "Non aggiungo altro. Ma se rinunciamo a lui, dubito troveremo un altro essere umano disposto accoglierci e ad aiutarci. Il signor Isidore e' un uomo..." cerco' la parola giusta. "Speciale", concluse Pris. 83 CAPITOLO QUINDICESIMO La votazione si tenne con la dovuta solennita' e cerimonia. "Restiamo qui", disse Irmgard con fermezza "In questo appartamento, in questo edificio ". Roy Baty aggiunse: "Io propongo di ammazzare il signor Isidore e di nasconderci da qualche altra parte". Poi lui e sua moglie - e John Isidore - si voltarono verso Pris. A bassa voce la ragazza disse: "Io sono per restare qui fino in fondo". Poi, a voce piu' alta, aggiunse: "Secondo me il valore che J.R. rappresenta per noi sopravanza il rischio del suo essere al corrente della nostra identita'. E' evidente che non possiamo vivere tra gli umani senza essere scoperti; questa e' quel che ha ucciso Polokov, Garland, Luba e Anders. E' la cosa che li ha uccisi tutti". "Forse anche loro hanno fatto quel che stiamo facendo noi", intervenne Roy Baty. "Si sono fidati, hanno riposto la foro fiducia in un essere umano che credevano fosse diverso dagli altri. Che era, come hai detto tu, speciale". "Questo non lo sappiamo", disse Irmgard. "La tua e' solo una congettura. Secondo me, invece, loro..." accenno' a un gesto vago. "Sono andati troppo in giro. Si sono messi a cantare su un palcoscenico, come Luba. Quello di cui ci fidiamo - te Io dico io di che cosa ci fidiamo troppo e che ci rovina, Roy; e' la nostra maledetta intelligenza superiore!" Lancio' un'occhiata furente al marito, con i piccoli seni tesi che si alzavano e s'abbassavano rapidamente. "Noi siamo cosi' in gamba... Roy, stai facendo la stessa cosa in questo momento; accidenti a te, lo stai facendo proprio in questo momento!" "Secondo me, Irm ha ragione", concordo' Pris. "E cosi' dovremmo mettere le nostre vite in mano a un subnormale, un disgraziato..." comincio' a dire Roy, ma poi rinuncio' a continuare "Sono stanco", si limito' a dire. "E' stato un viaggio lungo e faticoso, Isidore. Ma non ci fermeremo molto qui. Purtroppo". "Spero tanto", disse Isidore, tutto contento, "di riuscire a contribuire a rendere piacevole il vostro soggiorno sulla Terra". Si sentiva certo di riuscirci. Gli pareva che questa potesse essere un'impresa possibile, il culmine di tutta la sua vita - e della nuova autorevolezza che aveva dimostrato quel giorno al lavoro quando aveva parlato al videofono. Appena stacco' ufficialmente dal lavoro quella sera, Rick Deckard attraverso' al volo la citta' per andare al mercato degli animali: c'erano diversi isolati pieni di' importanti negozi di animali con le loro enormi vetrine e le insegne vistose. Quell'orribile e inedita depressione che l'aveva assalito poco prima non era ancora svanita. Questo suo esser venuto qui a trattare animali con i negozianti pareva essere l'unico punto debole della cappa di depressione che era calata su di lui, un difetto attraverso il quale magari sarebbe riuscito a far presa su di essa e a esorcizzarla. Ad ogni modo, in passato, la vista degli animali, il profumo di affari in cui erano in ballo cifre enormi, l'avevano aiutato parecchio. Forse anche questa volerebbero riusciti a compiere il miracolo. "Dica pure, signore", lo abbordo' un commesso che non aveva mai visto prima, un tipo tutto azzimato, mentre Rick se ne stava a fissare le vetrine a bocca aperta, con un'aria stordita e mite di bisogno. "Ha visto qualcosa che la interessa?" "Di cose che m'interessano ne ho viste parecchie", rispose Rick. "Sono i prezzi che mi danno fastidio". "Ci dica lei che affare vuole fare", propose il commesso. "Ci dica quel che vuole riportare a casa con se' e come intende pagarlo. Porteremo la proposta al nostro direttore delle vendite per ottenere il suo nulla osta". "Ho tremila bigliettoni in contanti". Il dipartimento, alla fine della giornata, gli aveva 84 pagato le taglie. "Quanto costa quella famigliola di conigli laggiu'?" "Ma caro signore, se lei puo' permettersi un anticipo di tremila bigliettoni, posso farla diventare proprietario di qualcosa di meglio di una coppia di conigli. Che ne dice di una capretta? " "Veramente non ho mai preso in considerazione le capre", disse Rick. "Posso chiederle se questa somma rappresenta per lei un nuovo livello di spesa?" "Be', si', di solito non vado sempre in giro con tremila bigliettoni", ammise Rick. "E' quel che ho pensato, signore, quando ha menzionato i conigli. Il guaio con i conigli, mi creda, e' che ce l'hanno tutti. Mi farebbe piacere vederla fare un salto di classe con la capretta che, secondo me, e' la classe che le compete. Se devo esser franco, lei mi pare proprio un uomo da capretta". "Che vantaggi ci sono con le capre?" "Il vantaggio principale di una capretta e' che si puo' insegnarle a prendere a cornate chiunque tenti di rubarla", disse il commesso. "Non se le sparano una ipnofreccia e poi si calano con una scaletta di corda da un'aereomobile che si libra sopra di loro", ribatte' Rick. Imperturbato, il commesso continuo': "La capretta e' fedele. E in piu' ha un'anima libera e naturale che nessuna gabbia puo' contenere. Inoltre c'e' un'eccezionale caratteristica aggiuntiva che le caprette posseggono, una di cui forse lei non e' a conoscenza. Spesso puo' capitare che si investa un sacco di soldi in un animale, lo si porti a casa e una mattina si scopra che ha mangiato qualche schifezza radioattiva ed e' morto. Be', alle caprette la roba quasi commestibile contaminata non da alcun fastidio; mangia in maniera molto eclettica, anche articoli che stenderebbero una mucca o un cavallo, oppure, specialmente un gatto. Come investimento a lungo termine noi crediamo che la capretta - in particolare una femmina - offra dei vantaggi imbattibili a chi e' seriamente intenzionato a possedere un animale ". "Quella li' e' femmina?" Rick aveva notato una grossa capra nera che se ne stava ben piantata sulle zampe nel bel mezzo della gabbia; comincio' a spostarsi in quella direzione, seguito dal commesso. Quella capra gli sembrava bellissima. "Si', questo e' un esemplare femmina. Una capra nubiana nera, molto massiccia, come puo' notare. E' un superbo esemplare del mercato di quest'anno, signore. E la offriamo a un prezzo molto, molto basso che la tentera' senz'altro". Rick tiro' fuori il suo spiegazzato catalogo Sidney e consulto' i prezzi di listino per le capre nubiane nere. "Parliamo di acquisto in contanti o vuole far a cambio con un animale usato?" chiese il commesso. "In contanti", rispose Rick. Il commesso scribacchio' una cifra su un foglietto di carta e poi la fece vedere a Rick per un attimo, con fare quasi furtivo. "Troppo", disse Rick. Gli tolse di mano il foglietto e ci scrisse sopra una cifra molto piu' modesta. "A quel prezzo non potremmo mai venderle una capra", protesto' il commesso. Ma butto' giu' un'altra cifra. "Questa capra ha meno di un anno e sono animali che hanno una lunga aspettativa di vita". Mostro' a Rick il nuovo prezzo. "Affare fatto", disse Rick. Firmo' il contratto di rateizzazione, sborso' i suoi tremila dollari di anticipo - in pratica, tutti i soldi delle taglie che aveva incassato - e dopo poco si ritrovo', un po' stordito, accanto alla sua aereomobile mentre gli addetti vi caricavano la cassa con dentro la capra. Adesso posseggo un animale, disse tra se' e se'. Un animale vivo, mica elettrico. Per la seconda volta in vita mia. 85 La spesa, l'indebitamento contrattuale in cui s'era messo, lo spaventava a morte; si sorprese a tremare tutto. Ma dovevo farlo, si disse. L'esperienza che ho avuto con Phil Resch... devo assolutamente riconquistare la fiducia in me stesso, nel-, le mie capacita'. O non potro' piu' continuare a fare il mio mestiere. Con le mani intorpidite fece decollare l'aereomobile e si diresse a casa, da Iran. Vedrai che s'arrabbiera', si disse. Perche' la responsabilita' le dara' da pensare. E dato che lei sta sempre a casa, gran parte della manutenzione ricadra' su di lei. Si risentiva un'altra volta depresso. Dopo esser atterrato sulla propria terrazza, rimase a lungo seduto in macchina a intessere una storia densa di verosimiglianza. Il mio lavoro lo richiede, penso', raschiando il fondo per trovare una scusa. Sai, il prestigio. Non potevamo mica andare avanti con la pecora elettrica: e' una cosa che minava il mio morale. Magari posso dirle cosi', decise. Uscito dalla macchina, si diede da fare per scaricare la cassa dal sedile posteriore e dopo molti sforzi e molto ansimare riusci' a calarla sulla terrazza. La capra, che nel corso del trasbordo era stata un po' sballottata di qua e di la', lo guardava con occhi lucidi e perspicaci, ma senza emettere neanche un gemito. Rick scese al suo piano e segui' il percorso familiare lungo il corridoio fino alla porta del suo appartamento. "Ciao", lo saluto' Iran, impegnata in cucina con la cena. "Come mai cosi' tardi, stasera?" "Sali un attimo in terrazza", le disse. "Voglio farti vedere una cosa". "Hai comprato un animale!" Iran si tolse il grembiule, si rassetto' i capelli come per riflesso e lo segui' fuori dall'appartamento; percorsero il corridoio a grandi passi impazienti. "Non avresti dovuto comprarlo senza di me", disse Iran, quasi senza fiato. "Ho il diritto di partecipare alla decisione, l'acquisto piu' importante che abbiamo mai..." "Volevo farti una sorpresa". "Oggi hai incassato qualche taglia", gli disse lei, in tono accusatorio. "Si', ho ritirato tre droidi", disse Rick. Entrarono nell'ascensore e insieme salirono piu' vicini a dio. "Ho dovuto fare questo acquisto", spiego' lui. "Oggi, qualcosa e' andato storto; non so, qualcosa che riguarda i ritiri che ho fatto. Se non avessi comprato un animale non sarei riuscito ad andare avanti". L'ascensore era arrivato in terrazza; guido' la moglie nelle tenebre notturne fino alla gabbia; poi, accendendo i faretti - che erano li' a disposizione di tutti gli inquilini - in silenzio le indico' la capra e attese la sua reazione. "Oh mio dio!" esclamo' sottovoce Iran. Si avvicino' alla gabbia, fissando l'animale; poi fece il giro per osservare la capra da tutte le angolazioni. "E' proprio vera?" chiese. "Non e' una di quelle finte?" "Assolutamente vera", rispose lui. "A meno che non mi abbiano dato una fregatura". Ma era una cosa che avveniva molto di rado; la multa per una truffa del genere era enorme: due volte e mezzo il valore di mercato dell'animale vivo. "No, non mi hanno dato una fregatura". "E' una capra", disse Iran. "Una capra nubiana nera". "Femmina", aggiunse Rick. "Percio' un domani possiamo perfino farla accoppiare. E avremo anche del latte con cui fare il formaggio fresco". "Possiamo farla uscire di li'? Possiamo metterla insieme alla pecora?" "Dovrebbe stare legata, almeno per i primi giorni". Con una strana vocina, Iran canticchio': ""La mia vita e' amore e gioia". E' una vecchissima canzone di Josef Strauss. Te la ricordi? Quando ci siamo incontrati..." Gli appoggio' delicatamente una mano sulla spalla, gli si accosto' e gli diede un bacio. "Tanto amore. E tantissima gioia". "Grazie", sussurro' Rick, abbracciandola. "Corriamo giu' a ringraziare Mercer. Dopodiche' possiamo tornare quassu' e trovare subi86 to un nome per la capra; ha bisogno di un nome. E magari troverai anche un pezzo di corda per legarla". Cosi' dicendo, Iran si mosse. Il loro vicino di casa, Bill Barbour, impegnato a strigliare la sua cavalla Judy, li chiamo': "Ehi, Deckard, ha proprio una gran bella capra. Congratulazioni. Buonasera, signora Deckard. Forse adesso avrete anche dei piccoli; magari potremmo fare a scambio: un puledrino per un paio di capretti". "Grazie", disse Rick. Segui' Iran, diretta all'ascensore. "Questa cosa fa bene alla tua depressione? " le chiese. "La mia sta gia' meglio". "Certo che fa bene alla mia depressione. Adesso potremmo confessare agli altri che la pecora e' finta". "E' proprio necessario?" rispose lui, prudente. "Ma si'", insistette Iran. "Capisci? Ora non abbiamo piu' niente da nascondere; quello che abbiamo sempre voluto si e' avverato. Mi sembra un sogno!" Ancora una volta si alzo' in punta di piedi, gli si accosto' e gli diede un rapido bacio; il suo fiato, ansimante ed entusiastico, gli solletico' il collo. Poi Iran allungo' la mano per pigiare il pulsante dell'ascensore. Rick ebbe come un presentimento. Qualcosa che gli fece dire: "Non andiamo ancora giu' nell'appartamento. Restiamo un po' qui con la capra. Sediamoci qui a guardarla e magari le possiamo dare qualcosa da mangiare. Mi hanno dato un sacchetto di avena per i primi giorni. E possiamo leggerci insieme il manuale di manutenzione della capra; hanno incluso anche quello nel prezzo. La capra la possiamo chiamare Eufemia". Ma l'ascensore era arrivato e Iran, saltellando, vi era gia' entrata. "Iran, aspetta!" le disse. "Sarebbe immorale non fonderci con Mercer in ringraziamento", rispose la moglie. "Oggi mi sono attaccata qualche secondo alle maniglie della scatola e la mia depressione e' passata per un po' - molto poco, non come ora. Comunque sono stata colpita da un sasso, qui". Gli mostro' il polso; Rick vide un piccolo livido. "E ricordo che ho pensato a quanto stiamo bene, a quanto stiamo davvero meglio, quando siamo con Mercer. Nonostante il dolore. Dolore fisico - ma fusione spirituale; ho sentito tutti gli altri, in tutto il mondo, che si erano fusi con lui nello stesso momento". Trattenne la porta dell'ascensore dal richiudersi. "Coraggio, Rick, sali. Ci mettiamo un attimo. Tu non ti sottoponi quasi mai alla fusione; vorrei tanto che tu trasmettessi lo stato d'animo in cui ti trovi a tutti gli altri; glielo devi. Sarebbe immorale tenercelo tutto per noi". Aveva ragione, naturalmente. Cosi' entro' anche lui in l'ascensore e scesero di nuovo al loro piano. Arrivati in soggiorno, Iran fece scattare subito l'interruttore della scatola empatica, il volto animato da una crescente esultanza che l'illuminava come una falce di luna nuova. "Voglio che lo sappiano tutti", gli disse. "Una volta e' capitato anche a me; mi sono fusa e ho trovato qualcuno che aveva appena comprato un animale. Invece un altro giorno..." I suoi lineamenti si incupirono per un attimo; il piacere era svanito. "Un giorno mi sono collegata con qualcuno il cui animale era appena morto. Pero' altri di noi hanno condiviso con loro le nostre gioie diverse - be', sai, io non ne avevo alcuna in particolare e questo ha tirato un po' su i poverini. Magari potremmo raggiungere un potenziale suicida; quello che abbiamo, quel che proviamo, potrebbe perfino..." "Si', loro avranno la nostra gioia", disse Rick, "ma noi ci perderemo. Scambieremo le nostre sensazioni con le loro. La nostra gioia andra' perduta". Lo schermo della scatola empatica ora era percorso da veloci rivoli di colori brillanti e senza forma; sua moglie trattenne il fiato e si attacco' con forza alle due maniglie. "In realta' non perderemo affatto le nostre sensazioni, perlomeno non se le terremo bene in mente. Tu non hai mai ben capito come funziona la fusione, vero Rick?" "Mi sa di no", borbotto' lui. Ma ora, per la prima volta, cominciava a capire i benefici che gente come Iran ricavava dal Mercerianesimo. Forse l'esperienza che aveva avuto con il cacciatore di taglie Phil Resch aveva alterato qualche minuscola sinapsi in lui, aveva chiuso 87 qualche valvola neurale e ne aveva aperta un'altra. E forse questo aveva suscitato una reazione a catena. "Iran", le disse in fretta, tirandola via dalla scatola empatica. "Sta' a sentire: voglio parlarti di quello che mi e' successo oggi". La trascino' verso il divano e la fece sedere davanti a lui. "Oggi ho conosciuto un altro cacciatore di taglie, uno che non avevo mai incontrato prima. Un tipo rapace che sembrava provare piacere nel distruggerli. Dopo essere stato con lui, per la prima volta, ho cominciato a considerarli in maniera diversa. Voglio dire, a modo mio, avevo cominciato a vederli come lui". Rick continuo': "Mi sono sottoposto a un test, una sola domanda, e ho avuto conferma: ho cominciato a provare empatia verso gli androidi; capisci cosa significa? Anche tu stamattina hai detto: "Quei poveri droidi !" Percio' sai benissimo di cosa sto parlando. Ecco perche' poi ho comprato la capra. Non mi ero mai sentito cosi'. Magari e' solo un po' di depressione, come capita a te. Ora capisco quello che soffri quando sei depressa; ho sempre pensato che ci provassi gusto e che eri in grado di uscirne di colpo quando volevi, se non da sola, con l'aiuto del modulatore di stati d'animo. Ma quando ci si deprime fino a quel punto, non ce ne importa piu' niente. Si precipita nell'apatia, perche' si e' perso qualsiasi senso del proprio valore. Non importa sentirsi meglio perche' ormai non si vale piu' niente... " "E il tuo lavoro?" Il suo tono lo colpi'; sbatte' le palpebre. "Il tuo lavoro", ripete' Iran. "A quanto ammontano le rate mensili sulla capra?" Gli tese una mano aperta a palma in su; come per riflesso, lui tiro' fuori il contratto che aveva firmato e glielo diede. "Cosi' tanto?" disse lei con voce acuta. "Guarda gli interessi! Buon dio... solo gli interessi... E hai fatto tutto questo solo perche' eri depresso. Non per farmi una sorpresa, come hai detto prima". Gli restitui' di scatto il contratto. "Be', non importa. Sono contenta lo stesso che tu l'abbia comprata; adoro quella capra. Pero' e' una tale spesa!" Iran sembrava improvvisamente ingrigita. "Magari posso farmi trasferire a un altro incarico. Il dipartimento svolge dieci o undici compiti diversi. Furto d'animali; magari potrei farmi trasferire li'". "Ma i soldi delle taglie? Ne abbiamo bisogno, altrimenti ci sequestreranno la capra!" "Mi faro' estendere il contratto: da trentasei a quarantotto mesi". Tiro' fuori una biro e fece rapidamente dei conti sul retro del contratto. "In questo modo le rate si abbasseranno di cinquantadue dollari e cinquanta centesimi ogni mese". Il videofono squillo'. "Se non fossimo scesi", disse Rick, "se fossimo rimasti in terrazza, insieme alla capra, non ci sarebbe arrivata questa telefonata". Andando verso il videofono, Iran disse: "Perche' hai tanta paura? Non vengono mica a sequestrarci la capra, non ancora, almeno". Fece per alzare il ricevitore. "E' il dipartimento", disse lui. "Digli che non ci sono". Si diresse in camera da letto. "Pronto?" disse Iran alla cornetta. Altri tre droidi, penso' Rick tra se' e se', che avrei dovuto inseguire oggi, invece di tornarmene a casa. Sul video era gia' apparso il volto di Harry Bryant, percio' era ormai troppo tardi per nascondersi. Rick lentamente fece ritorno verso il videofono, con i muscoli delle gambe irrigiditi. "Si', eccolo", stava dicendo Iran. "Sa, abbiamo comprato una capra. Venga pure a vederla, signor Bryant, quando vuole". Ci fu una pausa, mentre ascoltava la risposta, poi passo' la cornetta al marito. "Ha qualcosa da dirti". Quindi torno' verso la scatola empatica, vi si sedette davanti e afferro' di nuovo la doppia maniglia. Fu quasi immediatamente assorbita dalle sue sensazioni. Rick era rimasto in piedi con la cornetta in mano, consapevole dell'abbandono mentale della moglie. Consapevole della propria solitudine. "Pronto", disse nel microfono. "Abbiamo una traccia su due degli androidi rimasti", disse Harry Bryant. Chiamava dall'ufficio; Rick vide la scrivania che conosceva bene, piena di carte, documenti e palta. "Evidentemente si sono messi in allarme... hanno abbandonato l'indirizzo che Dave ti ha dato 88 e ora si trovano al... aspetta un secondo". Bryant cerco' qualcosa a tentoni sul piano della scrivania e alla fine riusci' a individuare quel che voleva. Automaticamente Rick cerco' la propria penna; si appoggio' il contratto di vendita della capra su un ginocchio e si preparo' a prender nota. "Edificio Condapp 3967-C", detto' l'ispettore Bryant. "Recati sul posto appena possibile. Dobbiamo presumere che siano al corrente di quelli che hai fatto fuori, Garland, Luft e Polokov; ecco perche' si sono dati a questa fuga illegale". "Illegale", gli fece eco Rick. Per salvarsi la pelle. "Iran mi ha detto che hai comprato una capra. Quando e' stato? Oggi? Dopo che hai staccato da lavoro?" "Si', mentre tornavo a casa". "Dopo che avrai ritirato gli altri androidi verro' a vedere la vostra capra. A proposito... ho appena parlato con Dave. Gli ho detto dei problemi che ti hanno dato; ti manda le sue congratulazioni e ti raccomanda di stare piu' attento. Dice che questi modelli Nexus-6 sono piu' in gamba di quanto pensava. Infatti, non riusciva a crederci che ne hai beccati tre in un giorno solo". "Tre bastano", rispose Rick. "Non posso fare piu' niente. Ho bisogno di riposare". "Per domani saranno gia' lontani", commento' l'ispettore Bryant. "Fuori dalla nostra giurisdizione ". "Non cosi' presto. Saranno ancora qui in giro". "Vacci subito, stasera, in quel posto. Prima che si ambientino. Non si aspetteranno che tu sia sulle loro tracce cosi' in fretta". "Ma si' che se lo aspettano. Saranno li' ad aspettarmi". "Cos'e'? Hai fifa? E per via di quello che Polokov ha..." "Non ho affatto fifa", protesto' Rick. "E allora che problema c'e'?" "Va bene", disse Rick. "Ci andro'". Fece per riappendere la cornetta. "Se ottieni dei risultati, fammelo sapere subito. Saro' qui in ufficio". "Se li becco mi comprero' una pecora". "Ma ce l'hai gia' la pecora. E' da quando ti conosco che ce l'hai la pecora". "Si', ma e' elettrica", disse Rick e riattacco'. Questa volta mi faccio una pecora vera, si disse. Devo assolutamente comprarmene una. Come risarcimento. Sua moglie era china davanti alla scatola empatica nera, un'espressione rapita sul volto. Lui rimase in piedi accanto a lei per qualche minuto e le appoggio' una mano sul seno; la sentiva inspirare ed espirare, sentiva la vita, l'attivita' che c'era in lei. Iran non si accorgeva di lui; l'esperienza con Mercer, come al solito, era diventata totale. Sullo schermo la vaga figura del vecchio Mercer arrancava in salita con la sua tunica e d'un tratto un sasso volo' accanto a lui. Mentre lo osservava, Rick penso': Dio mio; mi trovo in una situazione peggiore della sua. Almeno Mercer non e' costretto a fare una cosa aliena alla sua natura. Si', soffre, ma almeno non gli si chiede di far violenza alla propria personalita'. Si chino' e con delicatezza stacco' le dita della moglie dalla doppia maniglia, quindi ne prese il posto. Era la prima volta che lo faceva da parecchie settimane. Fu un impulso: non aveva in mente di farlo; era successo tutto cosi', all'improvviso. Un paesaggio pieno di erbacce si paro' davanti a lui, un luogo desolato. L'aria odorava di fiori acerbi; era il deserto e non c'era pioggia. Aveva di fronte a se' un uomo con lo sguardo colmo di dolóre e stanco che emanava come una luce penosa. "Mercer", esclamo' Rick. "Io ti sono amico", disse il vecchio. "Ma tu devi andare avanti come se non esistessi. 89 Riesci a capirlo?" Spalanco' le mani vuote. "No", rispose Rick. "Non riesco a capirlo. Ho bisogno di aiuto". "Come faccio a salvarti?" chiese il vecchio. "Non riesco neanche a salvare me stesso". Gli sorrise. "Non capisci? Non e c'e' salvezza!" "E allora perche' tutto questo?" chiese Rick. "Che ci stai a fare?" "Per dimostrarti che non sei solo", rispose Wilbur Mercer. "Io sono qui con te e ci rimarro' sempre. Va' ed esegui il tuo compito, anche se sai che e' sbagliato". "Ma perche'? Perche' devo farlo proprio io? Lascero' il lavoro ed emigrero', piuttosto". "Dovunque andrai, ti si richiedera' di fare qualcosa di sbagliato. E' la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalita'. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. E' l'ombra estrema, il difetto della creazione; e' la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l'universo". "Questo e' tutto quello che sai dirmi?" disse Rick. Un sasso gli venne addosso sibilando; tento' di schivarlo, ma fu colpito di striscio a un orecchio. Lascio' subito andare le maniglie e si ritrovo' in piedi nel soggiorno di casa sua, accanto alla moglie e alla scatola empatica. Il colpo gli aveva fatto venire uno sconvolgente mal di testa; si tocco' e senti' che il sangue gli stava uscendo dall'orecchio e si spandeva in grandi gocce brillanti sulla guancia. Iran gli tampono' la ferita con un fazzoletto. "Sono contenta che mi hai staccato dalla scatola. Proprio non sopporto di essere colpita. Grazie per esserti preso la sassata al posto mio". "Io esco", annuncio' Rick. "Devi fare quel lavoro?" "Ne devo fare tre". Le prese il fazzoletto dalle mani e si diresse verso la porta. Si sentiva ancora in preda a una leggera vertigine e ora anche di un principio di nausea. "In bocca al lupo!" gli auguro' Iran. "Attaccarmi a quelle maniglie non mi e' servito a niente", disse Rick. "Mercer mi ha parlato, ma non mi e' stato di alcun aiuto. Non ne sa mica tanto piu' di me. E' solo un vecchio che arranca su per la collina per andare a morire". "E non e' questa la rivelazione?" "Quella rivelazione la sapevo gia'", disse Rick, aprendo la porta. "Ci vediamo piu' tardi". Usci' nel corridoio e si chiuse la porta alle spalle. Condapp 3967-C, riflette, leggendo l'indirizzo sul retro del contratto. Dev'essere in periferi'a; laggiu' e' quasi tutto abbandonato. Un buon nascondiglio. Se non fosse per le luci di notte. Ecco la traccia che seguiro', penso'. Le luci. Sono fototropico, come la falena testa di morto. E poi, dopo questi, basta. Faro' qualche altra cosa, mi guadagnero' da vivere in un altro modo. Questi sono gli ultimi tre. Mercer ho ragione; devo portare a termine la missione. Pero', penso', mi sa che non ce la faccio. Due droidi insieme - non e' tanto una questione morale, e' una questione pratica. Con ogni probabilita' non ce la faccio a ritirarli, si rese improvvisamente conto. Anche se ce la metto tutta; sono troppo stanco e troppe cose sono successe oggi. Forse Mercer se ne era reso conto, riflette'. Magari ha previsto tutto quello a accadra'. Ma so dove posso trovare aiuto, mi e' stato gia' offerto, ma ho rifiutato. Arrivo' in terrazza e un attimo dopo era seduto nella penombra della sua aeromobile e componeva un numero di telefono. "Qui e' l'Associazione Rosen ", disse la centralinista. "Rachael Rosen", disse Rick. "Scusi, signore?" Rick s'irrito', ma si trattenne. "Mi passi Rachael Rosen" "La signorina Rosen si aspetta la sua..." "Sono sicuro di si'", disse Rick e si mise in attesa. Dieci minuti piu' tardi il visino scuro di Rachael Rosen comparve sul video. "Salve, signor 90 Deckard". E' impegnata in questo momento o possiamo fare due chiacchiere?" chiese. "Come ha detto lei stamattina". Non sembrava la mattina dello stesso giorno; una generazione era nata ed era morta da quando le aveva parlato l'ultima volta. E tutto il suo peso, tutta la sua stanchezza, si' era accumulata nel corpo di Rick; ne sentiva tutto il fardello fisico. Forse penso', e' tutta colpa di quel sasso. Con il fazzoletto si tampono' l'orecchio che ancora sanguinava. "Ha un taglio sull'orecchio", osservo' Rachael. "Che peccato!" "Pensava davvero che non l'avrei richiamata? Me l'ha detto lei di farlo". "Io le ho detto che senza di me uno dei Nexus-6 l'avrebbe beccata prima che lo beccasse lei". "Be', si sbagliava". "Pero' lei ha chiamato. Comunque. Vuole che venga giu' a San Francisco?" "Stasera stessa". "Oh, ma e' troppo tardi. Verro' domani; ci vuole un'ora di viaggio, sa?" "Mi hanno dato ordine di prenderli entro stasera". Fece a pausa, poi continuo'. "Degli otto iniziali ne sono rimasti "Dalla sua voce pare proprio che abbia avuto una giornata terribile". "Se non viene giu' stasera stessa, daro' loro la caccia da solo e non ce la faro' a ritirarli tutti. Ho appena comprato una capra", aggiunse. "Con i soldi delle taglie dei tre che sono riuscito a beccare". "Voi umani siete strani", disse Rachael ridendo. "Le capre puzzano terribilmente". "Solo i maschi. L'ho letto nel libretto d'istruzioni che mi tonno dato". "Lei e' molto stanco", disse Rachael. "Ha un aspetto storia dito. E' sicuro di' sapere quel che sta facendo? Voglio dire, cercare di beccare altri tre Nexus-6 nella stessa giornata non e' uno scherzo. Nessuno ha mai ritirato sei androidi in un giorno solo". "Franklin Power c'e' riuscito. Un anno fa, a Chicago. Ne ha ritirati sette". "Si', ma erano del vecchio tipo McMillan Y-4", rispose pronta Rachael. "Questo e' un altro paio di maniche". Riflette' un attimo. "Rick, non posso proprio. Non ho neanche ancora cenato". "Ho bisogno di lei", disse Rick. Altrimenti ci rimango, disse a se stesso, lo so; anche Mercer lo sapeva; e mi sa che lo sai pure tu. E io sono qui che perdo tempo a chiederti aiuto, riflette'. Non si puo' chiedere aiuto a un androide; non c'e' niente a cui fare appello. "Mi spiace, Rick, ma stasera proprio non ce la faccio. Dobbiamo farlo domani". "La vendetta degli androidi", disse Rick. "Cosa?" "Per via che l'ho incastrata con la scala di Voigt-Kampff". "Ma ne e' davvero convinto?" disse lei, spalancando gli occhi. "Sul serio?" "Addio", taglio' corto Rick e fece per riattaccare. "Stia a sentire", si affretto' a dire Rachael. "Non sta ragionando con la sua testa". "Le pare cosi' perche' voi Nexus-6 siete piu' in gamba degli umani". "No. Non riesco davvero a capirla", sospiro' Rachael. "Lo vedo benissimo che non le va di fare questo lavoro stasera -forse non le va di farlo per niente. E' sicuro di volere che io le renda possibile ritirare i tre androidi rimasti? O non vuole piuttosto che io la convinca a non provarci neanche?" "Venga giu' e prenderemo in affitto una stanza d'albergo". "Perche'?" "Per via di una cosa che ho sentito dire oggi", disse con voce roca. "Riguarda situazioni in cui sono coinvolti uomini umani e androidi donna. Vieni giu' a San Francisco stasera e rinuncero' ai tre droidi rimasti. Faremo un'altra cosa, invece". 91 Lei lo squadro', poi all'improvviso disse: "E va bene, verro' giu'. Dove ci incontriamo?" "Al St. Francis. E' l'unico albergo quasi decente che ancora funziona in tutta la Bay Area ". "E non provera' a far niente fino a quando non arrivo io?" "Me ne staro' seduto nella stanza d'albergo a guardare Buster Friendly in TV. La sua ospite per gli ultimi tre giorni e' stata Amanda Werner. Mi piace un sacco; potrei stare a guardarla per tutto il resto della mia vita. Ha due seni che sorridono". Riattacco' e rimase li' seduto per un po', con la testa svuotata. Alla fine il freddo che faceva in macchina lo riscosse; giro' la chiave d'accensione e un momento dopo era diretto al centro di San Francisco. Verso il St. Francis Hotel. 92 CAPITOLO SEDICESIMO Rick Deckard era seduto nell'enorme e sontuosa stanza d'albergo e leggeva le veline con le informazioni sulla coppia di androidi, Roy e Irmgard Baty. Nel loro caso erano accluse anche un paio di istantanee scattate con il teleobiettivo, stampe tridimensionali sfocate, appena distinguibili. La donna, decise, sembra attraente. Roy Baty, invece, e' tutta un 'altra cosa. Una brutta cosa. Su Marte faceva il farmacista, lesse. O perlomeno, l'androide aveva usato quel lavoro come copertura. In realta' probabilmente non era stato che un manovale, un bracciante, che magari aspirava a qualcosa di meglio. Chissa' se gli androidi sognano, si chiese Rick. Pareva proprio di si'; ecco perche' ogni tanto ammazzano i loro datori di lavoro e se ne scappano quaggiu'. In cerca di una vita migliore, senza schiavitu'. Come Luba Luft: cantare il Don Giovanni o Le Nozze di Figaro invece di faticare in un campo sterile e pieno di sassi. Su un pianeta colonizzato che fondamentalmente non era abitabile. Roy Baty (diceva il bollettino) assume un atteggiamento sicuro e aggressivo di autorita' surrogata. Incline a riflessioni mi'sticheggianti, e' stato questo androide a proporre la fuga di gruppo, sostenendola ideologicamente con l'illusoria pretesa di una presunta sacralita' della cosidetta "vita" degli androidi. Inoltre il suddetto androide ha rubato e fatto esperimenti con diversi farmaci per la fusione mentale; quando e' stato scoperto ha sostenuto che sperava in quel modo di favorire tra gli androidi esperienze di gruppo analoghe a quella del Mercerianesimo, che, ha fatto notare, non e' accessibile agli androidi. Il resoconto era in un certo senso patetico. Un freddo e incolto androide che spera di provare un'esperienza da cui e' escluso proprio in base a un difetto di fabbricazione deliberatamente indotto. Ma Rick. non riusciva a preoccuparsi piu' di tanto per Roy Baty; negli appunti di Dave coglieva un senso di repulsione nei confronti di questo androide. Baty aveva tentato di strappare un'esperienza di fusione per se stesso; poi, quando questa era fallita, aveva progettato l'uccisione di vari esseri umani... e in seguito la fuga sulla Terra. E ora, sopratutto in questa giornata, uno alla volta gli otto androidi dell'inizio si erano ridotti a solo tre. E anche loro, i membri superstiti della banda, erano condannati, dato che, anche se gli fossero sfuggiti, qualcun altro li avrebbe prima o poi beccati. Il ciclo del tempo, penso'. Il ciclo della vita. Finire cosi', nell'ultimo crepuscolo. Prima del silenzio della morte. Gli sembrava di scorgere in tutto questo un micro-universo completo. La porta della stanza si spalanco' di colpo. "Che volo!" esclamo' ansante Rachael Rosen, facendo il suo ingresso avvolta in un lungo soprabito a squame di pesce sotto cui s'intravedeva una parure identica di calzoncini e reggiseno; oltre alla sua grossa borsa da postino ricamata, aveva in mano un sacchetto di carta. "Carina questa stanza!" Diede un'occhiata all'orologio che portava al polso. "Meno di un'ora; sono stata veloce. Tieni", disse, porgendogli il sacchetto. "Ho portato una bottiglia. Bourbon". "Il peggiore degli otto e' ancora vivo. Quello che li ha organizzati", disse Rick, mostrandole il bollettino con le notizie su Roy Baty; Rachael poso' il sacchetto e prese la velina. "L'hai localizzato?" gli chiese, dopo averlo letto. "Ho un indirizzo. Un condapp di periferia dove forse circolano e portano avanti la loro versione di vita un paio di speciali deteriorati, cervelli di formica o di gallina". Rachael allungo' la mano, "Vediamo gli altri". "Sono entrambe femmine". Le passo' i fogli, quello riguardante Irmgard Baty e quello su un altro androide che si faceva chiamare Pris Stratton. Dopo aver scorso con gli occhi l'ultimo foglio, Rachael si lascio' sfuggire un "Oh..." Quindi getto' i fogli in terra, ando' alla finestra e si mise a guardare il centro di San Francisco. "Credo che quest'ultima ti sorprendera'. O forse no; magari non te ne frega niente". 93 Era impallidita e la voce le tremava. Tutto d'un tratto era diventata stranamente nervosa. "Si puo' sapere cosa stai borbottando?" Raccolse le veline e le studio' un attimo, chiedendosi quale parte l'avesse sconvolta tanto. "Apriamo la bottiglia". Rachael porto' il sacchetto in bagno, prese due bicchieri, torno' nella stanza; sembrava ancora incerta e disorientata... qualcosa la preoccupava. Rick si rese conto che era fuggita in bagno e cercava di nascondere i suoi pensieri: i cambiamenti di umore le si leggevano chiaramente sulla faccia tesa e accigliata. "Ci riesci ad aprirla?" chiese. "Capisci, vale una fortuna, Non e' mica sintetico; e' di prima della guerra, autentico distillato di mais fermentato". Rick prese la bottiglia e l'apri', quindi verso' il bourbon nei due bicchieri. "Su, dimmi che hai". "Per telefono mi hai detto che se venivo giu' stasera stessa avresti rinunciato ai tre droidi rimasti. "Faremo un'altra cosa", hai detto. E invece, eccoci qui a..." "Dimmi cos'e' che t'ha sconvolto tanto", insistette Rick. Lei si volto' verso di lui con aria di sfida e disse: "Dimmi tu piuttosto che cosa hai intenzione di fare invece di continuare a darti tanto da fare a proposito di quei tre droidi Nexus-6". Si tolse il soprabito e lo appese nell'armadio. Rick ebbe cosi' l'occasione di guardarla per bene. Noto' di nuovo che c'era qualcosa di strano nelle proporzioni di Rachael: la testa sembrava piu' grande per via della gran massa di capelli scuri e, a causa dei minuscoli seni, il corpo assumeva un aspetto snello, quasi da bambina. Ma quegli occhioni dalle lunghe ciglia potevano solo essere occhi di donna; le forme adolescenziali si fermavano li'. Rachael poggiava appena sulla punta dei piedi e teneva le braccia leggermente piegate ai gomiti: la posizione, riflette, di un attento cacciatore di tipo Cro-Magnon, forse. Una razza di cacciatori longilinei, disse tra se' e se'. Niente muscoli superflui, ventre piatto, sedere piccolo e petto ancor piu' piccolo. Rachael era stata modellata su un tipo di struttura celtica, una struttura anacronistica ma attraente. Le lunghe gambe che spuntavano dai calzoncini avevano un aspetto neutro, non sensuale, non erano ben tornite in morbide curve da signorina. L'impressione complessiva, comunque, era buona anche se sembrava una ragazza, non certo una donna. Non fosse stato per quegli occhi furbi e mobilissimi. Rick assaggio' un sorso di bourbon; la potenza, l'autorita' insita nel sapore e nell'aroma del liquore, gli erano diventati quasi sconosciuti ed ebbe qualche difficolta' a mandarlo giu'. Rachael, invece, sembrava non aver problemi con il suo. Si sedette sul letto e si mise a lisciare le coperte con fare distratto; ora la sua espressione pareva immalinconita. Rick poso' il bicchiere sul comodino e le si accomodo' al fianco. Il letto cedette un po' sotto il suo peso e Rachael fu costretta a cambiare posizione. "Che hai?" le chiese di nuovo. Allungo' un braccio e le prese una mano: era fredda, ossuta, un tantino sudata. "Che cos'e' che t'ha sconvolto?" "Quell'accidenti dell'ultima Nexus-6", disse Rachael, con qualche sforzo, "e' dello stesso mio modello". Abbasso' lo sguardo sulla coperta, trovo' un filo lento e comincio' ad appallottolarlo tra le dita. "Non hai letto la sua descrizione? E' identica alla mia. Magari ha un altro taglio di capelli e indossa vestiti diversi - puo' anche darsi che si sia comprata una parrucca. Ma quando la vedrai, capirai subito che cosa intendo". Scoppio' in una risatina sardonica. "Meno male che l'Associazione ha ammesso che io sono una droide; altrimenti forse saresti uscito di testa appena messi gli occhi su Pris Stratton. O avresti pensato che fossi io". "E perche' questa cosa ti sconvolge tanto?" "Diamine, ci saro' anch'io quando la ritirerai!" "Forse no. Magari non la trovo". "Conosco bene la psicologia dei Nexus-6. Ecco perche' sono qui e posso esserti d'aiuto. 94 Se ne stanno rintanati tutti insieme, quegli ultimi tre. Tutt'intorno a quel pazzo che si fa chiamare Roy Baty. Sara' lui a dirigere la loro ultima, cruciale, disperata difesa". Le labbra le si contorsero in una smorfia. "Gesu'!" esclamo'. "Su con la vita!" le disse Rick, prendendole il piccolo mento aguzzo in una mano e alzandole la testa in modo che lo guardasse negli occhi. Chissa' che effetto fa baciare un androide, si chiese. Poi, chinandosi un po', la bacio' sulle labbra asciutte. Non ci fu alcuna reazione: Rachael rimase impassibile. Come se la cosa non la riguardasse. Eppure, Rick ebbe un'impressione diversa. Magari, pero', stava solo proiettando i suoi desideri. "Mi sarebbe piaciuto saperlo prima di partire", disse Rachael. "Cosi' non sarei venuta per niente. Mi sa che mi stai chiedendo un po' troppo. Lo sai che cosa provo verso questo androide Pris?" "Empatia?" chiese lui. "Qualcosa del genere. Un senso d'identificazione; ecco li' me stessa che se ne va. Dio mio! Puo' anche darsi che finisca cosi'. Nella confusione ritirerai me invece di lei. E magari lei se ne tornera' a Seattle a vivere la mia vita. Non mi sono mai sentita cosi'. Dopo tutto, noi siamo davvero macchine, fatte con lo stampo, come i tappi delle bottiglie. Il fatto che io esista veramente - io come persona - non e' altro che un'illusione; non sono altro che un esemplare di un modello di androide". Rabbrividi'. Rick non pote' fare a meno di essere un po' divertito; Rachael era diventata cosi' morbosamente tetra. "Le formiche non provano mica la stessa cosa", le disse, "eppure anche loro sono tutte identiche". "Le formiche non provano, punto e basta". "I gemelli umani identici. Loro mica..." "Pero' s'identificano l'uno nell'altro; mi risulta che abbiano un legame speciale di empatia ". Si alzo' e si diresse verso la bottiglia di bourbon, barcollando leggermente; si riempi' di nuovo il bicchiere e lo butto' giu' tutto d'un fiato. Per un po' gironzolo' per la stanza, la fronte cupamente accigliata, poi, come se capitasse vicino a lui per caso, si sedette di nuovo sul letto. Quindi tiro' sulle gambe e si sdraio', appoggiandosi ai grossi cuscini. Sospiro'. "Dimentica quei tre droidi". La voce le si era riempita di stanchezza. "Mi sento esausta, immagino sia per via del viaggio. E per tutte le cose che ho appreso oggi. Ho solo un gran voglia di dormire". Chiuse gli occhi. "Se muoio", mormoro', "forse, chissa', rinascero' appena l'Associazione Rosen ristampera' la prossima unita' del mio sottotipo". Riapri' gli occhi e gli rivolse un'occhiata inferocita. "Ma lo sai perche' sono venuta qui in realta'? Perche' Eldon e gli altri Rosen - quelli umani, intendo - hanno voluto che ti accompagnassi?" "Per osservare", rispose lui. "Per riferire esattamente che cosa fanno i Nexus-6 per tradirsi con il test di Voigt-Kampff". "Non solo con il test. Qualsiasi cosa che gli dia una qualita' di diversita'. E quando faro' il mio rapporto, l'Associazione apportera' qualche lieve modifica ai parametri dei suoi bagni di zigote DNS. E cosi' avremo i Nexus-7. E quando anche quelli saranno identificati, apporteremo altre modifiche e alla fine l'Associazione avra' un tipo di androidi che non possono essere identificati". "Conosci il test dell'arco di riflesso Bonelli?" le chiese. "Anche noi stiamo lavorando sui gangli spinali. Un bel giorno il test di Bonelli scomparira' nel bianco sudario dell'oblio spirituale del passato". In contrasto con le sue parole, le labbra accennarono un sorriso innocente. A questo punto Rick non riusciva piu' a capire fino a che punto parlava sul serio. Era un argomento che avrebbe fatto tremare il mondo, eppure lei lo trattava come una facezia. Forse e' una caratteristica tipica degli androidi, penso'. Non ha alcuna consapevolezza emotiva, nessuna percezione sensibile del vero significato di quello che sta dicendo. Solo la vuota definizione formale e intellettuale dei singoli termini. Quel che era piu' importante era che Rachael aveva cominciato a prenderlo in giro. Im95 percettibilmente era passata dalle lamentele sulla propria condizione a una velata sfida nei suoi confronti. "Accidenti a te", le disse. Rachael scoppio' a ridere. "Sono ubriaca. Non posso venire con te. Se tu te ne vai..." Fece un gesto di congedo. "Io rimarro' qui a dormire e magari dopo puoi venire a raccontarmi cos'e' successo". "Solo che non ci sara' un dopo perche' Roy Baty m'inchiodera'". "Ma io non ti posso aiutare comunque perche' sono ubriaca. E poi, tu ormai la sai la verita', conosci bene la superficie scabra e scivolosa della verita', dura come un mattone. Io non sono altro che un'osservatrice e non interverro' per salvarti la pelle; non me ne frega niente se Roy Baty t'inchioda o meno. Mi frega solo che non sia inchiodata io". D'un tratto spalanco' gli occhi stupiti. "Oh Cristo, sto provando empatia verso me stessa! Allora, capisci, se andassi in quel condapp di periferia semidistrutto..." Allungo' una mano e si mise a giocherellare con un bottone della camicia di Rick; con lente e agili torsioni comincio' a sbottonarlo. "Non ho il coraggio di venire perche' gli androidi non hanno alcun senso di solidarieta' tra loro e so che quella stramaledetta Pris Stratton mi distruggera' e prendera' il mio posto. Hai capito? Togliti questa giacca". "Perche'?" "Cosi' possiamo andare a letto", disse Rachael. "Ho comprato una capra nubiana nera", spiego', "percio' sono costretto a ritirare gli altri tre droidi. Devo portare a termine il mio compito e tornare a casa da mia moglie". Si alzo', fece il giro del letto e ando' a prendere la bottiglia di bourbon. Rimase in piedi a versare con cura il secondo bicchiere; noto' che le mani gli tremavano solo un tantino. Probabilmente dalla fatica. Siamo tutti e due stanchi, si rese conto d'un tratto. Troppo stanchi per metterci a braccare tre droidi, per di piu' con quello peggiore di tutti e otto che controlla il campo. Si rese conto, d'un colpo, di aver sviluppato un aperto e incontrovertibile senso di paura verso il capo degli androidi. Dipendeva tutto da Baty - sin dall'inizio era dipeso tutto da lui. Fino a quel momento si era scontrato e aveva ritirato incarnazioni via via piu' minacciose di Baty. Ora era arrivato il momento di affrontarlo in persona. Mentre lo pensava, sentiva la paura montare; lo avvolse del tutto nei suoi lacci, ora che l'aveva lasciata affiorare nella sua coscienza. "Ormai non posso andare senza di te", disse a Rachael. "Non posso neanche muovermi di qui. Polokov mi ha attaccato; in pratica, anche Garland mi e' venuto a cercare". "Credi che Roy Baty si mettera' in cerca di te?" Poso' il bicchiere, si chino' in avanti, porto' le mani dietro la schiena e si slaccio' il reggiseno. Se lo sfilo' con agilita', poi si alzo', barcollando e ridacchiando perche' barcollava. "Nella mia borsa", farfuglio', "c'e' un apparecchio che la nostra autofabbrica di Marte produce per i casi di emergen..." Fece una smorfia. "Un aggeggio di sicurezza per le emergenze, finche' non fanno tutti i controlli di routine per i droidi appena sfornati. Tiralo fuori. Ha la forma di un'ostrica. Lo trovi subito". Rick comincio' a rovistare nella borsa della ragazza. Come una donna umana, Rachael aveva ogni concepibile tipo di cosa ammucchiata e nascosta nella borsa; gli parve di rovistare li' dentro un secolo. Intanto, Rachael si tolse le scarpe e tiro' giu' la lampo dei calzoncini; tenendosi in equilibrio su un piede, prese l'indumento che si era tolto con la punta dell'altro piede e lo lancio' dalla parte opposta della stanza. Poi si lascio' ricadere sul letto, vi si rotolo' per raggiungere a tentoni il bicchiere, ma per sbaglio lo fece rovesciare sulla moquette. "Accidenti!" impreco' e di nuovo si alzo' barcollante; con indosso solo le mutandine si mise a osservare Rick ancora alle prese con la borsa; quindi con deliberata cura tiro' giu' le coperte, entro' nel letto e se le tiro' su fino al collo. 96 "E' mica questo coso qui?" chiese lui mostrando una sfera metallica da cui spuntava una specie di pulsante. "Quel coso li' fa cadere un androide in catalessi", disse Rachael, chiudendo gli occhi. "Lo cancella per qualche secondo; sospende la respirazione; anche la tua, ma gli umani riescono a funzionare senza respirare - o sospirare? - per un paio di minuti, mentre invece il nervo vago di un androide..." "Lo so". Rick si raddrizzo'. "Il sistema nervoso autonomo di un androide non e' altrettanto flessibile del nostro ad andare in automatico. Ma, come hai detto tu stessa, questo non funziona per piu' di cinque o sei secondi". "E' abbastanza", mormoro' Rachael, "per salvarti la vita. Allora, hai capito..." Si riscosse e si tiro' su a sedere sul letto. "Se Roy Baty arriva qui puoi tenere quel coso in mano e puoi premere quel pulsante. E mentre Roy Baty se ne sta li' raggelato senza aria nei polmoni e nel sangue, e le sue cellule cerebrali vanno in malora una dopo l'altra, lo puoi ammazzare con la tua torcia laser". "Anche tu hai una torcia laser nella borsa", disse lui. "E' finta. Agli androidi..." sbadiglio', chiudendo di nuovo gli occhi, "...non e' permesso andare in giro armati". Lui si avvicino' al letto. A forza di agitarsi Rachael riusci' a rigirarsi sulla pancia, seppellendo il viso nel bianco lenzuolo di sotto. "Questo e' un nobile esemplare di letto pulito e vergine", affermo'. "Solo ragazze nobili e pulite che..." S'interruppe, pensosa. "Gli androidi non possono avere figli ", disse infine. "Ci perdiamo qualche cosa?" Lui fini' di spogliarla, mettendo a nudo i suoi lombi pallidi e freddi. "Ci perdiamo qualche cosa?" ripete'. "Non lo so; non ho termini di confronto. Che si sente ad avere un figlio? Anzi che si sente a essere nati? Noi non nasciamo mica; non cresciamo; invece di morire di malattia o di vecchiaia, ci consumiamo come formiche. Sempre le formiche: ecco che cosa siamo. Cioe', non te. Voglio dire, io: macchine chitinose dotate di riflessi che non sono veramente vive". Giro' la testa d'un lato e grido': "Io non sono viva! Non stai per andare a letto con una donna. Cerca di non rimanerci male, va bene? Hai mai fatto l'amore con un androide prima d'ora?" "No", rispose lui, togliendosi la cravatta e la camicia. "Mi risulta - a quanto mi hanno detto - che e' abbastanza convincente, se non ci stai su a pensare troppo. Se invece ci pensi troppo, se ti metti a riflettere su quello che fai... be', non puoi andare avanti. Per, ehm..., ragioni puramente fisiologiche". Chinandosi, Rick le bacio' una spalla. "Grazie, Rick", disse lei con voce fioca "Ricordati, pero': non ci pensare su, fallo e basta. Non ti fermare a filosofeggiare, perche' dal punto di vista filosofico e' un macello: per tutti e due". "Dopo, ho ancora intenzione di dare la caccia a Roy Baty. Avro' ancora bisogno che ci sia anche tu. So benissimo che quella torcia laser che hai nella borsa e'..." "Credi davvero che ritirero' uno di quei droidi al posto tuo?" "Credo che nonostante tutto quello che hai detto, mi aiuterai il piu' possibile. Altrimenti non te ne staresti li' stesa sul letto". "Ti amo", disse Rachael. "Se entrassi in una stanza e trovassi un divano rivestito con la tua pelle, registrerei un punteggio altissimo al test Voigt-Kampff". Stanotte stessa, penso' Rick mentre spegneva la luce sul comodino, ritirero' un androide Nexus-6 che somiglia tutto a questa ragazza nuda; sono finito esattamente dove Phil Resch aveva previsto. Prima vacci a letto, ricordo'. E poi ammazzala. "Non ci riesco", disse ad alta voce e si allontano' dal letto. "Vorrei tanto che ci riuscissi", sospiro' Rachael. La voce le tremava. 97 "Non e' per te. E' per via di Pris Stratton; quello che devo fare a lei". "Non siamo mica la stessa cosa. A me non me ne frega niente di Pris Stratton. Sta a sentire". Rachael si agito' nel letto e si tiro' su a sedere; nella penombra Rick riusciva a intravvedere la sua sagoma snella, quasi senza seno. "Vieni a letto con me e Pris Stratton te la ritiro io. D'accordo? Perche' non ce la faccio ad arrivare fino a questo punto e poi..." "Grazie", disse lui; un senso di gratitudine - senza dubbio per effetto del bourbon - gli sali' dal profondo e lo prese alla gola. Solo due, penso'. Adesso ne devo ritirare solo due; solo i due Baty. Ma davvero Rachael avrebbe fatto questo per lui? Evidentemente si'. Gli androidi la pensavano e funzionavano cosi'. Eppure non gli era mai capitata una cosa del genere. "Accidenti, vieni a letto", disse Rachael. Lui ubbidi'. 98 CAPITOLO DICIASSETTESIMO Dopo si concessero un grande lusso: Rick si fece portare il caffe' in camera. Resto' a lungo seduto tra i braccioli di una poltrona verde, nera e oro, sorseggiando il caffe' e riflettendo sulle prossime ore. Intanto, Rachael, in bagno lanciava gridolini, canticchiava e schizzava dappertutto sotto una bella doccia calda. "Hai concluso un buon affare quando hai fatto quel patto", grido' lei dal bagno, appena chiuse il rubinetto; ancora gocciolante, i capelli tirati su da un elastico, apparve nuda e rosea alla porta del bagno: "Noi androidi non riusciamo a controllare le nostre passioni fisiche e sensuali. Probabilmente lo sapevi gia'; secondo me, ti sei approfittato di me". Pero' non sembrava veramente arrabbiata. Anzi, era allegra e certamente umana quanto qualsiasi ragazza che Rick avesse conosciuto. "Devi proprio andare a caccia di quei droidi stanotte? " "Si'", rispose lui. Io ne devo ritirare due e tu uno, penso'. Come aveva detto Rachael stessa, il patto era ormai fatto. Avvolgendosi in un gigantesco asciugamano bianco, Rachael gli chiese: "Ti e' piaciuto?" "Si'". "Andrai di nuovo a letto con un androide?" "Se e' una ragazza, si'. Se ti somiglia". "Lo sai quanto vive in media un robot umanoide come me? Io sono in vita da due anni. Quanto pensi che mi rimanga?" Dopo aver esitato un momento, lui rispose: "Altri due anni circa". "E' un problema che non sono mai riusciti a risolvere. Voglio dire, il ricambio delle cellule. Un ricambio perpetuo, o almeno semiperpetuo. Be', cosi' e' la vita". Comincio' ad asciugarsi con energia. Il suo volto aveva perso qualsiasi espressione. "Mi dispiace", disse Rick. "Diavolo! Dispiace a me aver tirato in ballo questo argomento. Ad ogni modo e' la cosa che impedisce agli umani di scappare e andare a viver con un androide". "E questo vale anche per voi Nexus-6?" "Si'. E una questione di metabolismo. Non dipende dal cervello". Usci' di corsa dal bagno, raccolse al volo le mutandine e comincio' a vestirsi. Si rivesti' anche lui. Poi, insieme, parlando poco, si diressero sulla terrazza, dove la sua aereomobile era stata parcheggiata da un simpatico addetto umano dall'uniforme bianca. Mentre si dirigevano verso la periferia di San Francisco, Rachael disse: "E' una bella nottata". "La mia capra ormai dorme", osservo' lui. "O magari, chissa', le capre hanno abitudini notturne. Certi animali non dormono mai. Le pecore, per esempio; o almeno non me ne sono mai accorto. Ogni volta che le guardi, ricambiano il tuo sguardo: e si aspettano che gli dai da mangiare". "Che tipo e' tua moglie?" Lui non rispose. "Ma tu..." "Se tu non fossi un androide", l'interruppe Rick, "se ti potessi sposare legalmente, lo farei ". "Oppure potremmo vivere nel peccato, solo che io non posso proprio vivere", disse Rachael. "Legalmente no. Ma in realta' sei viva. Biologicamente, voglio dire. Cioe', non sei mica fatta di circuiti a transistor come gli animali finti; sei un essere organico". E tra due anni, aggiunse tra se' e se', ti consumerai e morirai. Perche', come hai fatto notare tu stessa, non 99 siamo riusciti a risolvere il problema del ricambio delle cellule. Percio', immagino, non importa poi tanto. Questa e' la fine, si disse. Della mia carriera di cacciatore di taglie. Dopo i Baty non ce ne saranno piu'. Non dopo quello che e' successo stasera. "Hai una faccia molto triste", osservo' Rachael. Lui allungo' una mano e le carezzo' una guancia. "Non sarai piu' in grado di dare la caccia agli androidi", aggiunse lei con calma. "Percio' non essere triste, ti prego". Lui la fisso'. "Nessun cacciatore di taglie e' stato capace di continuare a fare questo mestiere", disse Rachael, "dopo esser stato con me. Tranne uno. Un uomo molto cinico. Phil Resch. E' un tipo matto; fa l'ala sinistra per conto suo". "Capisco", disse Rick. Si sentiva come paralizzato. Completamente. In tutto il corpo. "Comunque, questo viaggio non andra' del tutto sprecato, perche' ti faro' conoscere un uomo straordinario, molto spirituale". "Roy Baty", disse lui. "Li conosci tutti, eh?" "Li conoscevo tutti, quando esistevano ancora. Ora ne conosco solo tre. Abbiamo cercato di fermarti, stamattina. Ci ho provato di nuovo io, poco prima che Polokov venisse da te. Ma poi, dopo quello che e' successo, ho dovuto aspettare". "Che io cedessi e fossi costretto a chiamarti". "Luba Luft e io eravamo molto vicine, siamo state molto amiche per quasi due anni. Che te n'e' parso di lei? Ti piaceva?" "Si', mi piaceva". "Pero' l'hai ammazzata lo stesso". "E' stato Phil Resch ad ammazzarla". "Ah, cosi' Phil ti ha riaccompagnato al teatro dell'Opera. Non lo sapevamo; le nostre comunicazioni si sono interrotte proprio a quel punto. Sapevamo solo che era stata ammazzata; naturalmente abbiamo pensato che fossi stato tu". "Con gli appunti di Dave, credo di essere ancora in grado di trovare Roy Baty e di ritirarlo. Ma forse non Irmgard Baty". E certo non Pris Stratton, penso'. Perfino dopo questo; perfino ora che so questo. "E cosi' tutto quello che e' successo in albergo", riprese, "faceva parte di..." "L'Associazione", disse Rachael, "voleva raggiungere tutti i cacciatori di taglie, sia qui che in Unione Sovietica. Questa tattica sembrava funzionare... per ragioni che non abbiamo ben capito. Immagino sia un altro dei nostri limiti". "Ho i miei dubbi che funzioni tanto spesso e tanto bene quanto sostieni tu", disse lui con la voce impastata. "Be', con te ha funzionato". "Lo vedremo". "Lo so gia'", disse Rachael. "L'ho capito quando ho visto quell'espressione sul tuo volto, quella tristezza. E' quello che cerco". "Quante volte l'hai gia' fatto?" "Non ricordo. Sette, otto volte. No, mi sa che sono nove". La ragazza - o meglio, la cosa - annui'. "Si'. Nove volte". "E' un'idea un po' vecchiotta", osservo' Rick. Sorpresa, Rachael balbetto': "C-cosa?" Spingendo il volante dell'aereomobile, Rick comincio' a planare verso terra. "O, perlomeno, questa e' l'impressione che ho io. Adesso ammazzo te e poi andro' a prendere Roy e Irmgard Baty e Pris Stratton da solo". "E' per questo che vuoi atterrare?" chiese lei, preoccupata. "Guarda che c'e' una multa: legalmente io appartengo all'Associazione. Non sono mica un androide evaso qui da Marte; non sono nella stessa categoria degli altri". 100 "Si', ma se ammazzo te, poi posso ammazzare anche gli altri". Le mani della ragazza si tuffarono nella borsa gonfia, stracolma di palta; per qualche istante vi rovisto' dentro frenetica, poi lascio' perdere. "Accidenti a questa borsa!" esclamo' con ferocia. "Non riesco mai a mettere le mani su quello che cerco. Proverai ad ammazzarmi in modo da non farmi male? Voglio dire, ci starai attento? Se non mi ribello; va bene? Ti prometto che non mi ribellero'. D'accordo?" "Adesso capisco perche' Phil Resch ha detto quello che ha detto. Il suo non era cinismo; era solo che ne sapeva fin troppo. Dopo aver passato un'esperienza come questa... lo capisco. E' una cosa che l'ha sconvolto dentro". "Si', ma nel modo sbagliato". Ora sembrava avere un aspetto piu' composto. Ma dentro era ancora fondamentalmente tesa e agitata. Comunque, il cupo fuoco stava affievolendosi; la forza vitale l'abbandonava rapidamente, come Rick aveva gia' visto succedere spesso anche ad altri androidi. La loro classica rassegnazione. Un'accettazione meccanica, a livello intellettuale, di una cosa a cui un vero organismo - con alle spalle due miliardi di anni di pressione a vivere e a evolversi - non si sarebbe mai rassegnato. "Non sopporto il modo in cui voi androidi vi arrendete subito", disse con rabbia. L'aereomobile stava ormai quasi per toccare terra; dovette sterzare bruscamente per evitare uno scontro. Poi, frenando, riusci' a fermare con qualche sussulto la macchina. Spense il motore e tiro' fuori la torcia laser. "Puntamela all'osso occipitale, alla base posteriore del cranio", disse Rachael con voce implorante. "Te ne prego". Si volto' in modo da non guardare la torcia laser; il raggio l'avrebbe attraversata senza che lei se ne accorgesse. Rick mise via la torcia e disse: "Non posso fare come ha detto di fare Phil Resch". Riaccese di colpo il motore e un attimo dopo erano di nuovo in volo. "Se mai lo farai", disse Rachael, "fallo subito. Non mi fare aspettare". "Non ho intenzione di ammazzarti". Viro' con l'aereomobile e si diresse di nuovo verso il centro di San Francisco. "Hai lasciato la macchina in albergo, vero? Ti scarico li' e te ne puoi tornare a Seattle". Aveva detto tutto quel che aveva da dire; continuo' a guidare in silenzio. "Grazie per non avermi ucciso", disse Rachael dopo un po'. "Diavolo! Come dici tu, in fondo non hai che un altro paio di anni da vivere. E io invece ne ho altri cinquanta. Vivro' venticinque volte piu' di te". "Pero' mi disprezzi molto, vero?", disse Rachael. "Per quello che ho fatto". Una certa sicurezza era tornata nella sua voce; il tono cantilenante diventava sempre piu' vivace. "Hai finito per fare quello che hanno fatto gli altri, i cacciatori di taglie prima di te. Ogni volta vanno su tutte le furie e si mettono a gridare che vogliono ammazzarmi, ma quando arriva il momento non ci riescono. Proprio come te, poco fa". Si accese una sigaretta e ne inalo' il fumo con gran gusto. "Ti rendi conto di cosa vuoi dire questo, vero? Vuoi dire che avevo ragione io; non sarai piu' in grado di ritirare altri androidi; non si tratta solo di me, ma sara' lo stesso per i due Baty e per la Stratton. Percio', tornatene pure a casa dalla tua capra. E cerca di riposarti un po'". D'un tratto si mise a spazzolare con forza il soprabito con la mano. "Accidenti! Mi e' caduta un po' di brace dalla sigaretta - ecco fatto". Si appoggio' allo schienale del sedile e si rilasso'. Rick non disse niente. "La capra", riprese a dire Rachael. "Vuoi piu' bene alla capra che a me. Anche piu' di quanto vuoi bene a tua moglie, magari. Prima viene la capra, poi tua moglie e buon'ultima... " Scoppio' in un'allegra risata. "Che altro si puo' fare, se non ridere?" Lui non reagi'. Continuarono a volare in silenzio per un po', quindi Rachael comincio' ad armeggiare sul cruscotto, trovo' la radio e l'accese. "Spegnila subito", le ordino' Rick. 101 "Ma come, spegnere Buster Friendly e i suoi Simpatici Amichetti? Spegnere Amanda Werner e Oscar Scruggs? E' ora di mettersi all'ascolto della sensazionale rivelazione di Buster, il momento tanto atteso e' quasi arrivato". Si chino' per leggere il quadrante dell'orologio alla luce della radio. "Manca pochissimo, ormai. Lo sapevi, no? Sono giorni che ne parla, che prepara questo momento..." La voce alla radio stava dicendo: "...voglio solo dirvi, gente, che sono qui spaparanzato vicino al mio grande amico Buster e ci stiamo divertendo un mondo a chiacchierare, mentre aspettiamo che ogni scatto della lancetta ci porti piu' vicini a quello che credo sia senz'altro l'annuncio piu' importante che mai..." Rick la spense bruscamente. "Oscar Scruggs", disse. "La voce dell'uomo intelligente". Rachael allungo' subito la mano e riaccese la radio. "Voglio sentirla. Devo sentirla. E' una cosa molto importante quella che Buster Friendly deve annunciare stasera". La voce dell'idiota ricomincio' a blaterare dall'altoparlante e Rachael Rosen si riappoggio' allo schienale e si rimise comoda. Non lontano da lui, la brace della sigaretta brillava nella penombra come l'addome di una lucciola compiacente: un segnale costante e inequivocabile del successo di Rachael Rosen. La sua vittoria su di lui. 102 CAPITOLO DICIOTTESIMO "Porta qui tutta la mia roba", ordino' Pris a J.R. Isidore. "In particolare mi serve subito il televisore. Cosi' possiamo sentire l'annuncio di Buster". "Si'", concordo' Irmgard Baty, sfrecciarne e con gli occhi lucidi come un balestruccio. "La televisione ci serve; e' tanto che aspettiamo questa serata e ora sta per cominciare". "Il mio televisore prende solo il canale del governo", disse Isidore. In un angolo del salotto, sprofondato in una poltrona come se avesse intenzione di restarci per sempre, come se avesse preso residenza li', Roy Baty emise un rutto e poi, in tono paziente, spiego': "Quel che vogliamo vedere noi e' Buster Friendly e i suoi Simpatici Amichetti, Iz. O preferisci che ti chiami J.R.? Ad ogni modo, hai capita? Allora, lo vai a prendere o no questo apparecchio?" Isidore percorse da solo il corridoio vuoto e rimbombante che portava alle scale. La possente fragranza della felicita' sbocciava ancora in lui, la sensazione di essere - per la prima volta nella sua opaca vita - utile a qualcosa. Qualcun altro dipende da me ora, esulto' mentre scendeva i gradini polverosi che portavano al piano di sotto. E poi, penso', sara' carino rivedere Buster Friendly in TV, invece di sentirlo solo per radio nel furgoncino del negozio. Eh gia', si rese conto: Buster Friendly presentera' la sua sensazionale rivelazione con tutte le prove attentamente raccolte. E cosi', grazie a Pris, Roy e Irmgard riusciro' a vedere quello che probabilmente sara' l'annuncio piu' importante che la televisione dara' per anni e anni. Pensa un po', disse tra se' e se'. Per J.R. Isidore, la vita aveva decisamente preso un'impennata. Entro' nel vecchio appartamento di Pris, stacco' il televisore e smonto' l'antenna. Tutto d'un tratto si rese conto del silenzio che lo circondava; si senti' come svanire le braccia. Senza i Baty e Pris, aveva l'impressione come di scomparire, diventare stranamente come il televisore inerte che aveva appena staccato. Bisogna stare con gli altri, penso', per vivere. Voglio dire, prima che arrivassero loro, riuscivo a sopportarlo, di starmene tutto solo in questo palazzo. Adesso, pero', e' diverso. Non si puo' tornare indietro, penso'. Non si puo' andare dalla compagnia alla non-compagnia. In preda al panico, penso': sono io a dipendere da loro. Grazie a dio si sono fermati qui. Ci sarebbero voluti due viaggi per trasferire le cose di Pris all'appartamento di sopra. Sollevo' il televisore e decise che avrebbe portato prima quello, poi le valigie e gli altri vestiti. In pochi minuti riusci' a trasferire il televisore di sopra; con le dita che gli dolevano per lo sforzo, lo sistemo' su un tavolinetto in salotto. I Baty e Pris osservarono l'operazione senza scomporsi. "In questo palazzo il segnale si riceve forte e chiaro", disse, ansando per lo sforzo, mentre ricollegava il televisore alla presa e risistemava l'antenna. "Quando ero ancora in grado di ricevere Buster Friendly e i suoi..." "Accendi quel televisore", taglio' corto Roy Baty, "e smettila di blaterare". Obbedi', poi si avvio' di corsa alla porta. "Devo fare un altro viaggio", annuncio', "e poi ho finito". Indugio', per scaldarsi un po' al focolare della loro presenza. "Bene", disse Pris, distante. Isidore si rimise ancora una volta in cammino. Mi sa, riflette, che mi stanno un po' sfruttando. Ma non gliene importava niente. Sono sempre buoni amici da avere, si disse. Una volta di sotto, mise insieme tutti i vestiti della ragazza, li ficco' alla rinfusa nella valigia, poi la trascino' a fatica lungo il corridoio e su per le scale. Su un gradino davanti a lui qualcosa di minuscolo si mosse nella polvere. 103 Immediatamente, Isidore lascio' cadere la valigia e tiro' fuori un flacone di medicinali vuoto che, come tutti del resto, si portava sempre dietro proprio per un'eventualita' del genere. C'era un ragno, un ragno qualsiasi, ma vivo. Con mani tremanti riusci' a farlo entrare nel flacone di plastica su cui mise subito il tappo - in cui aveva praticato dei forellini con un ago. Una volta di sopra, sulla soglia del proprio appartamento, si fermo' un attimo per riprender fiato. "... sissignore, amici; il grande momento e' arrivato! E Buster Friendly che vi parla e spero tanto che siate ansiosi di apprendere la scoperta che ho fatto quanto lo sono io di riferirvela. E' una scoperta che e' stata verificata e documentata da una squadra superspecializzata di investigatori che hanno fatto gli straordinari la settimana scorsa. Oh-oh, gente: ci siamo!" John Isidore annuncio': "Ho trovato un ragno!" I tre androidi alzarono lo sguardo, distraendo un attimo la loro attenzione dallo schermo televisivo e rivolgendola a lui. "Faccelo vedere", disse Pris, porgendogli una mano. "Quando parla Buster, devi star zitto", lo rimprovero' Roy Baty. "Non ho mai visto un ragno", disse Pris. Strinse il flacone trasparente tra i palmi delle mani, esaminando la creatura al suo interno. "Guarda quante zampe! Perche' ha bisogno di tutte quelle zampe, J.R.?" "E' il modo in cui sono fatti i ragni", spiego' J.R., il cuore che gli batteva come impazzito: non riusciva a respirare bene. "Otto zampe". Pris si alzo' e disse: "Sai cosa penso, J.R.? Secondo me non ha mica bisogno di tutte quelle zampe". "Otto?" esclamo' Irmagard Baty. "Perche' non se ne fa bastare quattro? Tagliagliene quattro e vediamo come se la cava". In preda a un impulso improvviso, apri' la borsetta e tiro' fuori un paio di lucenti forbicine da unghie che passo' subito a Pris. J.R. Isidore fu assalito da uno strano terrore . Pris porto' il flacone in cucina e si sedette al tavolo dove J.R. di solito faceva colazione. Tolse il tappo e fece scivolare il ragno sul piano del tavolo. "Probabilmente non sara' in grado di correre alla stessa velocita'", disse, "ma tanto qui intorno non c'e' comunque niente da prendere. Tanto, poi muore lo stesso". Impugno' bene le forbicine. "Per favore", esclamo' Isidore. Pris gli rivolse un'occhiata interrogativa. "Vale qualcosa?" "Non lo mutilare", mormoro' lo speciale in tono implorante e con un filo di voce. Le forbici di Pris scattarono e troncarono di netto una delle zampette del ragno. In salotto, dallo schermo televisivo, Buster Friendly stava dicendo: "Esaminate attentamente questo ingrandimento di una sezione dello sfondo. Questo e' il cielo che di solito vedete. Un momento, chiamero' Earl Parameter, il capo della mia squadra di investigatori, che vi spieghera' questa scoperta che in pratica fara' tremare il mondo". Pris stacco' un'altra zampa del ragno, impedendogli di fuggire con il bordo della mano. Sorrideva soddisfatta. "Gli ingrandimenti dell'immagine", una nuova voce dalla TV stava spiegando, "sottoposti a una rigorosa analisi in laboratorio, rivelano che lo sfondo grigio del cielo e la luna diurna alle spalle di Mercer non solo non sono Terrestri... ma sono addirittura artificiali!" "Te la stai perdendo!" grido' ansiosa Irmgard a Pris; poi corse alla porta della cucina e vide quel Pris stava facendo. "Oh, quello lo puoi fare anche dopo", le disse in tono invitante. "E' cosi' importante quello che stanno dicendo; prova che tutto quello che pensavamo..." "Zitta un po' !" l'interruppe il marito. 104 "...e' vero!" concluse Irmgard. La televisione prosegui': "La "luna" e' in realta' dipinta; negli ingrandimenti, uno dei quali potete ora osservare sullo schermo, si vedono addirittura le pennellate. E ci sono anche prove che i ciuffi d'erba sparuta e il terreno arido e tetro - forse perfino le pietre che vengono lanciate contro Mercer da presunti e invisibili avversari - sono anch'essi tutti finti. E' possibile infatti che le "pietre" siano fatte di materiale plastico soffice e, pertanto, non possano causare vere e proprie ferite". "In altre parole", intervenne Buster Friendly, "Wilbur Mercer non soffrirebbe affatto". Il capo investigatore rispose: "Alla fine, signor Friendly, siamo riusciti anche a rintracciare un ex esperto di effetti speciali di Hollywood, un certo Wade Cortot, che ha dichiarato, senza esitare, che, sulla base della sua lunga esperienza cinematografica, la figura di "Mercer" puo' essere semplicemente una comparsa che avanza su uno sfondo riprodotto in studio. Cortot e' arrivato perfino a dichiarare che riconosce lo sfondo come quello usato da un regista di second'ordine, ormai fallito da un pezzo, con cui Cortot ha avuto a che fare diversi decenni fa". "E cosi', secondo questo Cortot", concluse Buster Friendly, "in pratica non ci possono essere piu' dubbi". Pris ormai aveva tagliato tre zampe al ragno, che si trascinava a fatica sul piano del tavolo in cerca di una via di scampo, una strada verso la liberta'. Ma senza trovarla. "Con tutta franchezza, abbiamo creduto a Cortot", continuo' il capo investigatore, con il suo tono asciutto e pedante, "e abbiamo passato parecchio tempo a esaminare migliaia di fotografie pubblicitarie di comparse impiegate dall'ormai estinta industria cinematografica hollywoodiana". "E avete scoperto..." "Sentite questa", disse Roy Baty. Irmgard fissava affascinata lo schermo e Pris interruppe la sistematica mutilazione del ragno. "Dopo migliaia e migliaia di foto, abbiamo individuato un certo Al Jarry, ormai vecchissimo, che ha lavorato a lungo come comparsa nei film di prima della guerra. Cosi' dal nostro laboratorio abbiamo inviato una squadra a casa di Jarry, a East Harmony, Indiana. Lascero' a uno dei membri della squadra il compito di descrivervi quello che hanno scoperto". Ci fu una pausa di silenzio, poi una voce, altrettanto piatta, comincio' a dire: "La casa situata in Lark Avenue, a East Harmony, e' sciatta e malridotta e si trova nella periferia del paese in una zona dove non abita piu' nessuno, tranne Al Jarry. Dopo esser stati cordialmente invitati a entrare e fatti accomodare in un soggiorno fetido, ammuffito e pieno di palta assortita, ho esaminato con mezzi telepatici la nebbiosa e sfocata mente di Al Jarry che sedeva di fronte a me con la testa piena di macerie". "State a sentire", disse Roy Baty, seduto all'estremita' della sedia, come fosse pronto a fare un balzo. "Ho cosi' scoperto", continuo' il tecnico, "che in effetti il vecchietto ha girato una serie di cortometraggi video, della durata di quindici minuti, per un produttore che lui non ha mai incontrato. E che, come avevamo previsto, le "pietre" erano fatte di gommapiuma. Il "sangue" versato era in realta' salsa di pomodoro e" - a questo punto il tecnico si lascio' sfuggire una risatina - "l'unica sofferenza subita dal signor Jarry e' stata quella di aver passato un'intera giornata senza assaggiare neanche un goccio di whisky". "Al Jarry", riprese Buster Friendly, il cui volto era intanto ricomparso sullo schermo. "Bene, bene. Un vecchietto che anche da giovane non ha mai combinato niente di importante, niente che ne' lui stesso ne' noi possiamo ammirare. Al Jarry ha girato un filmetto noioso e ripetitivo, anzi tutta una serie di tali filmetti, per conto di chi non lo ha mai saputo e ancora non lo sa. E' stato spesso affermato da parte degli aderenti all'esperienza del Mercerianesimo che Wilbur Mercer non e' un essere umano, che e' addirittura un'entita' su105 periore e archetipica proveniente forse da un altro pianeta. Be', in un certo senso questa affermazione si e' rivelata corretta. Wilbur Mercer non e' un essere umano, anzi addirittura non esiste neanche. Il mondo in cui arranca e' in realta' un banale, sciatto sfondo di uno studio cinematografico, un vecchio residuato di Hollywood, ormai da anni finito in palta. E allora chi ha organizzato questa truffa ai danni dell'intero sistema solare? Pensateci un attimo, amici". "Potremmo non riuscire mai a scoprirlo", mormoro' Irmgard. Buster Friendly riprese: "Potremmo non riuscire mai a scoprirlo. Ne' possiamo sondare quale bizzarro motivo si nasconde dietro questa truffa. Si', amici, ho detto proprio truffa: Il Mercerianesimo e' una truffa!" "Secondo me lo sappiamo benissimo", disse Roy Baty. "E' evidente: il Mercerianesimo e' stato inventato..." "Ma riflettete un attimo, amici", continuo' Buster Friendly. "Chiedetevi un po' che cos'e' che fa il Mercerianesimo. Be', se si stanno a sentire i suoi numerosi praticanti, l'esperienza fonde..." "E' quell'empatia che hanno gli umani", disse Irmgard. "...uomini e donne in tutto il sistema solare in una singola entita'. Pero' e' un'entita' che puo' essere gestita dalla cosiddetta voce telepatica di "Mercer". Fate bene attenzione. Un aspirante Hitler ambizioso e politicamente preparato potrebbe..." "No, e' quella roba la', l'empatia", disse Irmgard con veemenza. Serro' i pugni e ando' in cucina da Isidore. "Non e' forse un modo di provare che gli umani possono fare una cosa che noi non possiamo? Perche', senza l'esperienza di Mercer, vi possiamo credere solo sulla parola che siete in grado di provare questa faccenda dell'empatia, questa cosa di gruppo, condivisa da voialtri. Come va il ragno?" Si chino' sopra la spalla di Pris. Con un colpo di forbicine Pris stacco' un'altra zampa al ragno. "Adesso siamo a quattro", annuncio'. Diede una spintarella al ragno. "Non vuole camminare, anche se ne sarebbe capace". Roy Baty apparve sulla soglia, respirando rumorosamente, un'aria di vittoria sul volto. "E' fatta! Buster l'ha detto chiaro e tondo e praticamente ogni essere umano del sistema l'ha sentito: "II Mercerianesimo e' una truffa!" L'intera esperienza empatica non e' altro che una truffa". Si avvicino' e guardo' incuriosito il ragno. "Non vuole neanche provare a camminare", l'informo' Irmgard. "Adesso lo faccio camminare io". Roy Baty tiro' fuori una scatola di fiammiferi e ne accese uno: lo accosto' al ragno, sempre piu' vicino, finche' la bestiola si trascino' a fatica lontano dalla fonte di calore.. "Visto? Avevo ragione", esclamo' Irmgard. "Ve l'avevo detto che sarebbe riuscito a camminare anche con quattro zampe sole". Scruto' incuriosita il volto di Isidore. "Be', che hai?" Gli tocco' un braccio, "Dai, che non hai perso niente; ti pagheremo noi il prezzo segnato su quel coso - come si chiama? - il catalogo Sidney. Non fare quella faccia. Non e' straordinario quello che hanno scoperto a proposito di Mercer? Hanno fatto un sacco di ricerche! Ehi, rispondi!" Ansiosa, cerco' di smuoverlo. "C'e' rimasto male", disse Pris, "perche' anche lui ha una scatola empatica. Nell'altra stanza. Ma davvero la usi, J.R.?" "Certo che la usa. La usano tutti - o almeno la usavano. Magari adesso cominceranno ad avere qualche dubbio". "Non credo che questo mettera' fine al culto di Mercer", disse Pris. "Pero', certo che in questo momento ci sono un sacco di esseri umani scontenti". Poi, rivolta a Isidore, aggiunse: "Sono mesi che l'aspettavamo; sapevamo che sarebbe arrivata, prima o poi, questa denuncia di Buster". Esito' un attimo, poi sbotto': "Ma si', perche' no? Buster e' uno di noi". 106 "E' un androide", spiego' Irmgard. "E nessuno se ne e' accorto. Voglio dire, nessuno degli umani". Con le forbicine Pris taglio' un'altra zampa al ragno. All'improvviso, John Isidore la spinse da parte e prese la creatura mutilata. La porto' al lavello e l'annego'. Anche la sua mente, le sue speranze annegarono dentro di lui. Con la stessa rapidita' del ragno. "C'e' rimasto proprio male", disse Irmgard, innervosita. "Su, non fare quella faccia, J.R.. E perche' non dici niente?" Poi rivolta a Pris e a suo marito disse: "Mi da un sacco fastidio il fatto che se ne stia li' impalato vicino al lavello e non dica niente; non ha detto una parola da quando abbiamo acceso la TV". "Non dipende dalla TV", disse Pris. "Dipende dal ragno. Non e' vero, Isidore? Gli passera' ", disse a Irmgard, che era andata nell'altra stanza a spegnere il televisore. Guardando Isidore con aria divertita, Roy Baty disse: "Ormai e' finita, Iz. Voglio dire, per il Mercerianesimo". Con un'unghia riusci' a recuperare il cadavere del ragno dallo scarico del lavello. "Chissa', magari questo era l'ultimo ragno. L'ultimo ragno vivo sulla terra". Fece una pausa come per riflettere. "In tal caso, ormai e' finita anche per i ragni". "Io... non mi sento bene", farfuglio' Isidore. Tiro' giu' una tazza dalla credenza; rimase per un po' - neanche lui si rese conto per quanto tempo - fermo con la tazza in mano. Poi disse a Roy Baty: "Davvero il cielo dietro a Mercer e' dipinto? Non e' autentico?" "Li hai visti, no, gli ingrandimenti in TV?" rispose Roy Baty. "Si vedevano le pennellate, no?" "Il Mercerianesimo non e' finito", disse Isidore. Quei tre androidi avevano qualcosa che non andava, qualcosa di terribile. Il ragno, penso'. Forse era davvero l'ultimo ragno della Terra, come diceva Roy Baty. E adesso il ragno non e 'e' piu'; Mercer non c'e' piu'. Vide la polvere e le macerie dell'appartamento che si espandevano a vista d'occhio - sentiva l'arrivo della palta, il disordine finale di tutte le forme, l'assenza che avrebbe finito con il trionfare. Cresceva attorno a lui mentre se ne stava li' fermo a carezzare la tazza di porcellana; gli sportelli della cucina scricchiolavano e si spaccavano e senti' il pavimento sotto i suoi piedi cominciare a cedere. Allungo' una mano e tocco' la parete. La superficie si ruppe al suo tocco; granelli grigi si staccarono e caddero via, frammenti d'intonaco che somigliavano alla polvere radioattiva che cadeva all'esterno. Si sedette al tavolo di cucina e le gambe della sedia si piegarono sotto di lui come tubi vuoti e consumati; si alzo' in fretta, poso' la tazza sul tavolo e cerco' di rimettere in sesto la sedia, di ripiegarla nella sua forma giusta. La sedia gli si smonto' in mano, le viti che fino allora avevano tenuto insieme le varie parti saltavano fuori o rimanevano appese a un filo. Sul tavolo vide la tazza di porcellana incrinarsi; una ragnatela di sottili crepe si dipano' sotto i suoi occhi come l'ombra di una pianta rampicante, poi una scheggia si stacco' dall'orlo della tazza, mettendo a nudo l'interno poroso, non smaltato. "Ma che sta facendo?" La voce di Irmgard Baty gli arrivo' da lontano. "Sta sfasciando tutto! Isidore, smetti subito di..." "Non sono io che lo faccio", disse. Si diresse barcollando verso il soggiorno, voleva stare da solo; rimase in piedi vicino al divano liso a fissare la parete macchiata di giallo e punteggiata dalle tracce lasciate da tutti gli insetti ormai morti che vi avevano strisciato sopra e di nuovo gli venne in mente la carcassa del ragno con le quattro zampe superstiti. Qui dentro e' tutto vecchio, riflette. Ha cominciato a decomporsi tanto tempo fa e non si fermera' piu'. La carcassa del ragno ha conquistato tutto. Nella cavita' creatasi per il cedimento del pavimento cominciarono a manifestarsi pezzi di animali, la testa di una cornacchia, mani mummificate che una volta potevano essere state parti di scimmie. Un asino era poco lontano. Non si muoveva, ma apparentemente era vivo; per lo meno non era in via di decomposizione. Isidore si avvicino' all'animale, sentendo crocchiare sotto i propri passi ossa che sembravano stecchi, fragili come erba secca. Ma 107 prima ancora di raggiungere l'asino - una delle sue creature preferite - una cornacchia di un azzurro brunito piombo' dall'alto e si poso' sul muso paziente dell'animale. No!, grido' lui, ma in un attimo la cornacchia aveva cavato gli occhi all'asino con il becco. Un'altra volta, penso', mi sta succedendo un'altra volta. Restero' quaggiu' a lungo, si rese conto d'un tratto. Come l'altra volta. Dura sempre tanto perche' qui non cambia mai niente; si arriva a un punto dove non c'e' piu' neanche la decomposizione. Si sentiva frusciare un vento secco e tutt'intorno a lui i mucchi d'ossa si sfasciavano. Si accorse che bastava il vento per distruggerli. A questo punto. Appena prima della fine del tempo. Vorrei tanto ricordarmi come si fa a uscire da qui, penso'. Alzo' lo sguardo ma non vide alcun appiglio. Mercer!, invoco' a gran voce. Dove sei finito? Questo e' il mondo della tomba e io ci sono cascato dentro un 'altra volta, ma stavolta tu non sei qui con me. Qualcosa gli striscio' sopra un piede. S'inginocchio' e si mise a cercare che cos'era stato e lo trovo', perche' si muoveva molto lentamente. Era il ragno mutilato che si trascinava a fatica, esitando sulle zampe superstiti. Lo raccolse e se lo mise sul palmo della mano. Le ossa, si rese conto, si sono rovesciate; il ragno e' ritornato in vita. Mercer deve essere vicino. Il vento continuava a soffiare, facendo cade're e spezzando le ossa rimaste, ma egli ormai avvertiva la presenza di Mercer. Vieni da me!, l'invoco'. Strisciami sul piede o trova qualche altro modo di raggiungermi. Va bene? Mercer, penso'. Poi, ad alta voce grido': "Mercer!" L'erbaccia stava invadendo l'intero paesaggio; le sue radici s'insinuavano come punte di trapano nelle pareti accanto a lui e macinavano le pareti finche' le erbacce stesse non si trasformavano nelle proprie spore che si espandevano, si dividevano per poi esplodere in schegge di acciaio corroso e di cemento, i materiali di cui erano fatte le pareti. Ma la desolazione rimaneva anche dopo che le pareti erano scomparse; la desolazione era sulla scia di tutte le cose. Tranne che nella vaga, fragile figura di Mercer; il vecchio ora gli stava davanti, con una placida espressione che gli illuminava il volto. "Ma davvero il cielo e' solo dipinto?" chiese Isidore. "Sono proprio pennellate quelle che si vedono sotto ingrandimento?" "Si'", rispose Mercer. "Ma io non riesco a vederle". "Perche' stai troppo vicino", gli spiego' Mercer. "Devi metterti molto piu' lontano, proprio come fanno gli androidi. Loro hanno una prospettiva migliore". "Ed e' per questo che sostengono che tu sei una truffa?" "Ma io sono una truffa", rispose Mercer. "Loro dicono la verita'; le ricerche che hanno fatto sono vere. Dal loro punto di vista io non sono che una vecchia comparsa in pensione che si chiama Al Jarry. Tutta quella roba della denuncia e' vera. Mi hanno intervistato a casa, proprio come hanno detto; ho detto loro tutto quel che volevano sapere, cioe' tutto". "Compresa quella storia del whisky?" Mercer sorrise. "Si', era vero. Hanno fatto un ottimo lavoro e dal loro punto di vista la rivelazione di Buster Friendly era molto convincente. Avranno molti problemi a capire come mai non e' cambiato nulla. Come mai tu sei ancora qui e anch'io sono ancora qui.". Con un ampio gesto del braccio Mercer indico' l'erta spoglia del monte, quel luogo cosi' familiare. "Ti ho appena tirato fuori dal mondo della tomba e continuero' a tirarti fuori finche' non perderai interesse e vorrai smettere. Ma sarai tu a dover smettere di cercarmi, perche' io non smettero' mai di cercarti". "Quella storia del whisky non mi e' piaciuta mica", si lamento' Isidore. "E' degradante". "Solo perche' tu sei una persona di elevati principi morali. Io, invece, no. Io non giudico nessuno, neanche me stesso". Mercer gli porse una mano chiusa, con il palmo in alto. 108 "Prima che mi dimentichi, ho qualcosa qui che ti appartiene". Dischiuse le dita. Sul palmo della mano c'era il ragno mutilato, solo che ora aveva di nuovo le zampe che gli erano state tagliate. "Grazie". Isidore prese il ragno. Fece per aggiungere qualcos'altro... Un campanello d'allarme si mise a suonare come impazzito. Roy Baty ringhio': "C'e' un cacciatore di taglie nell'edificio! Spegnete tutte le luci. Staccate quel cretino dalla scatola empatica; deve essere pronto alla porta. Forza... levatelo di li'!" 109 CAPITOLO DICIANNOVESIMO John Isidore abbasso' lo sguardo e vide le proprie mani: erano aggrappate alla doppia maniglia della scatola empatica. Rimase li' a bocca aperta a contemplarle quando d'un tratto le luci dell'appartamento si spensero. In cucina vide che Pris si stava affrettando a spegnere il lume che era sul tavolo. "J.R., sta' a sentire", gli bisbiglio' Irmgard con forza in un orecchio; l'aveva afferrato per una spalla, con le unghie che gli affondavano nella carne animate da un'intensa frenesia. Sembrava non fosse piu' conscia delle sue azioni; nella penombra appena illuminata dalla luce notturna della citta', il volto di Irmgard era diventato distorto, astigmatico. Si era trasformato in una scodella senza coraggio in cui galleggiavano due occhietti impauriti e privi di palpebre. "Adesso, appena lui bussera', se bussera', devi andare alla porta", bisbiglio', "fagli vedere i documenti e dirgli che questo e' il tuo appartamento e non c'e' nessun altro. Se insiste, chiedigli di mostrarti il mandato". Pris, in piedi dall'altra parte, tesa come un arco, mormoro': "Non farlo entrare, J.R.. Di' quello che ti pare; fa' qualsiasi cosa, basta che lo blocchi fuori. Lo sai cosa farebbe un cacciatore di taglie, lasciato libero qui dentro? Ti rendi conto di cosa ci farebbe?" Staccandosi dalle due androidi femmina, Isidore cerco' a tentoni la via della porta; con le mani trovo' la maniglia e si fermo' ad ascoltare. Senti' il solito silenzio del corridoio esterno: nient'altro che vuoto, che riecheggiava senza vita. "Senti niente?" chiese Roy Baty, chinandosi verso di lui. Isidore avverti' il forte odore che emanava da quel corpo irrigidito; ne inalo' la paura, la paura che si sprigionava da Roy e formava come una nebbiolina attorno a lui. "Esci fuori e da un'occhiata". Aperta la porta, Isidore guardo' su e giu' il corridoio in penombra. Almeno qui fuori l'aria sembrava limpida, nonostante il peso della polvere accumulata. Teneva ancora in mano il ragno che Mercer gli aveva dato. Ma era davvero lo stesso che Pris aveva mutilato con le forbicine di Irmgard? Probabilmente no. Non lo avrebbe mai saputo con certezza. Ad ogni modo, era vivo; lo sentiva strisciare all'interno della mano chiusa, non mordeva: come accade nella maggior parte dei ragni, le sue mandibole non erano in grado di trapassare la pelle umana. Isidore arrivo' in fondo al corridoio, poi scese le scale e usci' fuori su quello che era stato un sentiero a gradoni, circondato dal giardino. Naturalmente il giardino era morto durante la guerra e il sentiero era andato in mille pezzi. Ma lui ne conosceva bene la superficie irregolare; faceva piacere avere sotto i piedi un terreno familiare e lui lo segui' fino a costeggiare tutto il lato piu' lungo dell'edificio per arrivare all'unico punto verde della zona - un metro quadrato di erbacce patite, sature di polvere. Vi deposito' il ragno. Senti' l'esitante incedere della creatura sulla pelle della mano, poi piu' niente. Be', ormai era fatta, penso', raddrizzandosi. Il raggio di una torcia elettrica si materializzo' sull'erba; nella sua luce accecante, gli steli mezzi morti delle erbacce si stagliavano netti, minacciosi. Adesso riusciva a vederlo, il ragno: se ne stava fermo su una fogliolina seghettata. Dunque era riuscito a mettersi in salvo. "Che cosa ha fatto?" gli chiese l'uomo che teneva in mano la torcia elettrica. "Ho liberato un ragno", rispose Isidore, che si chiedeva come mai l'uomo non se ne fosse accorto; nel raggio di luce gialla il ragno appariva ancor piu' grande di quel che era. "In modo che possa cavarsela per conto suo". "Perche' non se lo porta su in casa? Lo dovrebbe tenere in un vasetto. Secondo il catalogo Sidney di gennaio, il prezzo al minuto della maggior parte dei ragni e' aumentato del dieci per cento. Ne poteva ricavare un centinaio di dollari e rotti". 110 "Se lo riportassi su, lo rifarebbero a pezzi. Un pezzetto alla volta, per vedere come reagisce ". "Solo gli androidi farebbero una cosa del genere", disse l'uomo. Infilo' una mano sotto la giacca e tiro' fuori un oggetto che apri' di scatto e mise sotto il naso di Isidore. Nella luce incerta il cacciatore di taglie sembrava un uomo di statura media, non aveva niente di impressionante. Un viso tondo e lineamenti glabri e regolari; sembrava un impiegato di un tranquillo ufficio. Metodico, ma informale. Come aspetto non ricordava certo un semidio; non era affatto come se lo era immaginato Isidore. "Sono un investigatore del dipartimento di polizia di San Francisco. Deckard, Rick Deckard ". L'uomo richiuse di scatto il tesserino e se lo rinfilo' nella tasca interna della giacca. "Sono ancora lassu'? Tutti e tre?" "Be', sa com'e'", disse Isidore, "io mi sto prendendo cura di loro. Due sono donne. Sono gli ultimi superstiti di un gruppo; gli altri sono tutti morti. Ho portato su nel mio appartamento il televisore di Pris in modo che potessero vedere Buster Friendly. Buster ha provato aldila' d'ogni dubbio che Mercer non esiste". Isidore si sentiva emozionato, perche' sapeva una cosa cosi' importante - una notizia che il cacciatore di taglie evidentemente non aveva ancora sentito. "Saliamo di sopra", ordino' Deckard. Improvvisamente aveva puntato una torcia laser contro Isidore; poi, dopo un attimo di incertezza, la mise via. "Lei e' uno speciale, vero? Un cervello di gallina". "Si', pero' lavoro. Guido il furgoncino di..." Con un sussulto d'orrore si rese conto di aver dimenticato il nome. "Di... una clinica per animali", disse. "La Clinica per Animali Van Ness... di p-p-proprieta' del signor Hannibal Sloat". "Mi accompagna di sopra e mi fa vedere in che appartamento stanno?" chiese Deckard. "Qui ci sono oltre mille appartamenti; mi farebbe risparmiare un sacco di tempo". La stanchezza gli fece tremare un po' la voce. "Se li ammazza non sara' piu' in grado di fondersi con Mercer", lo avverti' Isidore. "Non vuole accompagnarmi di sopra? Farmi vedere a che piano stanno? Mi dica almeno il piano. L'appartamento me lo trovo da solo". "No", rispose deciso Isidore. "Secondo le leggi statali e federali..." comincio' a dire Deckard, ma poi lascio' perdere. Rinuncio' a interrogarlo. "Buona notte", taglio' corto e si allontano' lungo il sentiero fino a scomparire nell'edificio, con la torcia elettrica che spillava un raggio diffuso e gialliccio davanti ai suoi piedi. Una volta dentro l'edificio del condapp, Rick Deckard spense la torcia elettrica; guidato dalle fioche lampadine incassate a intervalli nelle pareti, avanzo' lungo il corridoio mentre la sua mente lavorava. Il cervello di gallina sa che sono androidi; lo sapeva gia', prima che gli dicessi qualcosa. Pero' non capisce. D'altra parte, chi lo capisce? Lo capisco forse io? L'ho mai capito? E uno di loro sara' il doppione di Rachael, riflette. Magari lo speciale ha vissuto con lei. Chissa' se gli e' piaciuto, si chiese. Forse era proprio quella che lui aveva paura gli facesse a pezzi il ragno. Potrei tornare indietro e prendermi quel ragno, penso'. Non ho mai trovato un animale selvatico vivo. Deve essere un'esperienza fantastica, abbassare lo sguardo e vedere qualcosa di vivo che sgattaiola via. Magari un giorno succedera' anche a me quello che e' successo a lui. Si era portato dietro un'apparecchiatura d'ascolto dalla macchina; la monto' subito, un sensore rotante e un minischermo a bolla. Nel corridoio silenzioso lo schermo non indicava nulla Su questo piano non c'e' niente, Deckard disse tra se' e se'. Spinse il selettore della verticale. Su quell'asse il sensore capto' un debole segnale. Sono di sopra. Raccolse l'apparecchiatura e la ripose nella borsa, quindi comincio' a salire le scale per andare al piano successivo. 111 Nell'ombra l'attendeva una sagoma. "Se fai una mossa ti ritiro", esclamo' Rick. Era il maschio, era li', in agguato, per lui. Il cacciatore stringeva forte la torcia laser tra le dita contratte, ma non riusciva ad alzarla e puntarla. Era stato colto di sorpresa, colto troppo presto. "Non sono un androide", disse la sagoma. "Mi chiamo Mercer". Usci' in una zona illuminata. "Vivo in questo edificio per via del signor Isidore. Lo speciale con il ragno; ci hai appena parlato, li' fuori". "E' vero che ora sono al di fuori del Mercerianesimo?" chiese Rick. "Come ha detto quel cervello di gallina? A causa di quello che sto per fare nei prossimi minuti?" "Il signor Isidore parlava per se', non per me", disse Mercer. "Quello che fai deve essere fatto. Te l'ho gia' detto". Alzo' una mano e indico' con un dito le scale alle spalle di Rick. "Sono venuto a dirti che uno di loro e' dietro di te, sulle scale che vanno di sotto, e non nell'appartamento. E' il piu' difficile dei tre e devi ritirarlo per primo". La voce anziana e frusciarne assunse un improvviso fervore. "Svelto, signor Deckard. Sulle scale!" Torcia laser pronta, Rick si volto' di scatto e si accovaccio' per fronteggiare la rampa di scale. Una figura femminile stava salendo agilmente e lui la conosceva; la riconobbe e abbasso' la torcia laser. "Rachael?" mormoro', perplesso. Possibile che l'avesse seguito con la sua aereomobile, che l'avesse pedinato fin qui? Perche' poi? "Tornatene a Seattle! Lasciami in pace; Mercer mi ha detto che devo farlo". Ma poi vide che non si trattava di Rachael. "Per quello che siamo stati l'uno per l'altra", disse l'androide avvicinandosi a lui con le braccia tese davanti a se', come per abbrancarlo. I vestiti, penso' lui, c'e' qualcosa che non va. Pero' gli occhi, gli occhi sono gli stessi. E ce ne sono altri come questo; ce ne possono essere legioni come lei, ognuna con il proprio nome, ma tutte Rachael Rosen - Rachael, il prototipo, usato dai fabbricanti per proteggere gli altri. Le sparo' mentre lei, con fare implorante, si stava per gettare su di lui. L'androide esplose e alcune parti schizzarono via; Rick si copri' la faccia, ma poi guardo' ancora e vide la torcia laser che lei nascondeva rotolar via verso le scale; l'involucro metallico cadde rimbalzando, gradino dopo gradino, e il rumore riecheggio' sempre piu' lento e lontano. Il piu' difficile dei tre, aveva detto Mercer. Si volto' a scrutare la penombra, in cerca di Mercer. Il vecchio era sparito. Possono perseguitarmi con tante Rachael Rosen fino a che non muoio, penso', oppure finche' questo modello non diventa sorpassato, qualsiasi cosa arrivi prima. E ora andiamo a sistemare gli altri due, si disse. Uno di loro non e' nell'appartamento, gli aveva detto Mercer. Si rese conto d'un tratto che Mercer lo aveva protetto. Si era manifestato e gli aveva portato aiuto. La donna - cioe', la cosa - mi avrebbe senz'altro beccato, si disse, se Mercer non mi avesse messo in guardia. Adesso posso fare il resto da solo, si rese conto. Questo era quello impossibile; lo sapeva che non sarei stato in grado di farlo. Ma ormai e' fatta. Tutto finito, in un attimo. Ho fatto quello che non potevo fare. Ora i Baty li posso stanare con il sistema standard; saranno un osso duro, ma mai duro come questo. Rimase in piedi da solo nel corridoio vuoto; Mercer lo aveva lasciato perche' ormai aveva compiuto la sua missione, Rachael - o meglio, Pris Stratton - era stata fatta a pezzi e ora non restava che lui. Ma altrove nell'edificio c'erano i Baty e loro sapevano. Avevano percepito quello che lui aveva fatto qui. Probabilmente, a questo punto, cominciavano ad aver paura sul serio. Questa era stata la loro reazione alla sua presenza nell'edificio. Ci avevano provato. Senza Mercer, ci sarebbero riusciti. Ora, per loro, era arrivato l'inverno. Questa faccenda la devo chiudere alla svelta, penso', la missione che devo compiere; si mise a correre lungo il corridoio e tutto a un tratto la sua apparecchiatura di allarme registro' la presenza di attivita' cefalica: aveva individuato l'appartamento. Ora non c'era piu' bisogno di tutti quegli strumenti; se ne sbarazzo' e busso' alla porta dell'appartamento. Da dentro rimbombo' una voce d'uomo: "Chi e'?" "Sono il signor Isidore", disse Rick. "Fammi entrare perche' io mi sto prendendo cura di 112 voi e d-d-due di voi sono d-d-donne". "No, questa porta non la apriamo", disse una voce femminile. "Ma io voglio vedere Buster Friendly sul televisore di Pris", insistette Rick. "Ora che e' riuscito a provare che Mercer non esiste e' importante seguire il suo programma. Io guido il furgoncino della Clinica per Animali Van Ness, di proprieta' del signor Hannibal S-s-sloat". Si sforzo' di balbettare. "Allora, la v-v-volete aprire questa p-p-porta? L'appartamento e' mio!" Rimase in attesa e pian piano la porta si apri'. All'interno dell'appartamento buio intravvide delle sagome indistinte, due. Quella piu' piccola, la donna, grido': "Ci deve prima sottoporre ai test". "Troppo tardi", disse Rick. La sagoma piu' alta prima cerco' di richiudere la porta, poi tento' di mettere in funzione un qualche congegno elettronico. "No", grido' Rick, "sono gia' entrato". Lascio' che Roy Baty facesse fuoco una volta; evito' di sparare finche' non senti' il raggio laser sfiorarlo mentre si contorceva per schivarlo. "Ora che mi avete sparato avete perso i vostri diritti legali. Avreste dovuto obbligarmi a sottoporvi alla prova Voigt-Kampff. Ormai non vale piu'". Ancora una volta Roy Baty gli sparo' un raggio laser, ma lo manco' di nuovo e getto' la torcia, quindi si diede alla fuga all'interno dell'appartamento, forse in un'altra stanza, lasciandosi dietro il congegno elettronico. "Ma come mai Pris non ti ha beccato?" chiese la signora Baty. "Pris non esiste", rispose lui, "ci sono solo tante Rachael Rosen, una copia dopo l'altra ". Si accorse che nella mano appena visibile anche lei stringeva una torcia laser; Roy Baty doveva avergliela lanciata, voleva attirarlo sempre piu' dentro l'appartamento in modo che Irmgard potesse poi prenderlo alle spalle, sparandogli alla schiena. "Mi dispiace, signora Baty", disse Rick e fece fuoco su di lei. Nell'altra stanza, Roy Baty lancio' un urlo angosciato. "E va bene, tu l'amavi, ma anch'io amavo Rachael. E perfino lo speciale amava l'altra Rachael". Detto questo, Rick sparo' anche a Roy Baty; la grossa carcassa dell'uomo si getto' di scatto in avanti, poi crollo' a terra come una pila troppo alta di tanti oggetti fragili e separati. Ando' a sbattere contro il tavolo di cucina e si trascino' dietro piatti e stoviglie. I circuiti dei riflessi lo fecero fibrillare e contorcersi per un po', ma ormai era morto. Rick lo ignoro': non vedeva quel corpo come non vedeva quello di Irmgard Baty vicino alla porta d'ingresso. Ho beccato anche l'ultimo, si rese conto a un tratto. E con questo, oggi, sono sei; quasi un record. E ora non ce ne sono piu' e posso tornarmene a casa da Iran e dalla capra. E una volta tanto avremo abbastanza soldi. Si lascio' cadere sul divano e dopo un po' che se ne stava li', in mezzo al silenzio dell'appartamento, tra gli oggetti immobili, il signor Isidore, lo speciale, apparve sulla porta. "Meglio non guardare", gli disse Rick. "L'ho vista laggiu', sulle scale. Pris". Lo speciale stava piangendo. "Non se la prenda tanto a cuore", gli consiglio' Rick. Si alzo' in piedi, ma fu colto da vertigini, si reggeva a fatica. "Dove ha il telefono?" Lo speciale non disse niente, non si mosse, rimase li' impalato. Percio' Rick si mise a dar la caccia al telefono da solo, lo trovo' e fece il numero dell'ufficio di Harry Bryant. 113 CAPITOLO VENTESIMO "Bene", disse Harry Briant, appena Rick ebbe finito di fare rapporto. "Be', Ora vatti a riposare un po'. Mandiamo subito una macchina a raccogliere i tre corpi". Rick Deckard riaggancio'. "Gli androidi sono stupidi", disse allo speciale, sfogando la sua rabbia. "Roy Baty non riusciva a distinguere me da te; credeva fossi tu alla porta. La polizia ripulira' questo posto; perche' non ti trasferisci in un altro appartamento finche' non finiscono? Non vorrai mica stare qui con questi avanzi". "Me ne v-v-vado da questo palazzo", disse Isidore. "Mi trasferisco in c-c-centro, dove c'e' piu' g-g-gente". "Mi pare ci sia un appartamento libero dove abito io", l'informo' Rick. "Non mi v-v-va di abitare v-v-vicino a lei", balbetto' Isidore. "Comunque, va' di sopra o esci. Non rimanere qui dentro". Lo speciale, non sapendo che fare, vacillo' un po' ; tutta una serie di espressioni gli attraversarono il volto, poi giro' sui tacchi e usci' dall'appartamento, lasciando Rick da solo. Che razza di mestiere mi tocca fare, penso' Rick. Sono un flagello, come la carestia o la peste. Dovunque vado l'antica maledizione mi segue. Come ha detto Mercer, mi si chiede di fare quel che e' sbagliato. Tutto quel che ho fatto e' sbagliato, sin dall'inizio. Comunque, e' ora di andare a casa. Magari dopo un po' che me ne saro' stato li' insieme a Iran, riusciro' a dimenticare. Quando arrivo' al suo palazzo, Iran gli venne incontro sul terrazzo. Lo guardava con un'espressione strana, sembrava sconvolta; in tanti anni che stavano insieme non l'aveva mai vista in quello stato. Le mise un braccio attorno alle spalle e disse: "Ad ogni modo e' finita. Sai, ci ho riflettuto su parecchio: forse Harry Bryant mi puo' assegnare a un..." "Rick", disse lei. "Ti devo dire una cosa. Mi dispiace, ma la capra e' morta". Chissa' perche' la cosa non lo colse di sorpresa; lo fece solo sentire ancora peggio, un'ulteriore aggiunta alla quantita' di peso che l'opprimeva da ogni parte. "Credo ci sia una clausola di garanzia nel contratto", disse. "Se l'animale si ammala entro novanta giorni il venditore e' tenuto a..." "Non era ammalata. Qualcuno..." Iran si schiari' la gola e prosegui' con voce strozzata, "qualcuno e' venuto qui, ha preso la capra dalla gabbia e l'ha trascinata sul bordo della terrazza". "E poi l'ha spinta di sotto?" chiese lui. "Si'", annui' lei. "Hai visto chi e' stato?" "L'ho visto benissimo", disse Iran. "Barbour era ancora in terrazza a gingillarsi con il cavallo; e' sceso giu' a chiamarmi e abbiamo telefonato alla polizia, ma a quel punto l'animale era gia' morto e lei se ne era andata. Una ragazza giovane, piccolina, magra, dai capelli scuri e grandi occhi neri. Aveva un soprabito a squame di pesce e portava una specie di borsa da postino a tracolla. E non ha fatto niente per evitare di farsi vedere da noi. Sembrava che non le importasse niente". "No, non le importava niente. A Rachael non gliene fregava niente se la vedevi o meno; anzi, voleva che la vedessi, cosi' io avrei saputo chi era stato". Rick bacio' sua moglie. "E tu sei rimasta qui ad aspettare tutto quel tempo?" "No, solo da una mezz'ora. E' successo poco fa, mezz'ora fa". Delicatamente Iran ricambio' il bacio. "E' terribile e, oltretutto, non ha alcun senso". Rick si volto' verso la macchina che aveva appena parcheggiato, apri' la portiera e si rimise al volante. "No, un senso ce l'ha, eccome", mormoro'. "Lei aveva o credeva di avere un 114 motivo per farlo". Un motivo da androide, penso'. "Ma dove vai? Perche' non vieni giu' e... resti un po' con me? Alla televisione hanno dato una notizia sconvolgente; Buster Friendly sostiene che Mercer e' una truffa. Tu che ne dici, Rick? Secondo te, e' vero?" "E' tutto vero", rispose lui. "Tutto quello che la gente ha mai pensato e' vero". Accese il motore dell'aereomobile. "Ma tu stai bene?" "Sto bene", la rassicuro', e sto per morire, aggiunse tra se' e se'. Anche entrambe queste cose sono vere. Chiuse la portiera e lancio' un saluto con la mano a Iran, quindi decollo' e spari' ben presto in cielo. Una volta, penso', avrei visto le stelle. Anni fa. Ma ora non c'e' altro che polvere; sono anni che nessuno vede piu' le stelle, perlomeno non dalla Terra. Magari me ne andro' da qualche parte dove si vedono ancora le stelle, si disse, mentre la macchina guadagnava velocita' e altitudine. Si allontano' da San Francisco, verso i desolati deserti del nord. In un posto dove nessun essere vivente andrebbe. A meno che non sentisse che la sua fine fosse vicina. 115 CAPITOLO VENTUNESIMO Alla luce dell'alba la terra sotto di lui sembrava estendersi per sempre, uniformemente grigia e cosparsa di rifiuti. Macigni grossi come case erano rotolati fino a fermarsi l'uno accanto all'altro e Rick penso': E' come un ufficio spedizioni dopo che tutta la merce e' stata mandata via. Rimangono solo pezzi di casse rotte, gli involucri che di per se' non vogliono dir niente. Una volta, riflette, qui ci crescevano raccolti, gli animali ci pascolavano. Pensare che degli esseri viventi potessero aver brucato l'erba in questo posto aveva un che di straordinario. Che posto strano, riflette', e pensare che tutta quella vita e' sparita. Fece planare verso il basso l'aereomobile e per un bel pezzo segui' il profilo della superficie. Che direbbe di me Dave Holden, se mi vedesse adesso? si chiese. In un certo senso, ora sono il piu' grande cacciatore di taglie che sia mai vissuto; nessuno e' mai riuscito a ritirare sei modelli Nexus-6 nell'arco di ventiquattro ore e con ogni probabilita' nessuno ci riuscira' piu'. Dovrei telefonargli, disse tra se' e se'. Una collina affollata gli si paro' dinanzi; si alzo' con l'aereomobile, mentre il mondo gli pareva avvicinarsi a lui a gran velocita'. La stanchezza, penso'; non dovrei continuare a guidare. Spense i motori e veleggio' per un po', prima di atterrare. L'aereomobile rotolo' e sobbalzo' sul pendio della collina, smuovendo le pietre; risali' qualche metro e poi si fermo' stridendo e traballando. Deckard prese il ricevitore del telefono di bordo e chiamo' il centralino di San Francisco. "Mi passi l'ospedale Mount Zion", le disse. Ben presto apparve sullo schermo un'altra centralinista. "Qui ospedale Mount Zion, prego". "Da voi c'e' un paziente che si chiama Dave Holden. E' possibile parlare con lui? E' in grado di rispondere al telefono?" "Un momento che controllo, signore". Lo schermo si svuoto'. Il tempo passava. Rick inalo' un pizzico di miscela del dottor Johnson e rabbrividi'; con i riscaldamenti di bordo spenti, la temperatura era precipitata. "Il dottor Costa dice che il signor Holden non puo' ricevere chiamate", gli disse la centralinista, riapparendo sullo schermo. "Sono questioni di servizio", rispose lui, mostrando allo schermo i suoi documenti d'identita'. "Un attimo". La centralinista spari' di nuovo alla vista. Rick annuso' un altro pizzico di miscela del dottor Johnson; il sapore del mentolo gli diede un po' di nausea: era troppo presto di mattina. Tiro' giu' il finestrino dell'abitacolo e getto' la scatoletta di latta gialla tra i detriti. "No, signore", disse la centralinista, riapparsa sullo schermo. "Il dottor Costa non crede che le condizioni del signor Holden gli permettano di ricevere delle chiamate, anche se sono urgenti, per almeno..." "Va bene, va bene", taglio' corto Rick e riappese. Anche nell'aria c'era qualcosa che gli dava la nausea; rialzo' il finestrino. Dave e' fuori gioco, riflette. Chissa' come mai a me non mi hanno beccato. Perche' mi sono mosso in fretta, decise. Tutto in una giornata; non potevano aspettarselo. Harry Bryant aveva ragione. Ormai faceva troppo freddo in macchina, cosi' spalanco' la portiera e scese. Un vento fastidioso e inaspettato gli si insinuo' sotto i vestiti e allora comincio' a camminale e a fregarsi le mani. Sarebbe stato bello parlare con Dave, penso'. Dave avrebbe approvato quel che ho fatto. Ma lui avrebbe capito anche l'altra parte, quella che secondo me neanche Mercer ha capito. Per Mercer e' tutto facile, penso', perche' lui accetta tutto. Nulla gli e' alieno. Ma quello 116 che ho fatto io. riflette, ormai e' alieno anche a me stesso. Anzi, tutto quello che mi riguarda e' diventato innaturale; sono diventato io stesso un essere innaturale. S'inerpico' su per la collina e a ogni passo il peso che l'opprimeva aumentava. Sono troppo stanco, penso', per arrampicarmi quassu'. Si fermo' e si asciugo' il sudore che gli bruciava gli occhi, lacrime salate prodotte dalla sua pelle, da tutto il suo corpo indolenzito. Poi ebbe un moto di rabbia verso se stesso e sputo' - sputo' sul terreno spoglio per rabbia e per disprezzo verso se stesso, con odio genuino. Poi riprese ad avanzare a passi pesanti su per il pendio, in quel posto solitario e strano, lontano da qualsiasi cosa; dove non c'era niente di vivo, a parte lui. Il calore. Ora faceva caldo; evidentemente era passato del tempo. E poi aveva fame. Non aveva mangiato chissa' da quanto tempo. La sensazione combinata di calore e fame gli fece venire in bocca un sapore velenoso che somigliava alla sconfitta. Si', penso', ecco di che si tratta: in qualche misterioso modo sono stato sconfitto. E' per aver ucciso gli androidi? O perche' Rachael mi ha ammazzato la capra? Non lo sapeva, ma man mano che arrancava una coltre indistinta e quasi allucinatoria gli annebbio' pian piano la vista; a un certo punto, senza sapere come, si ritrovo' a un passo dal precipitare in un burrone che quasi certamente gli sarebbe stato fatale - Una caduta cosi' umiliante e inevitabile, penso'; una caduta senza fine e senza testimoni. Qui non c'era nessuno che potesse registrare la degradazione, sua o di chiunque altro, e anche qualsiasi reazione di coraggio o di orgoglio si fosse manifestata alla fine non sarebbe stata notata: le pietre morte, l'erbacce che la polvere aveva appassito e prosciugato non percepivano niente, non ricordavano niente, ne' di lui ne' di' se stesse. Fu allora che la prima pietra - e non era certo una morbida pietra di gommapiuma - lo colpi' vicino l'inguine. E il dolore, la prima nozione della sofferenza e dell'isolamento assoluto, gli si propago' in tutto il corpo nella sua forma concreta e senza maschera. Si fermo'. Ma poi, pungolato - da un pungolo invisibile, ma reale e irresistibile - riprese la sua ascesa. Sto rotolando in salita, penso', come le pietre; faccio quel che fanno le pietre, rotolo senza l'intervento della volonta'. E senza alcun senso. "Mercer!" grido', ansante; si fermo', resto' immobile: davanti a se' scorgeva una sagoma indistinta, immobile. "Wilbur Mercer, sei tu?" Dio mio, si rese a un tratto conto, e' la mia ombra. Devo andarmene di qui, devo scendere da questa montagna! Comincio' a scendere a precipizio. A un certo punto cadde; nuvole di polvere oscurarono tutto e lui scappo' da quella polvere - correndo sempre piu' veloce, scivolando, inciampando nelle pietre smosse. Davanti a se' vide la propria macchina. Sono tornato al punto di partenza, si disse. Sono sceso dal pendio. Apri' la portiera e s'infilo' nell'abitacolo. Ma chi e' che me l'ha tirata la pietra? si chiese. Nessuno. Ma allora perche' la cosa mi da tanto fastidio? M'e' gia' successo una volta, durante la fusione. Mentre usavo la mia scatola empatica, come fanno tutti. Non e' certo un 'esperienza nuova. Pero', questa lo era. Perche', penso', l'ho avuta da solo. Con mani tremanti tiro' fuori dal cassetto del cruscotto una scatoletta nuova di miscela da fiuto. Tolse il nastro di protezione e ne annuso' un pizzico abbondante; si riposo' un attimo, seduto per meta' nella macchina e meta' fuori, con i piedi che ancora toccavano il suolo arido e polveroso. Questo era l'ultimo posto in cui dovevo venire, si rese conto. Non avrei dovuto volare fin qui. E ora era troppo stanco per intraprendere il viaggio di ritorno. Se solo potessi fare quattro chiacchiere con Dave, penso', andrebbe tutto a posto; potrei andarmene da qui, tornare a casa e mettermi a letto. Dopo tutto ho ancora la mia pecora elettrica e ho ancora il mio lavoro. Ci saranno altri droidi da ritirare; la mia carriera non e' certo finita; non ho mica ritirato l'ultimo droide che c'era. Forse il problema e' tutto qui, penso', forse ho paura che non ce ne siano piu'. Guardo' l'orologio. Le nove e mezza. 117 Prese il ricevitore e fece il numero del palazzo di giustizia di Lombard Street. "Mi faccia parlare con l'ispettore Bryant", disse alla signorina Wild, la centralinista della polizia. "L'ispettore Bryant non e' nel suo ufficio, signor Deckard, e' fuori in macchina, ma non riesco a contattarlo li'. Deve essere uscito un momento dalla vettura". "Le ha detto dove sarebbe andato, per caso?" "Qualcosa che aveva a che fare con gli androidi che lei ha ritirato la notte scorsa". "Mi faccia parlare con la mia segretaria, allora". Un attimo dopo il volto triangolare e color arancio di Ann Marsten apparve sullo schermo. "Oh, signor Deckard -l'ispettore Bryant ha cercato di mettersi in contatto con lei. Credo che proporra' il suo nome all'ispettore-capo Cutter per farle dare una citazione. Per via dei sei..." "So benissimo quel che ho fatto", l'interruppe lui. "E' una cosa mai successa prima. Ah, un'altra cosa, signor Deckard; ha chiamato anche sua moglie. Vuole sapere se lei sta bene. Sta bene?" Rick non rispose. "Ad ogni modo", prosegui' la signorina Marsten, "forse dovrebbe chiamarla e dirglielo. Ha lasciato detto che sarebbe rimasta in casa, in attesa di sue notizie". "Ha sentito cos'e' successo alla mia capra?" "No, non sapevo neanche che lei avesse una capra". "Be', me l'hanno fatta fuori". "Chi e' stato, signor Deckard? Ladri di animali? Abbiamo appena ricevuto un rapporto su una nuova grande banda, probabilmente composta di adolescenti, che agisce in..." "No, ladri di vite..." disse lui. "Non la capisco, signor Deckard". Ann Marsten lo scruto' attentamente nello schermo. "Ma lei ha un aspetto terribile, signor Deckard. Sembra stanchissimo. Oddio, ha pure del sangue sulla guancia". Si porto' una mano al viso e senti' il sangue. Doveva essere stata un'altra pietra. Evidentemente era stato colpito da piu' di una. "Ha una faccia..." riprese la signorina Marsten, "sembra Wilbur Mercer". "E' vero", rispose lui. "Io sono Wilbur Mercer; mi sono fuso con lui per sempre. Non riesco piu' staccarmi da lui. Sono qui che aspetto di staccarmi, seduto da qualche parte vicino al confine dell'Oregon". "Vuole che mandiamo qualcuno? Una macchina di servizio che venga a prenderla?" "No", disse lui. "Io non sono piu' in servizio". "E' chiaro che lei ieri ha lavorato troppo, signor Deckard", disse la segretaria in tono di rimprovero. "Quello di cui ha bisogno ora e' un po' di riposo a letto. Signor Deckard, lei e' il nostro miglior cacciatore di taglie, il piu' bravo che abbiamo mai avuto. Lo diro' all'ispettore Bryant quando torna; intanto lei vada subito a casa e s'infili a letto. Chiami sua moglie, signor Deckard, perche' e' tanto, tanto in pensiero per lei. L'ho capito subito, appena l'ho vista. Siete entrambi ridotti maluccio". "E' per via della capra", disse lui. "Non sono mica gli androidi; Rachael si sbagliava non ho fatto nessuna fatica a ritirarli. E anche lo speciale si sbagliava sul fatto che non mi sarei potuto fondere piu' con Mercer. L'unico che non si e' sbagliato e' proprio Mercer". "Fara' meglio a tornarsene quaggiu', signor Deckard. Dove c'e' gente. Lassu' vicino all'Oregon ormai non c'e' piu' niente di vivo; non e' cosi'? E' solo, non e' vero?" "E' strano", disse Rick, "ma avevo una foltissima, assoluta sensazione, un'illusione concretissima, di essere diventato Mercer e che la gente mi tirava le pietre. Pero', non era quello che si prova quando ci si attacca alle maniglie della scatola empatica. Quando si usa uno di quegli aggeggi si ha la sensazione di essere con Mercer. La differenza era che io non ero con nessuno; ero completamente solo". 118 "Lo sa, adesso gira voce che Mercer sia una truffa". "Mercer non e' affatto una truffa", ribatte' lui. "A meno che tutta la realta' non sia una truffa". Come questa collina, penso'. Questa polvere e tutte queste pietre, ognuna diversa dall'altra. "Ho paura", continuo', "che non riusciro' piu' a smettere di essere Mercer. Una volta che si comincia e' troppo tardi per tornare indietro". Saro' ancora costretto a inerpicarmi lassa? si chiese. Per sempre, come Mercer... intrappolato dall'eternita'! "Arnvederci", disse alla segretaria e fece per appendere. "Chiamera' sua moglie? Me lo promette?" "Si'", annui'. "Grazie di tutto, Ann". Riappese. Riposo a letto, penso'. L'ultima volta che sono stato a letto ero con Rachael. Una violazione delle regole. Accoppiamento con androide. Assolutamente fuori legge, sia qui che sulle colonie. Lei deve essere ormai tornata a Seattle. Con gli altri Rosen, quelli in carne e ossa e quelli umanoidi. Vorrei tanto poterti fare il male che hai fatto a me, penso'. Ma a un androide non gli si puo' fare niente, perche' se ne strafregano. Se t'avessi uccisa ieri sera, adesso la mia capra sarebbe ancora viva. E' li' che ho preso la decisione sbagliata. Si', penso', e' cominciato tutto da li' e dal fatto che sono venuto a letto con te. Comunque su una cosa avevi ragione; e' stata un 'esperienza che mi ha cambiato. Ma non certo come dicevi tu. Mi ha cambiato molto in peggio, decise. Eppure non me ne importa niente. Non me ne importa piu'. Non dopo quello che mi e' successo lassu', penso', vicino alla cima di quella collina. Chissa' che cosa sarebbe accaduto dopo, se avessi continuato a inerpicarmi fino a raggiungere la cima. Perche' e' li' che Mercer sembra morire. E' li' che il trionfo di Mercer si manifesta in pieno, alla fine del grande ciclo siderale. Ma se io sono Mercer, penso', non posso morire, neanche tra un migliaio d'anni. Mercer e' immortale! Ancora una volta alzo' il ricevitore del telefono per chiamare sua moglie. Invece, resto' come paralizzato. 119 CAPITOLO VENTIDUESIMO Rimise a posto il ricevitore senza togliere gli occhi dal punto scuro che si era mosso appena fuori dalla macchina. Sul terreno, in mezzo alle pietre, c'era come un rigonfiamento. Un animale, disse tra se' e se'. E il suo cuore perse qualche colpo sotto il peso eccessivo, lo choc del riconoscimento. So che cos'e', si rese conto all'improvviso; non ne ho mai visto uno prima, ma lo riconosco da uno di' quei vecchi documentali naturalistici che mandano in onda sulla rete del governo. Ma sono estinti! esclamo' dentro di se'; tiro' subito fuori la copia ormai consunta del Sidney e ne sfoglio' le pagine con dita tremanti. ROSPO (Bufonidae), tutte le varieta' ...E Erano ormai anni che era estinto. La bestiola piu' cara a Wilbur Mercer, insieme all'asino. Ma il rospo veniva prima di tutti. Ho bisogno di una scatola. Si contorse tutto, ma sul retro della macchina non vide niente che facesse al caso; salto' giu', ando' al bagagliaio, ne fece scattare la serratura e lo apri'. C'era un contenitore di cartone con dentro una pompetta di alimentazione di ricambio. Tiro' fuori la pompetta, trovo' dell'ispido spago di canapa, giro' lentamente attorno alla macchina e si diresse al punto dove si trovava il rospo, senza togliergli gli occhi di dosso. L'animale, noto', si mimetizzava perfettamente con la grana e il colore dell'onnipresente polvere. Forse aveva subito un'evoluzione, adattandosi al nuovo clima come si era adattato a tutti i climi precedenti. Se non si fosse mosso, non l'avrebbe mai visto; eppure era stato seduto a non piu' di due metri di distanza da lui. Che succedeva quando si trovava se ci si riusciva - un animale considerato estinto? si chiese, sforzandosi di ricordare. Succedeva cosi' di rado. Gli pareva che si riceveva una stella d'onore dall'ONU e un premio in denaro. Una ricompensa di milioni di dollari. E, tra le tante le possibilita' che c'erano, andare a trovare proprio la bestiola piu' sacra a Mercer. Gesu', penso'; non puo' essere. Forse dipende da qualche danno cerebrale che ho subito: sono rimasto troppo esposto alla radioattivita'. Sono diventato uno speciale, penso'. Mi deve essere successo qualcosa. Come a quel cervello di gallina di Isidore con il suo ragno; quello che e' successo a lui sta succedendo anche a me. Oppure e' una cosa organizzata da Mercer? Ma Mercer sono io, no? L'ho organizzata io; sono stato io a trovare il rospo. L'ho trovato perche' vedo attraverso gli occhi di Mercer. Si accovaccio' vicino al rospo. L'animale aveva spinto da una parte la terra per farsi una tana, spostando la polvere con il didietro. Solo la testa piatta e gli occhi spuntavano dal terreno. Nel frattempo il suo metabolismo aveva rallentato fin quasi a fermarsi e l'animale era entrato in una specie di trance. Negli occhi non c'era una scintilla, nessuna consapevolezza della presenza di Rick, che terrorizzato penso': e' morto, magari di sete. Lo aveva visto muoversi, pero'. Poso' a terra la scatola e comincio' a spazzare via con grande cautela la terra smossa attorno al rospo. L'animale non sembrava opporsi, ma naturalmente era perche' non si rendeva neanche conto della sua esistenza. Quando sollevo' il rospo dalla tana avverti' la strana freddezza della pelle; nelle sue mani il corpo sembrava secco e rugoso - quasi flaccido - ed era freddo come fosse stato, fino a quel momento, in una grotta nelle viscere piu' profonde della Terra, lontanissima dal sole. In quel momento il rospo si mosse: con le zampe posteriori fece un debole tentativo di staccarsi dalla sua presa, cercando istintivamente un modo per ricadere in terra. E' pure grosso, penso': adulto e saggio. Capace, a modo suo, di sopravvivere anche a quello a cui noi, in realta', non riusciamo a sopravvivere. Mi chiedo dove trovi l'acqua per le sue uova. E cosi' e' questo che Mercer vede, penso', mentre con estrema cura legava la scatola di 120 cartone, girandole piu' volte lo spago tutt'attorno. Vita che noi non riusciamo piu' a vedere; vita sepolta con cura fin quasi alla fronte nella carcassa di un mondo morto. In ogni piu' piccolo granello dell'universo probabilmente Mercer riesce a vedere la vita invisibile. Adesso lo so, penso'. E una volta che ho imparato a guardare attraverso gli occhi di Mercer, magari non smettero' piu'. E nessun androide, penso', tagliera' le zampe al mio rospo. Come hanno fatto al ragno di quel cervello di gallina. Depose con cautela la scatola di cartone tutta legata sul sedile dell'aereomobile e si mise al volante. E' come esser ridiventati bambini, penso'. Ormai tutto il peso che sentiva prima, la stanchezza oppressiva e monumentale, lo aveva abbandonato. Aspetta che Iran senta questa novita'; afferro' il videoricevitore e comincio' a fare il numero. Poi si fermo'. No, le faro' una sorpresa, decise. Ci vorranno solo trenta o quaranta minuti di volo per tornare a casa. Riaccese il motore e dopo qualche secondo sfrecciava gia' impaziente nel cielo in direzione di San Francisco, settecento miglia piu' a sud. Iran Deckard era seduta alla tastiera del modulatore d'umore Penfield e con la punta dell'indice destro sfiorava i tasti numerati. Ma non li premeva; si sentiva troppo depressa e svogliata per desiderare alcunche': si sentiva oppressa da un peso che la tagliava fuori dal futuro e le precludeva qualsiasi opportunita' che avrebbe potuto in precedenza contenere. Se Rick fosse qui, penso', mi convincerebbe a premere il tre e cosi' mi ritroverei con la voglia di selezionare qualcosa d'importante, una gioia esuberante o se non proprio quella, magari un 888, il desiderio di guardare la TV qualsiasi cosa trasmetta. A proposito, chissa' che cosa trasmettono a quest'ora, penso'. Ma poi si domando' ancora una volta che fine avesse fatto Rick. Puo' darsi che stia tornando a casa o forse no, disse tra se' e se', sentendosi le ossa che con l'eta' le si ritiravano dentro. Qualcuno busso' alla porta dell'appartamento. Iran poso' il manuale del Penfield e salto' su dalla sedia, pensando: Non ho piu' bisogno di selezionare, ora; se e' Rick, ho gia' l'umore giusto. Corse alla porta d'ingresso e la spalanco'. "Ciao", disse lui. Eccolo li', un taglio sulla guancia, i vestiti sgualciti e grigi, perfino i capelli saturi di polvere. Anche le mani, la faccia - la polvere gli si era attaccata dappertutto tranne che sugli occhi, che brillavano spalancati dallo stupore, come gli occhi di un ragazzino; ha l'aspetto di un bambino che e' stato fuori a giocare e adesso e' ora di smettere e di tornare a casa. Per riposare e lavarsi e raccontare le meraviglie della sua giornata. "E' bello rivederti", gli disse Iran. "Ho una sorpresa". Teneva davanti a se', con entrambe le mani, una scatola di cartone; entro' in casa ma non la poso'. Come se, penso' la moglie, contenesse qualcosa di troppo fragile e troppo prezioso da lasciare andare; come se volesse tenerlo per sempre tra le mani. "Ti preparo una bella tazza di caffe'", gli disse. Ando' in cucina e premette il pulsante per il caffe'; dopo un attimo depose una gran tazza fumante sul tavolo, al posto dove di solito sedeva lui. Sempre tenendo la scatola con ogni precauzione, lui si sedette, gli occhi ancora pieni di quello stupore infantile. In tutti gli anni che avevano passato insieme non gliela aveva mai vista questa espressione. Gli era successo qualcosa dall'ultima volta che l'aveva visto; da quando, la sera prima, se n'era andato all'improvviso in macchina. Ora era tornato e si era portato dietro questa scatola: dentro ci doveva essere tutto quello che gli era accaduto nel frattempo. "Io me ne vado a dormire", annuncio' lui. "Tutta la giornata. Ho chiamato l'ufficio e ho parlato con Harry Bryant; mi ha detto di prendermi la giornata libera e di riposare. Ed e' esattamente quello che ho intenzione di fare". Con estrema cautela poso' la scatola sul tavolo e prese la tazza di caffe'; obbediente, la scolo' perche' lei voleva che prendesse il caffe'. Iran si sedette di fronte a lui e gli chiese: "Che cosa hai in quella scatola, Rick?" 121 "Un rospo". "Posso vederlo?" Lo guardo' mentre scioglieva lo spago e toglieva il coperchio. "Oh!" esclamo' Iran appena vide il rospo; chissa' perche' quella bestia la spaventava. "Morde?" gli chiese. "Prendilo pure. Non morde mica; i rospi non hanno denti". Rick tiro' fuori il rospo e glielo porse. Superando l'avversione che provava, lei lo accetto'. "Credevo che i rospi fossero estinti", disse, mentre se lo rigirava tra le mani, curiosa di vedergli le zampe; sembravano quasi appendici superflue. "Sanno saltare come le rane? Voglio dire, puo' saltarmi all'improvviso dalle mani?" "I rospi hanno le zampe deboli", spiego' Rick. "E' la principale differenza tra loro e le rane, oltre al fatto che non vivono in acqua. Una rana deve stare vicino all'acqua, ma un rospo puo' vivere anche in un deserto. Infatti questo l'ho trovato in un luogo deserto, vicino al confine con l'Oregon. Dove tutto il resto e' morto". Allungo' le mani per riprendere la bestiola. Ma lei aveva scoperto una cosa; sempre tenendolo rovesciato, gli tasto' la pancia e poi, con un'unghia scopri' il piccolo pannello di controllo e ne apri' con uno scatto il coperchio. "Oh!" La delusione s'impossesso' pian piano della sua faccia. "Ah, be', adesso capisco; hai ragione tu". Avvilito, scruto' in silenzio l'animale finto; lo tolse dalle mani di lei e giocherello' perplesso con le zampe - sembrava non capire bene quel che era successo. Poi lo ripose con cura nella scatola. "Chissa' come e' andato a finire in quella parte desolata della California. Qualcuno deve avercelo per forza portato. Non c'e' modo di sapere come o perche'". "Forse non avrei dovuto dirtelo - che era artificiale". Iran allungo' una mano e gli tocco' il braccio; si sentiva un po' in colpa, vedendo l'effetto, il cambiamento, che la rivelazione aveva avuto su di lui. "No", rispose Rick. "E' meglio che lo so. O piuttosto..." Tacque per un attimo. "Insomma, preferisco saperlo". "Vuoi usare un po' il modulatore d'umori? Cosi', magari, ti senti meglio? Hai sempre saputo sfruttarlo al massimo, piu' di quanto sappia fare io". "Non fa niente, adesso mi passa". Scosse la testa, come se, ancora sbigottito, cercasse di chiarirsi le idee. "Il ragno che Mercer ha dato a Isidore, il cervello di gallina - probabilmente era anche quello artificiale. Ma non importa. Anche questi cosi elettrici hanno una loro vita. Anche se non hanno poi un gran valore". "Sembra che tu abbia camminato per cento miglia", gli disse Iran. "E' stata una giornata lunga", annui' lui. "Mettiti a letto e dormi un po'". Lui allora la fisso', come perplesso. "E' finita, vero?" Sembro' affidarsi completamente a lei, come se si aspettasse che lei fosse in grado di dirglielo, come se lei lo sapesse. Come se detta da lui la cosa non avesse significato niente; dubitava delle sue stesse parole; non sarebbero diventate reali, finche' lei non fosse stata d'accordo. "E' finita" disse lei. "Dio, che missione mi hanno affidato, peggio di una maratona", disse Rick. "Una volta cominciata non c'e' stato verso di interromperla; ha continuato a trascinarmisi dietro finche' non sono arrivato ai Baty e poi, d'un tratto, non avevo piu' niente da fare. E alla fine, quella... " Esito', evidentemente stupito da quello che stava per dire. "Quella e' stata la parte peggiore", disse infine, "dopo aver finito. Non potevo fermarmi perche' dopo essermi fermato non ci sarebbe stato piu' niente. Avevi ragione tu, ieri mattina, quando mi hai detto che non ero altro che un rozzo sbirro con rozze mani da sbirro". "Non ho piu' quell'impressione", disse lei. "Sono solo contenta, accidenti, di averti di nuovo in casa dove dovresti essere". Lo bacio' e la cosa sembro' fargli piacere; il volto gli 122 s'illumino', quasi quanto prima - prima di rivelargli che il rospo era artificiale. "Secondo te ho sbagliato?" chiese lui. "Cioe', a fare quel che ho fatto?" "No". "Mercer ha detto che era sbagliato, ma che dovevo farlo lo stesso. Pero' e' strano. A volte e' meglio fare la cosa sbagliata piuttosto che quella giusta". "E' la maledizione che incombe su di noi", spiego' Iran. "Quella di cui parla sempre Mercer ". "Vuoi dire la polvere?" chiese lui. "No, gli assassini che l'hanno trovato quando lui aveva solo sedici anni, quando gli dissero che non poteva far tornare indietro il tempo e riportare in vita le cose. Percio' ora non puo' fare altro che lasciarsi trascinare dalla vita, e andare dove lo porta, cioe' verso la morte. E gli assassini gli tirano le pietre; sono loro che gliele tirano. Lo inseguono ancora. In realta', inseguono anche tutti noi. E' stato uno di loro a farti quel taglio sulla guancia, vero? " "Si'", rispose lui con un fil di voce. "Ti metti a letto, adesso? Se vuoi, ti regolo il modulatore sul 670". "Che effetto ha?" chiese Rick. "Tranquillita' a lungo cercata", rispose Iran. Lui si alzo' e rimase in piedi a fatica, la faccia assonnata e confusa, come se una miriade di battaglie fossero montate e avanzate sulla sua pelle nel corso di molti anni. Poi, pian piano, riusci' a farsi strada verso la camera da letto. "Va bene", disse. "Vada per la tranquillita' a lungo cercata". Si sdraio' sul letto, con la polvere che dai vestiti gli cadeva sulle lenzuola immacolate. Non c'e' neanche bisogno di mettere in funzione il modulatore di umori, si rese conto Iran appena spinse il pulsante che oscurava le finestre. La luce grigiastra del giorno scomparve. Dopo un attimo, Rick s'era gia' assopito. Iran rimase con lui per un attimo, tenendolo d'occhio per controllare che non si svegliasse e non si tirasse di scatto su a sedere come a volte gli capitava di notte. Poi, dopo un po' ritorno' in cucina e si risedette al tavolo. Accanto a lei il rospo elettrico si agitava e frusciava dentro la scatola; Iran si chiese cosa "mangiasse" e quanto sarebbe costato farlo riparare. Decise che doveva nutrirsi di mosche artificiali. Apri' l'elenco telefonico e consulto' le pagine gialle sotto animali elettrici, accessori; fece il numero e appena la commessa rispose, disse: "Per favore, vorrei ordinare mezzo chilo di mosche artificiali, di quelle che volano e ronzano per davvero". "Servono per una tartaruga elettrica, signora?" "No, per un rospo". "Allora le suggerirei il nostro assortimento di insetti striscianti e volanti, ce ne sono di tutti i tipi, compresi..." "Mi bastano le mosche", taglio' corto Iran. "Fate anche le consegne a domicilio? Sa, non voglio uscire di casa; mio marito dorme e voglio assicurarmi che stia bene". La commessa aggiunse: "Per il rospo le suggerirei anche una pozzanghera a ricambio automatico, a meno che non si tratti di un rospo cornuto, nel qual caso abbiamo un kit contenente sabbia, ciottoli colorati e pezzetti di residui organici. E se lei desidera abituarlo a un ciclo nutritivo regolare le consiglierei di rivolgersi al nostro reparto manutenzione per fargli registrare periodicamente la lingua. Per un rospo e' un controllo vitale". "Va bene", disse Iran. "Lo voglio in perfetta efficienza. Mio marito gli e' molto affezionato ". Le detto' l'indirizzo e riappese. Poi, sentendosi gia' meglio, finalmente si preparo' una bella tazza di caffe' nero e fuman123 te. 124 NOTA BIOGRAFICA Questa uscita in pocket di "Biade Runner" (noto anche come "II Cacciatore di Androidi", o "Do Androids Dream of Electric Sheep?") e del suo seguito "Replicant Night" (a firma K.W. Jeter) si inquadra in un discorso armonico e coerente che la Casa Editrice Fanucci ha intrapreso, ormai da molti anni, sull'opera di questo grandissimo autore prematuramente scomparso nel 1982, quando ancora non aveva raggiunto il successo presso il grande pubblico. Avvolto in un alone di tragico pessimismo, che si porto' appresso per tutta la vita e che intrise in maniera profonda tutti i suoi scritti, Dick rimane secondo me (e non sono il solo a condividere questa opinione) l'autore piu' importante della fantascienza moderna. Molti saggi e interi libri sono stati scritti sulla sua opera e sulla sua cupa visione della vita e di una ingannevole realta', visione che aveva radici molto profonde e soprattutto era dettata da una serie di travagliate esperienze umane che avevano segnato non poco il suo carattere e la sua psiche. Nato il 16 dicembre del 1928 a Chicago, Philip Kindred Dick visse per gran parte della sua vita sfortunata in California, a Los Angeles e nella zona della Baia. Cresciuto da una madre possessiva e nevrotica, che aveva presto divorziato dal padre, Dick sviluppo' una personalita' contraddittoria, con atteggiamenti molto diffidenti e contrastanti nei confronti del sesso femminile, e non e' quindi un caso che i suoi rapporti con le donne siano sempre stati particolarmente difficili. Il suo maggiore interesse, oltre allo scrivere, era la musica. In gioventu' fece il commesso in un negozio di dischi e curo' un programma di musica classica alla stazione radio di San Matteo. Inizio' l'universita', a Berkeley, ma non riusci' a terminare gli studi perche' si opponeva all'iniziativa bellica americana in Corea. Gia' da allora Dick mostrava segni di una particolare insofferenza per la politica della destra americana e non pochi furono i suoi scontri con gli esponenti del "maccartismo": i suoi biografi raccontano con una certa ironia di come due agenti dell'FBI fossero tanto assidui nei controlli della vita intima e lavorativa di Dick da diventare alla fine suoi buoni amici. Un altro particolare significativo e curioso della personalita' di Philip Dick, gia' presente fin da allora, era il suo incredibile eloquio, la sua eccezionale facilita' nel parlare e discutere con la gente: pare che proprio in un controllo nei suoi confronti esercitato dai due agenti dell'FBI abbia mostrato al meglio questa sua facolta', riuscendo a convincere uno dei due, il piu' simpatico e malleabile, della sua onesta' e soprattutto della cecita' politica della destra americana e dell'FBI. Il suo incontro con la fantascienza avvenne nel 1949, a dodici anni, quando compro' per errore una copia di "Stirring Science Fiction" al posto di "Popular Science", rivista di divulgazione scientifica. Da allora nacque in lui la passione per questo genere letterario, che non l'avrebbe piu' abbandonato. Anche un corso di "composizione letteraria", tenuto dallo scrittore e critico di sf Anthony Boucher, contribui' a fortificare questo interesse, e a spingerlo a tentare la strada della narrativa. Il suo primo racconto pubblicato fu "Beyond Lies the Wub", che apparve nel numero di luglio del 1952 di "Planet Stories"; a dire il vero, Dick era riuscito a vendere in precedenza un altro racconto, "Little Movement", che pero' apparve soltanto nel novembre del 1952 su "Magazine of Fantasy & Science Fiction". Il suo primo romanzo, "Solar Lottery", usci' tre anni dopo, nel 1955, quando Dick non aveva ancora trent'anni. Nel frattempo Dick, come accennavo in precedenza, si guadagnava da vivere lavorando in un negozio di dischi: era un giovane squattrinato ma pieno di grandi entusiasmi e speranze, che campava in maniera alquanto disordinata cibandosi a volte con scatolette di cibo per cani. Nel negozio aveva conosciuto una ragazza simpatica e disponibile, anche lei 125 piuttosto vivace nel sostenere le proprie convinzioni politiche (di sinistra, ovviamente), con cui aveva subito iniziato una relazione sentimentale. In brevissimo tempo i due arrivarono al matrimonio, dando inizio cosi' a quella che per Dick fu la prima di una lunga serie di tragiche esperienze con il genere femminile. Le sue vicende sentimentali furono tutte drammatiche avventure che condussero soltanto a separazioni e divorzi (a dire il vero, quasi sempre per colpa sua). In realta', la giovane fanciulla del suo primo matrimonio, da lui troppo frettolosamente abbandonata, era forse la compagna migliore che Dick avrebbe potuto trovare. Ma le sue scelte purtroppo non furono mai dettate dal buon senso: il periodo di spensieratezza legato ai primi tempi del primo matrimonio fu sicuramente il piu' felice della sua vita sentimentale. La sua seconda moglie, una donna divorziata con tre figlie e abitudini borghesi, pur essendo una donna piuttosto intelligente era comunque abituata a un certo tenore di vita. Dick per un certo periodo abbandono' l'attivita' letteraria, nel tentativo di intraprendere lavori piu' remunerativi, come ad esempio il commercio di preziosi, ma questa decisione gli creo' ancora piu' scompensi mentali: il suo umore peggioro' sensibilmente e la sua mente pian piano scivolo' in uno stato di rancore verso la moglie che (in realta' incolpevolmente) lo aveva spinto ad abbandonare la sua passione per la narrativa e la fantascienza. Presto il rapporto si deterioro': Dick inizio' a prendere degli esplosivi cocktail di medicinali che lo spinsero sull'orlo del baratro mentale. Tuttavia, nella sua contorta e lucida follia, riusci' a convincere il suo psichiatra e le figliastre che era sua moglie ad essere malata, e non lui, e a farla rinchiudere, sia pure per un breve periodo, in una casa di cura per malattie mentali. Questo fu comunque un periodo particolarmente valido e prolifico dal punto di vista della sua produzione letteraria: interrotta ben presto l'attivita' di commerciante di preziosi, Dick produsse (scrivendo in un capanno vicino alla casa dove abitava con la moglie e le figliastre) quello che alcuni considerano il suo capolavoro assoluto, e comunque l'opera che gli diede una certa fama nell'ambiente fantascientifico, "The Man in the High Castle", e cioe' "La Svastica sul Sole", che vinse meritatamente il premio Hugo come miglior romanzo pubblicato nel 1963. Sull'onda di questo successo Dick produsse molti altri romanzi di alto livello letterario, tra cui alcuni anche non di fantascienza, come l'autobiografico "Confessions of a Crap Artist" che si rifa' abbastanza esplicitamente al periodo del secondo matrimonio. Le sue esperienze con droghe e allucinogeni di vario tipo (anche se secondo i suoi biografi non utilizzo' mai l'LSD), che permeano completamente tutte le sue opere piu' importanti, lo portarono spesso a comportamenti da folle visionario che ne minarono profondamente la credibilita' presso amici e persone di rilievo. Non pochi furono i problemi che ebbe con la polizia e l'FBI appunto per le sue stranezze e le sue idee politiche e filosofiche. Dopo aver militato nella "nuova sinistra" americana, Dick abbandono' l'attivita' politica, quando si accorse che anche la sinistra era diventata "violenta"; finito in una clinica psichiatrica, per uscire dal tunnel degli allucinogeni divenne poi membro convinto e attivissimo di un comitato anti-droga che lottava contro il diffondersi degli stupefacenti tra i giovani. Un altro segno delle sue devastanti contraddizioni e' la sua travagliata esperienza religiosa: ateo convinto, si converti' dopo una crisi mistica alla Chiesa Episcopale e abbraccio' una forma di spiritualismo piuttosto sconcertante per i suoi appassionati: le sue ultime opere furono permeate da una particolare forma di cristianesimo delle origini, quello "gnostico", come rivelo' lui stesso in uno straordinario e confuso discorso al Festival di Metz il 24 settembre 1977 che lascio' completamente sbigottiti e increduli i presenti. Dopo un'ulteriore esperienza matrimoniale, con una ragazza di ventisette anni piu' giovane di lui, da cui ebbe anche un figlio (il terzo, in totale), conclusasi anche questa in maniera drammatica, Dick visse gli ultimi anni della sua vita come uno sbandato, girovagando 126 da una citta' all'altra e tra amici di vario genere, che dovevano tollerare con pazienza le sue stramberie. Mori' nel 1982, a seguito di un infarto, quando proprio la fortuna stava voltando il viso dalla sua parte, quando cioe' il successo del film "Blade Runner" stava per portargli quella fama e quella ricchezza che avrebbe certo meritato. Nonostante i molti splendidi romanzi prodotti, non si puo' infatti dire che Dick si sia mai arricchito con la fantascienza, a differenza di molti altri suoi celebri (e spesso anche meno dotati) colleghi. E' dunque tristemente curioso che dopo la sua morte (come per molti artisti del passato) sia assurto a fama mondiale e che oggi le case editrici si combattano a suon di milioni (parliamo dell'Italia, ovviamente) i diritti per la pubblicazione dei suoi testi. A dire il vero, personalmente posso vantarmi di essere sempre stato un grande estimatore e appassionato di Dick, fin dai tempi dell'uscita su "Urania" de "L'uomo dei Giochi a Premio", uno dei primi romanzi in cui compariva, in maniera ancora abbastanza ingenua e lineare ma gia' genialmente risolta da un punto di vista narrativo, il tema di una realta' soggettiva del protagonista difforme rispetto a quella che lo circonda. Ora, alla Fanucci, vogliamo continuare questo discorso. In tempi ormai lontani si era iniziato un discorso molto preciso ed approfondito sulla narrativa breve di Dick, con la pubblicazione delle sue tre raccolte originali piu' complete e significative, "I Difensori della Terra", "Le Voci di Dopo" e "L'Uomo Variabile". Quest'ultima e' stata ristampata quest'anno in edizione economica in concomitanza con l'apparizione sugli schermi del film "Screamers: Urla dallo Spazio" (titolo al solito orrendo) tratto dal classicissimo "Modello Due" (Second Variety), presente appunto nella suddetta antologia. Il filone dei racconti dickiani si era poi arricchito con l'uscita, l'anno passato, delle due antologie sempre in edizione tascabile dedicate ai racconti ancora inediti nel nostro paese. Per quanto riguarda i romanzi, credo di poter tranquillamente affermare che la Fanucci e' oggi la casa editrice che piu' si occupa dell'opera di Dick. Gia' da alcuni anni abbiamo cominciato a ripubblicare suoi testi di grande rilievo, a partire da "Ubik" e "Follia per Sette Clan" (due tra i migliori in assoluto), per continuare con "Mr. Lars, Sognatore d'Armi", "Ritorno dall'Aldila'", "Labirinto di Morte", "Nostri Amici di Frolix 8" e mettere a segno, giusto all'inizio di quest'anno, due colpi importanti con la presentazione al pubblico italiano di due inediti: "Radio Libera Albemuth", l'ultimo romanzo di fantascienza ancora inedito, e "Confessioni di un Artista di Merda", il piu' riuscito e famoso tra i vari romanzi non di sf composti da Dick. Potrebbe forse gia' bastare per accomunare il nome di Dick alla nostra casa editrice; tuttavia, abbiamo deciso di fare un ulteriore sforzo per acquisire i diritti di ristampa di cinque tra i romanzi piu' importanti in assoluto: "Biade Runner" sara' solo il primo ad uscire (in edizione tascabile, e sara' la prima in Italia). L'anno prossimo vedra' la pubblicazione nelle nostre collane "I Simulacri", il romanzo forse a me piu' caro, opera corale cardine nell'evoluzione stilistica di P.K. Dick, con la sua splendida galleria di personaggi e l'intreccio dei punti di vista narrativi alternati. E ancora "Noi Marziani", bellissimo e profondo ritratto di personaggi mentalmente alienati, e poi "Un Oscuro Scrutare", una cupa visione del mondo allucinato della droga, per finire con quello che molti ritengono il capolavoro assoluto di Dick, oltre che l'opera che lo consacro' tra i grandi della fantascienza e gli valse un premio Hugo nel 1964, vale a dire "La Svastica sul Sole". Sandro Pergameno